billie eilish the world's a little blurry

Negli ultimi anni, parallelamente all’affermarsi delle piattaforme OTT come spazi di fruizione privilegiati nell’industria dell’intrattenimento, uno dei trend produttivi che sembra aver ingranato la giusta marcia è quello dei documentari monografici su una grande star della musica contemporanea, costruiti quasi sempre su una narrazione al confine tra autobiografismo e racconto del processo di produzione di un album. Sono questi i casi delle produzioni Netflix su Lady Gaga, Beyoncé, Taylor Swift, Shawn Mendes, Ariana Grande, giusto per citarne alcuni. Di recente però a richiamare su di sé l’attenzione è stata Apple TV+, che ha reso disponibile a partire dal 26 febbraio il documentario evento sul fenomeno musicale mondiale Billie Eilish intitolato Billie Eilish: The World’s a Little Blurry (qui il trailer).

Il documentario è diretto dal pluripremiato regista R.J. Cutler, vincitore di un premio Emmy per il docu-reality American High, il quale costruisce questo progetto a partire dalla personale folgorazione a seguito del suo incontro con Billie nel 2018, in un momento in cui era impensabile che quest’ultima sarebbe diventata l’icona pop che è oggi. Billie Eilish: The World’s a Little Blurry, infatti, è un viaggio on the road, un working through che segue l’esperienza privata e artistica di Billie dal 2018 fino al trionfo assoluto alla 62esima edizione dei Grammys del 2020, durante la quale la giovanissima artista californiana si è aggiudicata i cinque premi più prestigiosi, raccontando nel mezzo il making of del suo album di debutto When We All Fall Asleep, Where Do We Go?

In questo documentario il navigato regista R.J. Cutler adotta un registro estetico-narrativo molto semplice e genuino, abbandonando i più consueti espedienti del voice over e delle rivelazioni tipici del genere, privilegiando un discorso sulla rappresentazione del coming of age di Billie in quanto giovane donna e giovane artista. Se da un lato questo film sull’idolo Billie Eilish potrebbe configurarsi come il risultato di un’abile strategia comunicativa da parte della sua etichetta, la Darkroom controllata dalla Interscope Records, per centellinare la costruzione di un mito pop contemporaneo che ha già infranto ogni record, dall’altro però l’identificazione spettatoriale con la vita, le sofferenze e con lo sguardo di Billie, costituisce il punto di forza determinante dell’opera.

Nell’arco di un minutaggio piuttosto generoso, di circa 140 minuti, Billie ci rende partecipi dell’esperienza della sua crescita e del suo mondo interiore. Circondata dall’amore e dal supporto dei genitori sempre presenti, e accompagnata dal brillante fratello-producer Finneas lungo tutta la lavorazione del suo album di debutto, Billie ci racconta la sua paura per i mostri, ci illustra i suoi disegni orrorifici, e crea una relazione di profonda intimità con uno spettatore-confidente al quale confessa la sua depressione, i disagi della Tourette, e le ideazioni suicidarie e apocalittiche che per tanto tempo l’hanno accompagnata. E in questo nostro spiare ossessivo, seppur approvato dalla stessa Billie con una finalità squisitamente diaristica, conosciamo una ragazza piena di energia e di vitalità, afflitta dalla paura di non trovare un equilibrio tra ciò che vuole essere per il suo enorme pubblico e ciò che vuole essere per se stessa.

Billie Eilish: The World’s a Little Blurry è il diario di viaggio di una teenager meravigliosamente persa nel suo mondo che, con grande onestà, afferma di cantare soltanto ciò che conosce, ciò che ha provato. E nel ripercorrere la produzione dell’album When We All Fall Asleep, Where Do We Go? interamente registrato nella cameretta del fratello Finneas, non soltanto diventano chiari i significati e i sottotesti di tutte le tracce, ma emerge anche una potente autoriflessione sulla necessità da parte di una giovane artista di preservare la propria salute mentale combattendo la possibilità di essere gettata in pasto ai lupi dello Showbiz. Billie Eilish: The World’s a Little Blurry è un documentario emozionate e coinvolgente che sfida lo spettatore-fan a non esaltarsi sulle note di bad guy e a non piangere su quelle di listen before i go, e sebbene presenti come tutti gli analoghi del filone a cui appartiene certi motivi sensazionalistici, al tempo stesso è la necessaria testimonianza immaginifica di un fenomeno culturale generazionale.

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