#RomaFF17: As Bestas, la recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas (trailer) di Rodrigo Sorogoyen, sesto lungometraggio per il regista spagnolo (presentato sia a Cannes75 nella sezione “Première” che alla 17esima edizione della festa del Cinema di Roma nella sezione Best Of), conferma le aspettative e lascia qualche riserva, ma procediamo con ordine. Ci troviamo a Bierzo, un paese sperduto tra le montagne della Galizia. Qui, Antoine (Denis Ménochet) e sua moglie Olga (Marina Foïs) coltivano la terra e vendono i loro prodotti biologici al mercato del paese, ma non solo. Scopriamo da subito che i due, oltre a coltivare quel terreno, lo amano così profondamente da impegnarsi anche nella ristrutturazione di case abbandonate, affinché quel piccolo borgo possa tornare a godere del turismo perduto. Il legame con questo ambiente è talmente forte che entrambi sognano di poter trascorrere lì il resto della loro vecchiaia: è il loro progetto di vita insieme, che sono riusciti a realizzare spezzando il cordone con le loro origini francesi e con i loro affetti, per fermarsi finalmente nel luogo dei sogni, gettandoci le radici.

Il quadro sembra apparentemente perfetto, ma non è questa la storia che vuole raccontarci Sorogoyen: il film, infatti, si apre con l’accento in battere (per usare un gergo musicale) in una spietata danza di oppressione da parte di due uomini ai danni di un cavallo. Il senso di spaesamento iniziale e la violenza trasmessa da questa scena è a dir poco efficace, Sorogoyen ci stupisce con un cinema d’impatto, e la regia, sostenuta da una forte sceneggiatura (e qui merito speciale anche a Isabel Peña) resta infatti abbastanza coerente alla filmografia pregressa (per esempio El Reino o la recente serie Antidisturbios). L’immagine di questa lotta cruenta, fisica, animalesca, contro questa povera bestia innocente, non ha alcun apparente senso, ma tanto più ci si addentra nella trama tanto più si rivela essere la chiave di lettura centrale.

Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido) sono due fratelli, nonché vicini di casa di Antoine. Con quest’ultimo non scorre buon sangue da quando sceglie di ostacolare un progetto di natura politica che prevede l’installazione di alcune pale eoliche a scapito della fauna e della qualità della vita di tutti. As Bestas è una continua guerra di potere, le ragioni che a un certo punto muovono i due fratelli a compiere degli atti minatori e razzisti contro Antoine ci spingono a chiederci se il bene e il male, se la ragione e il torto possono convivere nello stesso luogo, se possono essere due facce diverse di una stessa moneta che cambia solo a seconda di come la giri ma che di fatto non si può scindere.

Questi dubbi emergono a seguito di un bellissimo confronto faccia a faccia tra i due, in cui Xan, che è un contadino al pari di Antoine, gli sbatte in faccia la difficile realtà della sua vita, gli sbatte in faccia i sogni che, a differenza sua, non ha mai potuto realizzare per la povertà che gli ha sempre ostacolato le ambizioni, gli sbatte in faccia che quel progetto politico avrebbe potuto cambiargli la vita, o perlomeno alleggerirgli il lavoro, e che non gliene importava nulla del turismo se è da sempre condannato a vivere in quel paese e in quella prigione che è la sua stessa vita. La forza della pellicola sta tutta in questi continui momenti di tensione che alimentano un conflitto portandolo all’estremo, mostrandoci una violenza che moralmente sappiamo essere ingiustificabile. Il ritmo del film appositamente lento e in linea con un’ambientazione bucolica estremamente calma ma ostile, inoltre, è presagio costante di un pericoloso destino, ma Sorogoyen continua a ritardare lo scontro fisico lasciandoci ogni secondo col fiato sospeso.

Se in tutta la prima parte del film il pubblico ha tenuto gli occhi incollati allo schermo, veniamo ora alle riserve che portano con sé delle difficoltà di significato rispetto tutta la seconda parte. L’attenzione si sposta sul personaggio di Olga e sulla figlia, in questa improvvisa virata tesa anche a strizzare l’occhio verso il gender gap (dato che fino a quel momento, le due donne hanno ricoperto ruoli estremamente superflui). Le nuove protagoniste e le nuove vicende, ora tutte al femminile, si pongono l’obiettivo di trovare un riscatto legale a tutti i reati che la famiglia ha subito e che continua a subire a causa dei due fratelli. Il problema è che ci sembra di guardare un film completamente diverso, ed è complicato riuscire a inquadrarlo sul finale (un po’ prevedibile e anche lievemente retorico), soprattutto dopo quella fortissima scossa d’imprevedibilità alternata a momenti che richiedevano allo spettatore un più che azzeccato sforzo di attenzione e di comprensione.

Trattandosi di una pellicola esplicitamente connotata da elementi volti a innescare un pensiero critico sul tema che affronta (e già l’impresa compiuta dal regista non è affatto semplice), alla fine sembra esserci stato un “rilassamento” generale che non rende appieno giustizia. Potremmo dire che l’intero film (sia con i lati positivi che con quelli negativi), trasmette una sensazione d’incomunicabilità, ed è interessante notare come questo concetto venga espresso anche dalla duplice lingua parlata nel corso della proiezione: il francese e il castigliano. In conclusione, Sorogoyen realizza un film ricco di stimoli e contraddizioni che, senza spendere altre considerazioni, potremmo racchiudere citando quel sonetto di García Lorca «C’è una radice amara e un mondo di mille terrazze – Hay una raíz amarga y un mundo de mil terrazas».

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