Al nuovo gusto di ciliegia, la recensione della miniserie su Netflix

Al nuovo gusto di ciliegia, miniserie Netflix

Quando sei una giovane regista promettente e di bell’aspetto e un produttore famoso ti chiama a Los Angeles perché ha visto il tuo cortometraggio e vuole farne un fim, sta’ sicura che ti metterà davanti un contratto che luccica, ma non è oro. Lisa Nova (Rosa Salazar) invece si lascia imbrogliare. Piuttosto che rimproverarsi per la propria ingenuità, decide di vendicarsi. Lo uccide? No. Peggio. Gli fa il malocchio. Si affida per questo a una fattucchiera che l’aveva approcciata a una festa tra attori produttori e altra fauna hollywoodiana, con fare ambiguo e in braccio il tipico gatto da strega. Però non farnetica, anzi, ha molto charme. Si fa chiamare Boro, e vive in una casa in cui vigoreggia una fitta foresta tropicale. È lei a far sì che nell’intera vicenda s’innesti l’elemento magico. Quel che accadrà successivamente, avrà ben poco di razionale, altalenando dal fiabesco al simbolico e dal pulp all’orrifico.

Tra rituali, anatemi, vudù, con sperpero di sangue, peli, budella, vermi e altre delizie, ci sono buone probabilità di arrivare ai titoli di coda leggermente stomacati. Che non sempre è un male, però. La serie porta il titolo di Al nuovo gusto di ciliegia (qui il trailer) – un po’ eccentrico a dire il vero, ma non è una trovata pubblicitaria di Netflix, lo eredita dal romanzo da cui è tratta la serie, firmato da un certo Todd Grimson – anche se le ciliegie non figurano mai. Al loro posto abbiamo il referente – oltre a quelli di matrice sensuale – di cui sono simbolo: gli occhi cavati dalle orbite. Il cortometraggio di Lisa, attorno a cui gira tutto il plot, si chiama appunto L’occhio di Lucy. Dunque è innegabile la volontà di erigere il racconto sulla base di un forte apparato simbolico. E le prime puntate paiono confermarlo a poco a poco. Al primo sguardo s’intravedevano i presupposti per generare situazioni e immagini pregne di significati. Quelle atmosfere trasognate, quei personaggi sinistri, problematici, vividi…

E poi che succede? Perché diventa tutto così prosaico, così cervellotico, piatto, perché l’intreccio sembra voler schiacciare le possibilità espressive di un incipit che prometteva di evocare i mostri dell’inconscio sotto forma di possenti creazioni oniriche? Ecco cosa succede quando gli autori di un prodotto destinato al catalogo Netflix pretendono di emulare David Lynch e altri antesignani come lui, tutti insieme, per giunta. Finiscono per farne la caricatura.

Ma forse a deturpare il fascino della serie, più ancora che una certa tendenza all’emulazione di modelli sia dell’alta che della bassa cultura cinematografica, è il maldestro tentativo di agglomerare insieme una sovrabbondante varietà di generi e di propositi tematici, verosimilmente allo scopo d’ottimizzare il ventaglio di pubblico. Rischioso, troppo rischioso. Bisogna saperlo fare bene. E perciò, Al nuovo gusto di ciliegia è una cosa bizzarra, straniante, oscena ma ben agghindata, che ripugna e incuriosisce. Non è un aborto, ma certo non palpita di vita. Insomma, per intenderci… somiglia al neonato di Eraserhead.

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