#AsianFilmFestival23: Lost Land, la recensione del film di Akio Fujimoto

La recensione di Lost Land presentato alla ventitreesima edizione dell'Asian Film Festival

Il popolo dei Rohingya è una minoranza musulmana originaria del Myanmar. Non venendo riconosciuti dal loro stato vengono considerati apolidi: figli legittimi di questo mondo ma privi di una terra alla quale appartenere. Molti decidono ogni anno di partire illegalmente verso la Malesia: stato a maggioranza musulmana dove possono costruire, con speranze concrete, il loro futuro. Il nuovo film di Akio Fujimoto, Lost Land (trailer), rende cinema questo fatto di cronaca ancora poco noto: utilizzando meticolosamente lo sguardo infantile come lente indagatrice delle malefatte umane.

Shafih (Shofik Rias Uddin) e Somira (Shomira Rias Uddin Muhammad) hanno rispettivamente quattro e nove anni. Quando lasceranno il campo profughi in Bangladesh dove vivono, per raggiungere gli zii in Malesia, si ritroveranno ad affrontare un viaggio inaspettato e pregno di sfide, che dovranno compiere da soli. Li vedremo fuggire dal mare ed elemosinare cibo in una cittadina di periferia, continuamente alla disperata ricerca della casa dello zio.

Fujimoto segue costantemente, con la macchina da presa, i due piccoli protagonisti. La tiene bassa, alla loro altezza, assumendo irrimediabilmente le dinamiche dello sguardo ancora infantile e bambinesco dei due. Quello di chi vive il trauma di un impossibile viaggio senza conoscerne le conseguenze: sognando un dolce cammino verso la libertà. Shafih e Somira giocano e scherzano anche quando si trovano in situazioni disastrose. La loro vita, i loro giochi quotidiani, vanno avanti nonostante i continui e terribili ostacoli che affrontano durante il loro cammino. Nessuno dei due ha piena comprensione di ciò che il mondo gli sta ponendo davanti: gli eventi, anche quelli più malevoli, vengono sempre visti con occhio innocente, e mai giudicante o riflessivo. Come può la vita, la società, imporre questa crudeltà becera? Questa orrida privazione della libertà personale a delle anime innocenti e pie come quelle dei due bambini? Shafih e Somira vengono schiacciati da un ripugnante destino: costretti a scappare per sopravvivere, nella ossessiva ricerca di una casa non loro. 

Recensione Lost Land presentato all'Asian Film Festival

Il viaggio dei bambini diventa l’unico modo per poter narrare in maniera pura e vivida il dramma dell’immigrazione. Lost Land, quindi, si propone come un testo politico di pregevole fattura poiché non tende mai a rendere smielato, o inutilmente buonista, il tessuto narrativo. Tutto ciò che succede ai due protagonisti fa parte delle dinamiche del viaggio migratorio dove a vincere è quasi sempre il male. Questo è accentuato anche dal tono documentaristico dell’opera. Per buona parte del film, infatti, ciò che viene posto all’occhio dello spettatore, è quanto la recitazione sia ridotta all’osso. Agli interpreti viene lasciata grande libertà di improvvisazione e ciò rende credibili e vere le interpretazioni di Shomira e Shofik Rias. Anche la camera sembra non avere un ritmo stabilito e si muove nello spazio quasi liberamente seguendo i bambini giocare o rincorrere una gallina.

L’effetto prodotto dall’opera a noi spettatori, quindi, è un amalgama perfetto tra falso e reale. Il film ci costringe ad assumere lo sguardo più docile e infantile dei due protagonisti ma è una sfida persa in partenza. L’intenzione del regista, infatti, è quella di instaurare nello spettatore uno spirito critico più riflessivo e meno identificante. Seguendo la storia al fianco di Shomira e Shofik sentiamo il loro dolore, il loro desiderio irrefrenabile di libertà. Ma, come loro, ci sentiamo agenti esterni: innocenti viaggiatori e indagatori sul mondo che ci viene posto davanti. Come i bambini non si apprestano a farsi troppe domande, a trovare logica e collegamenti tra un episodio scabroso ed un altro, anche noi, nonostante la nostra coscienza politica, proviamo a farci trascinare dal viaggio: dal susseguirsi imperterrito degli eventi. Ma il doppio gioco instaura questo senso orrido di impotenza: costretti a guardare da una gabbia con sguardo innocente le malefatte di una classe politica che non abbiamo il coraggio di rivoluzionare.

L’opera si posiziona sulla scia di Io Capitano di Matteo Garrone, ma anche dell’ottimo Flee di Jonas Poher Rasmussen, tracciando l’idea di un cinema sempre più propenso a raccontare storie del viaggio umano verso la speranza di una vita più degna. Lost Land è un film atipico per il mercato giapponese. Ma è difficile d’altronde trovare opere così dense sull’immigrazione, e su popolazioni dimenticate dalla società, anche, più in generale, nel mondo asiatico. Fujimoto realizza un film che assume quasi i tratti del cinema del reale, trascinando lo spettatore nel terribile viaggio di due bambini alla ricerca di un posto nel mondo.

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