Tatti, paese di sognatori, la recensione: la campagna come speranza

Tatti paese di sognatori, recensione

La nostra società viaggia sempre a più alta velocità, imponendoci ritmi vessatori e obbligandoci a conformarci ad essi senza via di scampo. Eppure non è sempre stato così e forse da qualche parte non lo è ancora. Da questo punto di vista l’Italia, una nazione ancora in maggioranza rurale, offre moltissime eccezioni, grazie alle migliaia di piccoli centri abitati che ne costellano la superficie. Luoghi magici, in cui il rapporto tra uomo e natura sembra conservare un equilibrio antico, considerato suo malgrado desueto e quindi destinato a estinguersi insieme ai vari paesini che ne mantengono il ricordo.

Tatti, un piccolo borgo nel cuore della Maremma toscana, ne rappresenta un esempio eminente, che strenuamente cerca di resistere all’abbandono ed alla desolazione, proponendo un’alternativa valida e affascinante. È questo che il regista svizzero Ruedi Gerber cerca di raccontarci nel suo ultimo film Tatti, paese di sognatori (trailer), donandoci una fotografia della vivida quotidianità campagnola, troppo spesso relegata alla fallace e preconcettuale convinzione che la ritrae noiosa. E, invece, mescolando l’immaginario bucolico con quello familiare, il regista si propone di farci riscoprire questa vita, più semplice e pura di quella a cui siamo abituati nelle metropoli, in cui la quotidianità è dettata da un lavoro incessante e da un rapporto profondissimo con la casa, i campi e il bestiame. Insomma, restituendoci la visione di una Toscana verace, molto diversa dalle immagini da cartolina diffuse in tutto il mondo. Questo film nasce da questa volontà e dagli eventi irripetibili della nostra esistenza, che hanno portato Ruedi a perdersi in questo luogo desolato, raggiunto per caso durante un suo viaggio. Ed è proprio da questo che ha inizio la narrazione.

Imbattutosi casualmente in un antico e abbandonato rudere nelle vicinanze del paese, il regista, dopo essersene subito innamorato, decide di acquistarlo e di stanziarsi lì con alcuni amici, inizialmente con il solo intento e la speranza che la libertà e la bellezza naturali, ispirate dal luogo, potessero stimolare in loro una maggior creatività artistica. Ma la conoscenza del paese, delle famiglie che lo popolano e l’integrazione all’interno delle stesse fa ben presto nascere in lui il desiderio di porre lì le sue radici, di ricominciare una nuova vita e di restituire al paese e a suoi abitanti il favore che questi gli hanno donato. Così, inizia il progetto che ha portato alla luce Sequerciani, un’azienda agricola, che offre lavoro a oltre 30 operai, rigorosamente tatterini.

Eppure, lungi dal volerlo raccontare in stile documentaristico, Ruedi Gerber decide di concentrarsi sull’umanità di cui pullula il paese, facendoci immergere nella realtà del luogo e dandole voce grazie alle storie dei suoi abitanti. In questo modo, si stagliano i racconti di figure maschili tragicomiche, come quella dei gemelli tuttofare Marco e Massimo Verniani, apparentemente sempre sorridenti e gioiosi, ma profondamente segnati da una vita di fatica, consumata tra le solite quattro mura e vissuta con la pesante consapevolezza di sorreggersi grazie a un equilibrio delicato. Infatti, lo spettro del divorzio, della crisi familiare e del conseguente abbandono incombe come un anatema spaventoso, come qualcosa di cui vergognarsi e da evitare in ogni modo. Un pericolo in parte condiviso con le molteplici donne del film, grandi lavoratrici che, oltre a vegliare il focolare come antiche matrone, dividono con i mariti il lavoro nei campi e nella fattoria, talvolta covando tacitamente l’idea di un’improvvisa fuga, il più lontano possibile dalla ripetitività che governa le loro giornate.

Per sorreggere drammaticamente le vicende di questi personaggi dai tratti favolistici, il regista si affida al lavoro impeccabile del compositore Martin Tillman, scuola Hans Zimmer, che assicura all’opera un comparto musicale di livello, da grande film. Non da meno si dimostra la fotografia di Greta De Lazzaris e Felix von Muralt, animata da mutamenti cromatici fantastici, capaci di districarsi tra i limitati interni casalinghi, le strette vie di paese e l’enormità del paesaggio maremmano, con le sue colline e i suoi immensi campi coltivati. In questo modo, queste immagini riescono a risvegliare il fascino e la forza attrattiva che ancora oggi questi luoghi possono suscitare, facendo leva anche sulle nuove generazioni, stanche del caos cittadino.

In un momento di chiacchiera, un imprenditore siciliano che, come Ruedi, ha aperto a Tatti la sua attività, afferma con grande freddezza e forse eccessivo pragmatismo: «Non ho mai pensato che questa fosse una vita alternativa alla società». E ci viene da dargli ragione, assistendo alle prime scene del film che ritraggono il paese in tutta la sua desolazione. Un immagine che ci logora e incupisce, non dandoci nemmeno per un istante la possibilità di sperare che questi luoghi, spesso legati al nostro immaginario infantile, possano incontrare un rinnovamento o una rivalutazione. Ma, alla fine, l’atmosfera viene completamente ribaltata. Infatti, il regista decide di ritrarre nelle ultime scene del film momenti di festa, di un paese che si sta ricostruendo grazie all’arrivo di nuove generazioni e che finalmente respira l’anelito di una rinascita.

Così, alla fine della visione, ci rimangono insolute delle questioni: se questi luoghi possano veramente avere una seconda occasione, se ci sono tanti Tatti o questa è solo un’eccezione. Per fortuna, in sala era presente il regista e allora glie l’ho potuto chiedere. E quello che è emerso è che basta poco, che sono necessari piccoli gesti coraggiosi e simbolici, di uomini e donne che credono in questo rinnovamento e che, mossi da valori filantropici, investono in queste realtà, mettendosi a servizio della popolazione. Allora, in una Italia che dimentica l’importanza delle proprie radici campagnole, è necessario l’impegno civico dei propri cittadini, di quelli che non si sono arresi alla rampante globalizzazione e che, in fondo, come bambini, sono ancora innamorati della natura e riescono ancora a meravigliarsi di fronte alle sue manifestazioni.

In sala.

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