
Due cose sembrano ormai inevitabili nel cinema contemporaneo: i meme di Leonardo DiCaprio e la deriva seriale di un successo. Non fa eccezione il nostro rituale familiare di quartiere, Finché morte non ci separi – Ready or Not, che con il secondo capitolo (trailer), affidato nuovamente al duo Tyler Gillett & Matt Bettinelli-Olpin, torna e lo fa cambiando pelle.
Dopo essere sopravvissuta all’ “hide and seek” della famiglia Le Domas, Grace (Samara Weaving) scopre che la vittoria ha solo sbloccato un livello successivo. Questa volta, accanto a lei, troviamo la sorella Faith (Kathryn Newton), con cui è costretta a ricucire un rapporto mentre entrambe diventano bersagli di questo perverso universo. A inseguire non è più una singola famiglia, ma un intero sistema composto da quattro dinastie rivali, dai Danforth guidati da Ursula (Sarah Michelle Gellar) e dal fratello Titus (Shawn Hatosy), fino alle altre élite sparse, tutte in competizione per ottenere il controllo del “Consiglio” che regola il potere globale.
Il gioco si espande, si fa più grande, più rumoroso, mentre ciò che resta del primo film rappresenta già il segno riconoscibile di un immaginario che inizia a pensarsi come saga. Così il vestito da sposa insanguinato di Grace Le Domas non è più un residuo narrativo del precedente survival ma finisce per testimoniare la nascita di una vera e propria icona.

In questa trasformazione si riflette il modo di lavorare di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. Infatti, i due registi continuano a muoversi dentro un horror che non rinuncia mai alla propria natura ludica, contaminandolo con una componente comica sempre più esplicita e con un ricorso costante alla citazione cinefila. Un approccio già evidente nei loro capitoli di Scream, dove il gioco metatestuale finiva per diventare parte integrante del racconto. Non è un caso, allora, che anche il secondo Finché morte non ci separi si costruisca per accumulo di rimandi, presenze e suggestioni, dalla partecipazione di un autore come David Cronenberg fino alle continue eco del primo film, trasformando il proprio immaginario in qualcosa di sempre più riconoscibile, ma anche inevitabilmente più derivativo.
A tenere davvero insieme questo universo, è ancora una volta il personaggio di Samara Weaving. La sua Grace, anche quando si avvicina al cliché dell’eroina action, conserva un carisma e una fisicità che le permettono di restare credibile, confermando l’attrice come una Scream Queen ormai pienamente affermata.
È nella satira e la sua messa in scena che il film mostra le contraddizioni più evidenti. Il cambiamento più tangibile riguarda il modo in cui viene concepito lo spazio. Infatti, il primo capitolo funzionava come un dispositivo perfettamente calibrato, dove la progressione narrativa trasformava la villa dei Le Domas in un autentico labirinto, a tratti teatrale. Anche la fotografia seguiva questa logica, lavorando su contrasti netti, colori caldi e il rosso del sangue che invadeva progressivamente l’immagine accompagnando visivamente la trasformazione della protagonista. Il secondo capitolo finisce col rompere questo equilibrio. Lo spazio si espande, non solo narrativamente ma anche geograficamente, così che la tensione lascia progressivamente posto alla spettacolarizzazione, in una scelta consapevole che porta il racconto verso un vero e proprio spettacolo pirotecnico di sangue.
“Ready or not”, pronti o meno, il gioco è ricominciato. Resta da capire se saprà fermarsi in tempo; intanto, pur meno ispirato e più derivativo, il vestito da sposa di Grace Le Domas continua a sporcarsi e basta questo a non lasciare indifferenti.
In sala dal 9 aprile.


Sembra promettente, sono sempre un po’ scettico riguardo ai sequel di film horror così intensi.