
Romanzi, film e serie hanno tentato di immaginare il giovane Sherlock, riempiendo i vuoti lasciati da Conan Doyle con le più varie interpretazioni. La nuova produzione Prime Video, Young Sherlock (trailer), diretta nei primi episodi da Guy Ritchie e ideata da Matthew Parkhill, compie una scelta netta e in parte sorprendente: porre al centro della narrazione l’amicizia tra il protagonista e colui che sarà la sua nemesi, facendo di questo legame il vero motore emotivo della serie.
La serie, disponibile dal 4 marzo 2026, si apre con uno Sherlock Holmes diciannovenne appena uscito dal carcere di Newgate, spedito dal fratello Mycroft all’Università di Oxford nella speranza di tenerlo lontano dai guai, dove viene impiegato come tuttofare (scout). Il personaggio, interpretato da Hero Fiennes Tiffin, si configura immediatamente come un giovane troppo brillante per adattarsi alle convenzioni sociali, segnato da traumi familiari che emergono a poco a poco: la morte della sorellina Beatrice, un padre autoritario e assente, una madre internata in manicomio. È un ritratto che getta luce sulle crepe dell’uomo prima ancora che del mito, mostrando le radici della sua alienazione e della sua diffidenza verso il mondo.
L’elemento più interessante, tuttavia, risiede nell’incontro con James Moriarty. Il personaggio interpretato da Dónal Finn non è qui il genio del crimine già formato, ma un giovane carismatico e ambizioso, studente a Oxford, che riconosce in Sherlock un interlocutore alla sua altezza. Tra i due nasce un’amicizia intellettuale che diventa il cuore pulsante della narrazione. La serie dedica ampio spazio al loro rapporto, costruendo scene di confronto serrato e complicità che acquistano una dimensione quasi tragica proprio alla luce della conoscenza del canone: lo spettatore sa che quell’alleanza è destinata a infrangersi, e questa consapevolezza carica ogni loro interazione di una tensione sottile e costante.
Questa scelta narrativa spiega anche un’assenza che potrebbe altrimenti stupire: John Watson non compare. La narrazione è saldamente ancorata a un momento preciso della vita di Sherlock in cui il futuro compagno di avventure non ha ancora alcun ruolo. Il vuoto lasciato dal dottore è colmato proprio da Moriarty, e la serie ha il merito di non forzare l’inserimento di elementi estranei a questo equilibrio.

Sul versante della messa in scena, la regia di Guy Ritchie nei primi due episodi imprime al racconto il suo stile inconfondibile: sequenze dinamiche, rallenti, una colonna sonora che attinge al rock contemporaneo (Kasabian, Flogging Molly, Johnny Cash) e un’energia visiva che distanzia la serie dalle più classiche e compassate trasposizioni vittoriane. Il ritmo sostenuto, unito a una struttura narrativa che chiude ogni episodio con un gancio verso il successivo, produce un effetto di coinvolgimento che spinge alla visione continuativa.
Le ambientazioni meritano una menzione particolare. L’Università di Oxford, con i suoi chiostri, le biblioteche secolari e i refettori, diventa un personaggio essenziale. La fotografia esalta la dimensione gotica e al contempo maestosa dei luoghi, creando un’atmosfera che in più di un’occasione evoca i collegi magici del cinema fantastico, in particolare quelli della saga di Harry Potter. Non si tratta di una semplice citazione estetica: la suggestione contribuisce a costruire l’idea di un’istituzione antica che custodisce segreti, di un luogo iniziatico in cui il giovane Sherlock compie il suo apprendistato umano e intellettuale.
La caratterizzazione dei personaggi secondari sostiene l’architettura complessiva. Max Irons disegna un Mycroft Holmes distaccato eppure non privo di una sua complessità, mentre Joseph Fiennes presta il volto a un padre ingombrante e ambiguo. Natascha McElhone interpreta la madre Cordelia, figura sofferente e centrale nei ricordi del protagonista. Zine Tseng, nei panni della principessa Gulun Shou’an, introduce una dimensione internazionale nella cospirazione che fa da sfondo alla trama principale, mentre Colin Firth completa il cast nel ruolo del professor Sir Bucephalus Hodge.
Young Sherlock si configura dunque come un’operazione ambiziosa, che cerca di ampliare l’universo del personaggio senza limitarsi a replicare formule già sperimentate. La scelta di raccontare le origini di un’amicizia destinata a trasformarsi in inimicizia regala alla serie una fisionomia propria. Ne emerge un ritratto del giovane Holmes come figura vulnerabile e ancora in formazione, e insieme la genesi di un legame che, passato attraverso la complicità intellettuale, si incrinerà fino a diventare lo scontro più celebre della letteratura poliziesca.

