#Venezia83: A Bit of Light, la recensione del film di Ali Asgari

A Bit of light, la recensione del film

A cosa ci si può aggrappare quando tutto il resto sembra crollare lasciando solo le macerie di quello che siamo stati? Ali Asgari cerca di dare una risposta con A Bit of Light (trailer), il suo nuovo film presentato in Concorso alla 83. Mostra del cinema di Venezia. 

Arash (Misagh Zareh) è un medico a cui è stata sottratta la possibilità di esercitare perché colpevole di aver curato alcuni rivoltosi. Stanco di sopravvivere e convinto di mettere fine alla propria vita, decide di passare una delle sue ultime giornate con i fratelli e la madre. Circondato dall’amore della sua famiglia si renderà conto che, forse, non tutto è perduto. 

Asgari, che lo scorso anno aveva presentato a Venezia Divine Komedy nella sezione Orizzonti, questa volta decide di discostarsi dalla rappresentazione diretta delle problematiche socio-economiche della società iraniana a favore delle tensioni che attraversano un uomo comune che vive al suo interno. Il regista sceglie così di politicizzare l’intimo, realizzando un film in cui il trauma politico viene raccontato attraverso l’individuo. 

Le condizioni dell’Iran contemporaneo vengono così percepite fuori campo, nonostante siano colte chiaramente in ogni sguardo perso di Arash. Asgari sembra suggerire che non sia necessario mostrare un Paese per raccontarlo: bastano quattro fratelli dentro una macchina, una giornata qualunque e il tentativo ostinato di convincere uno di loro che, nonostante tutto, esiste ancora un po’ di luce.

Anche la situazione politica attuale rimane ai margini dell’inquadratura, soltanto accennata attraverso sprazzi di conversazione. Trump e la paura dei missili diventano così parte di un dialogo tenero e ironico tra madre e figlio. Le problematiche che invano attualmente l’Iran irrompono nel quotidiano senza mai prendersene completamente il centro, insinuandosi nelle conversazioni e nei timori dei protagonisti.

Quella che si trova ad affrontare Arash è una vera e propria perdita di identità: impedendogli di esercitare la propria professione lo Stato è arrivato a privarlo della possibilità di sentirsi utile all’interno della società. È un tema che Asgari aveva già affrontato in Divine Komedy, concentrandosi sulla storia di un regista a cui viene negata di proiettare il proprio film. Se allora era l’espressione artistica a essere messa a tacere, in A Bit of Light è l’individuo stesso a essere progressivamente privato della propria voce. Cambia il personaggio, cambia la storia, ma rimangono le stesse domande: quanto ancora bisogna sacrificare di sé stessi? Quanto l’Iran di oggi può arrivare a togliere ai propri cittadini?

La speranza che il regista vuole far affiorare dal film viene veicolata senza retorica. Non c’è la promessa che le condizioni di Arash possano cambiare improvvisamente. La luce evocata dal titolo è piuttosto qualcosa di fragile, quasi impercettibile: aiutare un’anziana a portare la spesa, regalare delle piante alle persone che si ama, condividere un’anguria a fine pasto.

È la famiglia, in A Bit of Light la forma più alta di resistenza, a ricordare ad Arash che, al di là del ruolo che gli è stato sottratto, esiste ancora qualcuno per cui valga la pena esserci.

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