
«You’d have to stop the world just to stop the feeling». Così recita l’ultimo verso di Good Luck, Babe! (2024), singolo della popstar statunitense Chappell Roan, che proprio grazie ad esso ha raggiunto il successo planetario. La CEO Michelle Fuller (Emma Stone) lo canticchia appassionata in auto, lungo il tragitto da lavoro a casa, nel momento di passaggio alla distensione domestica che è esso stesso relax.
Le parole di Roan, fino a non molti mesi fa virali su TikTok, suonano profetiche nella scena tratta da Bugonia (trailer), l’ultima opera di Yorgos Lanthimos presentata in concorso all’ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia e quarta collaborazione al lungometraggio del regista con l’attrice Emma Stone – di recente anche protagonista del videoclip, appunto diretto dal cineasta greco, di Beth’s Farm (singolo dell’inglese Jerskin Fendrix, compositore delle colonne sonore di Povere creature! (2023), Kinds of Kindness (2024), nonché dello stesso Bugonia). Remake, curato dall’attore e sceneggiatore Will Tracy (The Menu; Succession), del film sudcoreano Save the Green Planet! (Jang Joon-hwan, 2003), l’ultimo lavoro firmato Lanthimos racconta del rapimento della sopracitata Fuller da parte di Teddy (Jesse Plemons), un operaio di fabbrica rimasto segnato dalla prematura morte della madre. Il piano viene attuato nella convinzione che la donna sia un’aliena mandata sulla Terra per distruggere il genere umano.
Bugonia si prende abilmente gioco del suo pubblico. Lo osserva con lo stesso sguardo colmo di un misto di pietà e disprezzo che lo spettatore, d’altra parte, riserva durante la quasi totalità della visione al personaggio di Teddy. Attraverso il radicale capovolgimento di significato che la narrazione compie sul finale, il film palesa l’entità del suo primario oggetto di osservazione, di descrizione analitica, ma anche di critica e, al contempo, derisione. Per quasi due ore, scompostamente distesi sulle poltrone di una sala cinematografica, ci siamo compiaciuti nel giudicare come estremamente ingenuo e decisamente poco intelligente Teddy, godendo della pervasiva sensazione di sollievo nel vedere sempre più rafforzarsi, parallelamente alla graduale e tragica perdita di lucidità da parte del co-protagonista, la convinzione di essere noi “completamente sani”, del tutto estranei all’imbecillità del personaggio di cui Plemons veste i panni.
Per l’80% della sua durata, dunque, Bugonia, nell’inamovibilità apparente della sua ragionevolezza di fondo, lascia poco o nessuno spazio per mettere in discussione quello che, in realtà, è il prodotto di un nostro ansioso e affannato sforzo di auto-convincimento. Povero Teddy, certo, che si è lasciato abbindolare dalle assurde tesi, da lui pure a lungo studiate, sostenute da fonti web di dubbia affidabilità; ma anche, e ancor più gravemente, poveri noi, perché ad alimentare la nostra presuntuosa convinzione è bastata la strategica dialettica della profondamente cinica Fuller, all’inizio del film mostrata nello svogliato tentativo di camuffarsi dietro un’attenzione ed una cura di facciata.
Vogliamo però qui porre in evidenza un’ulteriore, ultima, condizione per poter per lo meno considerare di assumere una postura clemente di fronte al nostro errore di valutazione spettatoriale: non sarà forse inevitabile lasciarsi convincere dalla manipolatoria, pericolosa e – all’interno dell’universo Bugonia – fallace logica di Fuller se a darle corpo e voce è Emma Stone? Concediamoci un briciolo di indulgenza: almeno con la scelta di casting per il ruolo della protagonista, che rinforza il vincente sodalizio artistico Lanthimos-Stone, l’autore greco ha posto un ostacolo reale e significativo alle facoltà valutative della nostra intelligenza. Anche l’interpretazione di Plemons, c’è da dire, non ci è d’aiuto. Non instilla alcun dubbio. Se poi si realizza che qui l’attore regala una delle performance più lodevoli della sua carriera, il ruolo che più mette in luce le sue sottilissime doti recitative, finiamo per giungere alla conclusione che dall’inganno di Lanthimos non era poi così facile uscire.
Bugonia, infatti, seppur dalla fattura non tanto raffinata quanto quelle di La favorita o Povere creature!, è un proseguo decisamente all’altezza del florido percorso tracciato da Lanthimos, e, nelle sue tappe più recenti, quella in grado di smuovere alla riflessione più profonda.

