#Venezia78: White Building, recensione del film di Neang Kavich

Il White Building è stato uno storico condominio di Phnom Penh, capitale della Cambogia. Un edificio centrale della città e popolato da famiglie per lo più povere, che a basso prezzo hanno avuto per molto tempo la possibilità di vivere e cercare fortuna in città. L’edificio è stato abbattuto nel 2017 (e sostituito da un casinò), travolto da un processo di gentrificazione che, tutt’ora, coinvolge molti altri punti della capitale e riduce in miseria tutte quelle persone che non hanno chance di trovare una nuova sistemazione con i (pochi) soldi offerti dall’indennizzo del Governo. Neang Kavich, giovane regista cambogiano, ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza dello sfratto ed ha potuto solo osservare, indenne, i suoi genitori tentare fino all’ultimo di salvarsi.

Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, White Building è un progetto molto particolare, almeno dal punto di vista produttivo. È una co-produzione internazionale realizzata con il supporto di Creative Europe Media e il CNC (Francia) e, inoltre, ha ottenuto sia fondi dalla Berlinale (WCF) che dal Torino Film Festival (TorinoFilmLab, che l’anno scorso presentò al lido La Nuit des Rois). In cabina di produzione spicca anche un nome illustre del cinema orientale: Jia Zhang-ke, con Xstream Pictures. Ed è proprio nel cinema di Zhang-ke, dedito al racconto delle trasformazioni, soprattutto ambientali, del territorio cinese, si vede la principale fonte di ispirazione di Neang Kavich.

White Building si apre come il più classico dei coming-of-age. Samnang è un giovane e aspirante ballerino che con i suoi amici cerca di sbarcare il lunario esibendosi di locale in locale (proponendo quello che loro definiscono un nuovo hip hop) e sognando di diventare la next big thing del proprio paese. Un giorno, mentre le trattative che la sua famiglia porta avanti con il Ministero tendono a peggiorare, uno dei suoi due amici si trasferisce definitivamente all’estero, facendo affondare il grande sogno di vivere grazie alla loro passione (e magari riuscire anche ad accedere all’università). Il regista, a partire da questa vicenda, si concentra sulla fine di epoca e sulle trasformazioni di una città e, in generale, di una società.

In White Building Kavich trasforma la storia di un piccolo gruppo di persone, raccontata senza infamia e senza lode, nella Storia di un intero popolo. Riflette sul potere delle immagini, sull’importanza dell’archivio e del dialogo con il passato (non a caso la sua casa di produzione si chiama Anti-Archive), sulla creazione di documenti che possano essere dei paletti per le generazioni future, che possano far sperare in un futuro migliore per la sua Cambogia.

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