Spider-Man: No Way Home, la recensione: il coming of hero di Peter Parker

Spider-Man: No Way Home recensione film

Spider-Man: No Way Home (trailer) ci prende lì dove ci aveva lasciati il precedente capitolo. Al timone c’è ancora il curatore della trilogia dell’era Holland, Jon Watts, l’identità dell’amichevole ragno di quartiere è stata rivelata al mondo intero e le cose non vanno tanto bene per Peter Parker e chi vive a stretto contatto con lui. Le telecamere lo pressano da vicino, le fake news del The Daily Bugle 2.0 non gli danno tregua, la società che lo circonda è spaccata in due tra chi gli crede e chi ora lo disprezza («Spider-Man mi ha spinto, mi ha spinto!»).

Un peso non da poco da portare sulle spalle di un ragazzo che nei primi giri di orologio di questo nuovo film si ritrova a vivere i suoi ultimissimi giorni di scuola e fare domanda da ammissione per l’università, tra cui il tanto desiderato MIT. Cosucce che paiono di relativo conto, e che quindi contrastano benissimo con i conflitti di scala globale e addirittura cosmica (guardiamo anche a Eternals) alle quali siamo da sempre abituati con gli altri tasselli del Marvel Cinematic Universe.

Ma se c’è un valore aggiunto e di spiccato interesse nelle vicende dello Spider-Man impersonato da Tom Holland, è proprio l’essere ancorato a questo discorso qui, di essere incastonato all’interno di uno iato tra l’incasinata vita adolescenziale e il ruolo non tanto compreso di eroe. I film dedicati all’Uomo Ragno post-Raimi e post-Webb si sono ficcati nelle turbe di un sedicenne catapultato in un mondo dei grandi approcciato fino ad ora in maniera quasi puberale, con lo schermo del ludico e della battuta pronta come unici cuscinetti di sopravvivenza. Gli Spider-Man di Maguire e Garfield, unici punti di riferimento dei rispettivi universi chiusi, hanno subìto il peso delle proprie responsabilità maturando, soffrendo e pagando a caro prezzo la loro doppia-vita arrivando anche a perdere gli affetti più cari.

Spider-Man: No Way Home recensione film Tom Holland

Al Peter Parker di Holland mancava probabilmente ancora da compiere questo step fondamentale, di assunzione di un carico da sostenere in tutto e per tutto in prima persona, non filtrato dalla rete di sicurezza di un universo cinematografico condiviso pronto a fare da padre a quello che, appunto, è solo un ragazzo. Ma i padri ora sono morti (Tony Stark e Steve Rogers) e rimane una schiera di orfani a confronto con il trauma (pure Sam Wilson e Bucky Barnes così come li abbiamo visti in The Falcon and the Winter Soldier) e un lascito da raccogliere.

Così Spider-Man: No Way Home prosegue sulla strada intrapresa dal precedente Far From Home, che aveva iniziato a far esplodere le cose tra le mani del giovane Parker con un affascinante ragionamento sul valore del reale e di come la manipolazione di questo ponga di fronte a una lotta spesso impari. D’altronde le sfide senza speranza sono nel destino di un vero eroe, e di destino si parla molto in No Way Home. A partire dal modo in cui questo venga tentato di scacciare quasi infantilmente da Peter Parker ricorrendo all’aiuto del Dr. Strange di Benedict Cumberbatch, che accetta – in modo un po’ arrendevole – di mettere tutto apposto con un incantesimo per cancellare la memoria collettiva. Ma proprio come l’Internet non è in grado di dimenticare, le cose, come sappiamo tutti dall’immenso bombardamento mediatico veicolato da un anno e mezzo a questa parte, non andranno esattamente come ci si aspetta.

Ed ecco che il tessuto della realtà viene squarciato ancora una volta, non con i droni ultratecnologici di Mysterio, ma con una spaccatura che apre al tanto atteso e preannunciato multiverso pronto a far incrociare spaziotempo, personaggi e brand. Di sorprese, forse, non ce ne sono davvero, perché sul ritorno del Dr. Octopus di Alfred Molina, di Electro di Jamie Foxx e soprattutto del Goblin di Willem Dafoe si è costruita un’intera campagna pubblicitaria che ha fatto del chiacchiericcio speculativo una narrazione quasi a sé stante. Vizi e virtù dell’entertainment contemporaneo, orientato a un accrescimento di una cultura dell’hype volta a far saltare i confini e a inserirsi in quel continuum convergente che è il MCU, con il per niente scontato rischio di una svalutazione sempre più netta dell’opera come oggetto unico.

Spider-Man: No Way Home recensione film Tom Holland

Arrivati a questo punto del cammino dei Marvel Studios (qua siamo con Sony) di oggetto unico probabilmente non si può più parlare, ma c’è da riconoscere la sagacia con la quale Spider-Man: No Way Home sappia acquisire valore da questi ritorni-non ritorni prendendo traiettorie volte a valorizzare il protagonista di questo singolo spaziotempo. Sotto la natura da prodotto accentratore, come già lo fu (in altre misure) Avengers: Endgame, adeguatamento mescolato nella coerenza narrativa, si cela un percorso che agisce in maniera intelligente sul vero, e definitivo, coming of hero di Spider-Man. Il film di Watts si pone infatti come l’ultimo e mancante tassello dell’atto formativo di un ragazzo che s’ha da fare definitivamente non solo adulto, ma guida, designato portatore di un nuovo fuoco.

Quando l’oscurità spinge sui bordi però l’ingenuità si paga a caro prezzo e la buona volontà non sempre basta, si fa altare sul quale sacrificare qualcosa, forse tutto, e chiama in causa un senso di redenzione talvolta mascherato da vendetta che permea il cuore del film. È il valore da assegnare alle seconde occasioni, la lotta per trovare una bussola morale e afferrare ancora una volta le briglie della propria storia (per alcuni personaggi dentro e fuori la diegesi del testo, e questo è intrigante). Nel mezzo c’è una città e un mondo che si rendono un po’ troppo rapidamente secondari rispetto alle premesse dalle quali Spider-Man: No Way Home parte, ma quello in cui il film riesce meglio è il catturare un rinnovato valore emotivo che non può lasciare indifferente una volta che si gioca le proprie carte, tutte assieme, sullo (speriamo grande) schermo. Non si arriva mai a un vero e proprio culmine di spettacolarità, una cosa che sui 150 minuti si nota e un po’ manca, con una rinuncia all’apice di tensione al quale è favorito una gestione composta ed espositiva della nutrita dimensione corale.

È piuttosto un’adunata di sensazioni forti quella a cui punta Spider-Man: No Way Home, inglobate ancora nella dimensione intima di un fanciullo gettato giù negli abissi, dove perdersi è un attimo e dove magari serve un ultimo grande aiuto per andarsi a fare uomo. Il bisogno di un guardarsi in faccia tra il prima e il dopo di uno shock apparentemente insormontabile, unico trigger possibile di un unico grande destino finalmente pronto a essere abbracciato. In fondo, «Da grandi poteri, derivano grandi responsabilità».

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