
Quando si tratta di film action ambientati nella vita reale, il pubblico tende a dividersi più facilmente. Altri lungometraggi come Bullet Train, o persino Baby Driver dello stesso Edgar Wright riescono ad accontentare un po’ tutti: sia chi desidera vedere qualcosa di più movimentato, ma anche chi vuole guardare un prodotto registicamente e musicalmente ben orchestrato. Questo The Running Man (trailer) si raggruppa meglio nella prima categoria. Corre nella direzione sbagliata, a grande dispiacere, avvicinandosi maggiormente ad un film action Netflix che ad un colossal cinematografico.
Nella sala, in attesa dell’inizio del film, la musica fa ben sperare, e chi conosce un minimo Edgar Wright sa che quello è un suo punto caratteristico. Qualche rivisitazione di canzoni passate, in chiave orchestrale e più movimentata, fanno alzare l’orecchio allo spettatore in trepida attesa. Baby Driver utilizzava spesso la musica nei montaggi, la quale è centrale, ed era per lo più perfetta per il testo, per il ritmo o per la melodia. Sebbene con l’inizio del film, si tenti di strizzare l’occhio al prodotto sopracitato, non basta. È a volte necessario, quando si tratta di arte, effettuare paragoni con altri lungometraggi dello stesso regista, e in questo caso è obbligatorio. Lo stesso The Running Man ti accompagna, con alcune sequenze, ad effettuare comparazioni. Non è commensurabile il dispiacere nel sentire in una firma Edgar Wright la classica grancassa dei film colossal basici. Il problema più grave è che, in alcuni momenti del film, ci si rende conto che c’è la musica: si esce fuori dall’ascolto di una storia e ci si chiede “un attimo, ma in questo caso cosa c’entra questa colonna sonora?”.
Altro motivo per cui il film non riesce a convincere appieno è la fotografia. Sebbene si siano sentiti pensieri contrastanti, dove qualcuno afferma che sia un film ben fotografato, si può essere d’accordo a metà. Numerosi prodotti Netflix hanno una fotografia che può essere definita “corretta”, questo è chiaro, ed è anche il caso di The Running Man. Ma sul termine “bella” c’è qualche dubbio. Il paragone con Netflix non è usato a caso: film molto peggiori di questo, come The Gray Man, non hanno nessun problema a competere con questo nell’ambito fotografico. Qualche idea, come il colore rosso frequente, è in grado di elevare questo fattore ad un livello almeno sufficiente, ma con i “qualche” ci si ferma lì, alla sufficienza. È tutto posticcio, semplice nell’esecuzione e nulla sorprende in ambito fotografico, eccetto nel finale dove, per forza di cose, devi concludere con il botto.

Nella sala si entra con delle aspettative, nella maggior parte dei casi queste aspettative sono dettate dal genere. Se si va a vedere un horror, ci si aspetta di provare paura, è chiaro. In questo caso il genere che ci si aspettava era action, al massimo spy-movie. Focalizzandosi sul primo punto, ci si chiede dove sia l’azione. Buona parte del film sono chiacchiere. Di due ore di film, tre quarti sono state parole, spiegazioni, conversazioni futili su temi che al film non cambiano nulla, ma su questo tema si torna dopo. Spiegazioni su come funziona il gioco, in ogni minimo dettaglio. Narrazioni sul mondo del protagonista che poi non vengono mai sviscerate a pieno per questioni di tempo. Dialoghi di una lunghezza esorbitante solo per, ancora una volta, parlare della società con tematiche condivisibili ma retoriche e inutili per la sceneggiatura.
Parlando proprio di tematiche, quelle affrontate in The Running Man sono decisamente troppe per essere un action. Il tema della famiglia è accennato, sebbene dovrebbe essere ciò che sprona il protagonista. È solo una motivazione menzionata nei numerosi dialoghi, ma mai effettivamente mostrata come importante, sempre per una questione di minutaggio. Il gioco a cui partecipa il protagonista è ben spiegato, fin troppo, ma è sempre con la voce che si chiariscono le regole e raramente con le immagini. A proposito di immagini, viene anche sfiorato il tema delle fake-news, le quali rendono la trama impraticabile. Si arriva ad un certo punto in cui tutto è possibile, ma davvero tutto, così tanto da annoiare lo spettatore e fargli smettere di pensare.
Infine, i personaggi sono per lo più macchiette che vorrebbero mostrare “l’americano medio”, ma per via del tempo non possono neanche fare questo. Inoltre, appaiono e scompaiono come se nulla fosse, se ne vanno nell’oblio del dimenticatoio: alcuni volontariamente, altri zero. Tutti questi temi in un film che dovrebbe essere action, ma le quali scene d’azione sono poche e neanche così soddisfacenti. Con tutti questi temi è regolare notare che nel finale manca un gran pezzo. Sia prima della fine che dopo, lascia un vuoto che è chiaramente per questioni di minutaggio, ma che delude particolarmente.
L’unico lato positivo di questa zuppa è il concetto di reality, e le idee di regia di Edgar Wright. I personaggi si trovano molto spesso a rompere la quarta parete, a guardare in macchina. Gli spettatori così sentono il peso di essere osservati proprio come i partecipanti del gioco: è anche il film a guardare lo spettatore. Ciò non basta a risanare il prodotto, che rimane un film action come tanti, spiccando poco e nulla. The Running Man prende il primo posto come la più grande delusione dell’anno, da un regista che ha fatto grandi film, per una speranza di guadagni che dubito arriverà.
In sala dal 13 novembre.

