Anna, la recensione della nuova miniserie su Sky

Anna, la recensione

Anna (trailer) è una miniserie televisiva prodotta da Sky e Wildside e tratta dal romanzo omonimo del 2015 di Niccolò Ammaniti, quest’ultimo anche nei panni di regista: una storia di sopravvivenza in un mondo post apocalittico in cui le leggi che regolano la convivenza pacifica e la società in generale non hanno più valore. Il mondo è quindi tornato a uno stadio precedente la civilizzazione. Il baratto, la violenza, la caccia sono alla base di questa nuova organizzazione sociale. La causa del ritorno a questa condizione preistorica della società è lo scoppio della “Rossa”, una pandemia che colpisce tutti, ma è letale per la popolazione adulta. Ricorda qualcosa? Le riprese di Anna sono iniziate 6 mesi prima dell’esplosione del Covid-19, in tempi non sospetti. Tempi in cui la serie avrebbe comunque fatto parlare di sé, ma che vista oggi, oltre a intrattenere molto, fa anche riflettere.

Anna (interpretata da Giulia Dragotto) è una ragazzina siciliana che deve badare a sé stessa e al suo fratellastro minore Astor (Alessandro Pecorella). Anna è molto protettiva nei suoi confronti anche se il loro rapporto non è sempre stato idilliaco, come possiamo apprendere dai flashback che ci permettono di conoscere la storia di Anna e il suo mondo interiore. Nel corso della sua avventura, Anna incontrerà molti individui, alcuni spregevoli, ed è per questo che certe scene lasciano il segno: perché sono bambini. I bambini sono gli unici abitanti di questo mondo distrutto e da ricostruire. Il virus ha colpito tutti, ma nei più piccoli si risveglierà soltanto quando avranno raggiunto l’età adulta. Gran parte della forza della serie è proprio in questo: l’innocenza infantile si scontra ripetutamente con la cruda necessità di sopravvivere. Pochi buoni e molti cattivi coinvolti in una lotta alla sopravvivenza che vedrà trionfare il più forte.

Anna, recensione

Questa miniserie prodotta da Sky è travolgente nel prendere vita in una rappresentazione di un mondo post-apocalittico coerente e spaventoso, le cui dinamiche interne non sono mai scontate. Questa coerenza è data dalla grande cura per la scenografia (Mauro Vanzati) e la fotografia (Gian Enrico Bianchi) che restituiscono una Sicilia distrutta e svuotata fino al midollo della sua linfa vitale. In questo futuro distopico che ha le sembianze di un passato lontano c’è anche spazio per una critica alla società in cui viviamo: vediamo uomini che arrivano a uccidere altri uomini e razziare case e negozi, così come adolescenti a capo di vere e proprie tribù di bambini costretti a ballare e cantare in una sorta di talent show in cui la sconfitta porta alla morte.

Dopo aver collaborato con registi del calibro di Gabriele Salvatores (Io non ho paura, 2003) e Bernardo Bertolucci (Io e te, 2012), questa è la prima regia per Niccolò Ammaniti che ci regala una narrazione visiva fortissima, incalzante, che assume un occhio critico nei confronti di questi cuccioli d’uomo cresciuti troppo presto. La speranza è che questo non sia il suo ultimo impegno nel ruolo di regista. Quale futuro immagina l’autore per questo mondo dilaniato dalla pandemia? Sarà speranzoso, o pessimista? Non vi resta che scoprirlo guardando questa miniserie, che alza l’asticella per le produzioni italiane che seguiranno.

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