Un anno di scuola, la recensione: l’esilio dalla giovinezza

Un anno di scuola, la recensione del film Dasscinemag

«Non m’avete capita. Io volli essere semplicemente un vostro compagno, e voi m’avete sempre respinto e ricacciato nel mio sesso, mi avete costretto a restar donna perché vi facessi del male».

Si conclude così Un anno di scuola di Giani Stuparich, racconto pubblicato per la prima volta nel 1929 che ha per tema «il “cristallizzare” di un gruppo di adolescenti ginnasiali intorno a una fanciulla mezzo tenera e mezzo emancipata», come evidenziato da Eugenio Montale. La fanciulla in questione è Edda Marty, prima e unica donna nella classe di ottava ginnasio maschile del Liceo Dante Alighieri di Trieste nell’anno scolastico 1909-1910, e il gruppo di adolescenti è quello formato, in prima battuta, da Antero, Pasini e Mitis.

Ma cosa succederebbe se Un anno di scuola non fosse ambientato in un liceo classico della Trieste asburgica nell’anno scolastico 1909-1910, ma in un istituto tecnico industriale della Trieste contemporanea nell’anno scolastico 2007-2008?

È questo l’interrogativo, il what if, da cui nasce Un anno di scuola (trailer) di Laura Samani, che sin dalle prime inquadrature assume la forma di un coming of age sulla fine della giovinezza e sulla sofferenza della crescita. Un coming of age che ha origine, in realtà, dall’unione tra il racconto di Giani Stuparich e i ricordi di Laura Samani, che consegue la maturità proprio nell’anno scolastico 2007-2008 nel Liceo Classico Dante Alighieri di Trieste, dove trascorre la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi, come da lei dichiarato in occasione della presentazione del film all’82^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: «Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia».

Un anno di scuola, la recensione del film Dasscinemag

Come il film di Laura Samani prende le mosse da un’esperienza autobiografica, così anche il racconto di Giani Stuparich, da cui il film è liberamente tratto, presenta una forte, seppur apparentemente nascosta, componente autobiografica. Giani Stuparich, infatti, sceglie di ambientare la storia di Un anno di scuola (il cui titolo, in origine, era Scolari) nello stesso liceo da lui frequentato, il Dante Alighieri di Trieste, dove consegue la maturità proprio nello stesso anno in cui è collocato il romanzo, l’anno scolastico 1909-1910, e dove ritorna, molti anni dopo, nelle vesti di insegnante. Dietro il personaggio di Edda Marty, disinvolto, coraggioso, libero e anelante a un affrancamento rispetto agli stereotipi di genere dell’epoca, si nasconde Maria Prebil, amore di gioventù di Giani Stuparich, così come dietro il tentato suicidio del romantico e inquieto Pasini a causa dell’amore non corrisposto per Edda Marty si nasconde il reale tentativo di suicidio compiuto da Spaini, amico di Giani e Maria, per amore di quest’ultima.

Piano narrativo e piano biografico si intrecciano tanto nel racconto quanto nel film, al centro del quale non vi è Edda Marty, ma Fred (Stella Wendick), una diciottenne svedese spregiudicata e spavalda che da Stoccolma si trasferisce a Trieste (non «grande porto di commercio», ma «piccola città di provincia») insieme al padre, in seguito all’assunzione di quest’ultimo nel reparto licenziamenti di un’azienda triestina, e che si trova sin da subito di fronte alla necessità di compiere una scelta: esprimere ciò che sente, correndo il rischio di essere esclusa, derisa e giudicata, oppure tacere per essere accettata.

Sia nel racconto sia nel film, l’arrivo di Edda/Fred, sulla quale si catalizza l’attenzione ma soprattutto il desiderio di tutti (e in particolar modo di Antero e di Pasini), sconvolge l’equilibrio armonioso fino a quel momento presente nella classe, che nei primi giorni è «come uno strumento a cui avessero messo una corda di troppo: prova e riprova non s’accordava mai». La «corda di troppo» è Fred, la sua intelligenza, la sua libertà, ma soprattutto il suo corpo (desiderato, sessualizzato, giudicato), che come nel precedente Piccolo corpo (2021), l’esordio cinematografico di Laura Samani, è al centro dello sguardo degli altri ed è il motore emotivo della narrazione.

Un anno di scuola, la recensione del film di Laura Samani.

Un anno di scuola si rivela essere così un’indagine sui corpi, su cosa significhi essere l’unico corpo femminile in mezzo a tanti corpi maschili e sui confini che separano le possibilità di movimento di un corpo maschile da quelle di un corpo femminile. Se nel racconto Edda Marty viene messa in guardia dalla sorella Hedwig, che le consiglia di «non credere agli uomini se prima non t’abbiano dato una grande prova» e di non avere fiducia nel loro amore e nella loro bontà e gentilezza apparente, perché «essi sono buoni fin che hanno ottenuto il loro scopo […], t’attornieranno perché non sei una donna comune, ti cercheranno perché hai una coscienza libera, ma appena potranno, se tu cedessi loro, essi ti torranno la tua libertà», nel film non c’è nessuno (né una madre né una sorella) che possa aiutare Fred a comprendere come essere se stessa in un mondo di maschi. Come sottolineato da Sabrina Fava, «l’inserimento nel tessuto della classe maschile è vissuto dunque come allenamento per conquistare la propria autonomia».

Tra il racconto di Giani Stuparich e il film di Laura Samani si frappone la miniserie televisiva in due puntate realizzata da Franco Giraldi nel 1977, ambientata non nel 1909-1910 ma nel 1913-1914, che si conclude con una cena di classe, successiva all’esame di maturità, segnata dall’annuncio della notizia dell’attentato di Sarajevo, che sancisce non solo l’inizio della Prima guerra mondiale, ma anche la fine della spensieratezza giovanile.

Se nel racconto di Giani Stuparich e nella miniserie televisiva di Franco Giraldi a far da sfondo alla vicenda giovanile è il clima politico dell’irredentismo, nel film di Laura Samani il 2007 è anche l’anno in cui la Slovenia, dopo l’ingresso nell’UE nel 2004, entra a far parte dell’area Schengen. Al superamento dei confini geopolitici corrisponde il superamento dei confini sentimentali: non è un caso, infatti, che il primo bacio tra Fred e Antero (che segna la fuoriuscita dai margini dell’amicizia) avvenga proprio nel punto che segna il confine tra Italia e Slovenia, proprio nel momento in cui si assiste all’abolizione dei controlli alla frontiera.

Un anno di scuola, la recensione del film Dasscinemag

L’elemento che più contraddistingue l’adattamento di Laura Samani rispetto a quello di Franco Giraldi non è, tuttavia, solo il diverso sfondo storico e politico, ma anche quello linguistico, perché nel film della regista triestina l’italiano e il dialetto triestino si fondono con lo svedese, l’inglese e lo sloveno (per altro presente anche nel cortometraggio La santa che dorme, diretto da Laura Samani nel 2016) ed è proprio questo pastiche linguistico a divenire il riflesso della difficoltà di Fred, Antero, Pasini e Mitis di comprendersi emotivamente.

Ciò che si nasconde dietro la loro allegria disperata è la consapevolezza che quell’ultimo anno di scuola è «l’ultimo tratto di via concesso ancora all’adolescenza» e che il futuro che si staglia oltre la scuola, oltre la maturità, oltre Trieste è simile a quello raccontato da Pier Paolo Pasolini nei versi di La meglio gioventù (1954), una raccolta di poesie in friulano: «Venite, treni, portate lontano la gioventù a cercare per il mondo ciò che qui è perduto».

Crescere significa lasciare la spensierata età della giovinezza, con tutto il dolore che tale distacco comporta. Non è un caso, allora, che a scandire l’ingresso e l’uscita di Fred dalla scuola siano due lunghi piani sequenza, posti all’inizio e alla fine del film, che rappresentano metaforicamente il percorso compiuto da Fred da Stoccolma a Trieste, all’inizio, e quello compiuto dalla scuola al mondo, dalla giovinezza all’età adulta, alla fine, sulle note di Più niente dei Prozac+: «Sai e non c’è niente più tra noi / E non c’è niente se non vuoi / Ci passerai davanti / E neanche ci saluterai / Sei così cinica oramai / Che neanche ti ricordi / Non ti dimenticheremo mai / Eri ed ora più non sei / Ma un giorno ci ripenserai».

In sala dal 9 aprile.

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