Too Hot to Handle, la recensione della seconda stagione su Netflix

Too Hot to Handle recensione seconda stagione

Tra gli abbonati Netflix, c’è chi ha visto la prima stagione di Too Hot to Handle e chi probabilmente sta mentendo. Metà reality, metà date show (qui il trailer), sebbene ci vada abbastanza vicino non va scambiato con prodotti come Temptation Island e L’isola dei famosi, paragone che sorge immediato e che agisce da forte repellente. Qui però siamo sul pianeta Netflix, e anche gli escrementi hanno l’odore del buon cibo.

Vi parlo di una pietanza assai pepata, unta, priva di finezza, piatto da osteria ma cotto con perizia. Se non altro ottimo per l’umore. Lasciate che ve ne illustri gli ingredienti: per location abbiamo un resort tropicale, attrezzato con tutti i comfort; i concorrenti sono uomini e donne tra i venti e i trent’anni, selezionati ad hoc: fascino esteriore da divinità ellenica, facoltà di giudizio da macaco in fase di pubescenza; ci sono le frecciatine della conduttrice (fuori campo), e poi c’è la materializzazione del loro Super-Io, Lana: un’assistente virtuale installata dentro a un cono di plastica e led colorati (tipo Siri e Alexa, ma invece di eseguire ordini, li impartisce), supervisore con occhi e orecchi dappertutto; e infine l’ingrediente principale: il divieto di sesso.

Non solo quello, anche di baci, strusciamenti, palpatine, autogratificazione, e via dicendo. In caso d’infrazione, il monte premi di 100 mila dollari viene ogni volta diffalcato più o meno pesantemente a seconda della trasgressione. Immaginate di mettere un gruppo di mangioni incalliti davanti a una tavola riboccante d’ogni ben di Dio e poi legargli le mani dietro la sedia. Esatto. Un autentico dramma.

Too Hot to Handle recensione seconda stagione

Come giustificare una simile crudeltà? Ovvio: con il pretesto di voler insegnar loro a stabilire legami più profondi con i partner, cioè veicolarli col proibizionismo erotico al di là dell’usuale sveltina disimpegnata. Un banale pretesto, appunto. Infatti quando c’è stato l’episodio della reunion in videoconferenza, durante lockdown, s’è saputo che tra le coppie nate nel corso della prima stagione se ne è salvata poco meno di mezza. Voi fatevi un’opinione, io mi limito a sganasciarmi.

Lussuria, gelosia, tenero affetto, avidità, sentimenti spiccioli declinati in situazioni comuni. Scordatevi Shakespeare. Scordatevi l’arte. Questo è un esperimento in stile Pavlov. Se ha avuto il successo che ha avuto (stanno riproponendo il format in tutte le varianti possibili) è perché in quei personaggi e in quelle storie comuni ci si indentifica volentieri e senza difficoltà. Merito anche di un montaggio intelligente. E poi troviamo, come in ogni date show, porzioni massive di un ingrediente molto apprezzato ultimamente: il cringe (anglicismo dilagante al punto che l’Accademia della Crusca ha dovuto istituzionalizzarlo).

Perciò, che lo guardiate con la bonarietà del filosofastro disincantato (che sa vederci l’emblema di questa nostra epoca accidiosa e narcisista), o con l’acume del sociologo curioso, o con il languore della romanticona melata, o magari col vagheggiante appetito di chi non ne può più di bazzicare sempre lo stesso squallido PornHub, io vi dico: servitevi pure, ché ce n’è per tutti. Ripulitevi da quella puzza sotto al naso, mettetevi comodi, e gustatevi (anche senza aver assaggiato la prima) questa seconda, stupida, sudata, spassosissima stagione di Too Hot to Handle.

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