
Nascondersi: l’atto di sparire, disgregarsi, eclissarsi dal mondo. Rimedio alla tensione impetuosa della vita, che ci costringe a guardare dallo spioncino di una porta o da un’anta di un armadio, l’andare imperterrito degli eventi. The Price of Goodbye (trailer), l’opera prima di Kwon Yong-Jae presentata alla 24° edizione del Florence Korea Film Fest, parla proprio di questo, tracciando tale timida azione in un discorso più grande: quello della famiglia e dei legami che ne derivano.
Quando il padre, in coma da diversi anni, finisce in condizioni critiche, l’infermiera Seon-young (Kang Mal-geum) organizza insieme a suo fratello Il-hoe (Bong Tae-gyu) un falso funerale per raccogliere soldi da parenti e conoscenti. Tutto questo per poter pagare le tasse scolastiche del nipote Dong-ho (Jeong Sun-beom) dati i troppi debiti accumulati dal padre che ancora fugge, da una città all’altra, per colpa degli strozzini.
The Price of Goodbye è un film sui nascondimenti. Tutti i personaggi vogliono, per certi versi, scomparire dalle dinamiche quotidiane: togliersi dagli occhi indiscreti e giudicanti di chi gli orbita attorno. Sembra l’unico rimedio possibile al trambusto imperterrito della vita. Nessuna responsabilità: solo corri e fuggi che dimenticano il vero ruolo di unione svolto dalla famiglia. Sono soprattutto i padri a nascondersi: tra le ante di un armadio oppure rinchiusi in un’ambulanza. La figura patriarcale, quindi, diventa sterile ma è il primo passo verso una degna ricostruzione del sistema familiare.

Ma a cosa porta questo ciclico ed estenuante nascondersi? A chiudersi in un agognante limbo. Limbo che proverà in tutti i modi a cessare di esistere, per la creazione di una nuova connessione familiare: dove i membri possono sentirsi compresi, capiti nel profondo. Ecco che ci viene posto un altro tema del film: il capirsi. Il-hoe e Seon-young sono fratello e sorella: un legame inossidabile di sangue. Ma da quando il padre è caduto in un coma irreversibile questo sembra essersi affievolito, crollato sotto il peso delle responsabilità. Sono troppo distanti: separati dall’essenza stessa della famiglia. E, infatti, per tutta la durata dell’opera cercheranno di affievolire questa discrepanza. Tutto ciò per trovare una nuova connessione, per avvicinarsi e, finalmente, colmare i loro vuoti. Ma, il finale, da questo punto di vista, ci lascia in dubbio e la restaurazione dei loro legami viene lasciata aperta. Come se fosse compito dello spettatore capire se, prima o poi, tutti i vuoti verranno, appunto, colmati.
La dark comedy di Kwon Yong-Jae funziona divinamente ed è sorretta da un ritmo intenso e da una struttura narrativa solidissima. In poco meno di un’ora compiamo un viaggio turbolento nella storia di una famiglia lacerata che mette a nudo le sue paure e debolezze. Noi spettatori usciamo dalla sala sapendo di aver riso nel tragico quotidiano di una vita altrui. Tragico che Yong-Jae vuole relazionare alla nostra società, ai nostri nuclei familiari, sempre più disuniti. Ricordandoci che anche nelle nostre umili vite, spesso, possiamo erroneamente giocare a nasconderci.

