Sakura: i nostri film preferiti sulla rinascita e trasformazione

Copertina Sakura

La Sakura è molto più di un semplice simbolo naturale in Giappone: rappresenta la bellezza effimera della vita, il suo continuo fiorire e svanire. Il cinema ha spesso trovato un linguaggio privilegiato per raccontarne il significato. Questo articolo collettivo raccoglie alcuni film scegli dai nostri redattori, titoli che attraverso la presenza della Sakura, esplorano temi universali come la rinascita e la trasformazione, offrendo uno sguardo delicato e profondo sulla sensibilità giapponese.

DRIVE MY CAR (2021; Ryusuke Hamaguchi)

Drive my car, recensione

Kafuku sale in macchina ogni mattina e lascia che sia Misaki a guidare. All’inizio sembra solo una questione pratica — la patente, il regolamento del festival — ma dopo un po’ si capisce che c’è dell’altro. Che forse è l’unico posto dove riesce a stare fermo. La Saab gialla attraversa Hiroshima e lui ascolta la voce di sua moglie sul nastro. Le battute di Čechov, registrate prima che morisse. È una cosa quasi insostenibile, eppure la fa ogni giorno, e ogni giorno regge un po’ di più. Tra lui e Misaki si costruisce qualcosa di raro — una presenza che non chiede niente in cambio, un silenzio condiviso dove Kafuku può finalmente togliersi di dosso la parte che recita tutto il giorno. La strada per Hokkaido, nella neve, verso la casa che ormai esiste solo nel ricordo. È lì che qualcosa si allenta. Bisogna arrivare fino in fondo a quello che si è perso per smettere di tenerlo a distanza — guardarlo davvero, lasciarlo stare dov’è. Kafuku torna con lo stesso peso di prima. Ma lo porta in modo diverso, come se avesse imparato, strada facendo, a conoscerne la forma.

Di Ermis Ntais.

THE BLUE SKY MAIDEN (1957; Yasuzō Masumura)

THE blue sky maiden, recensione

Se Yasuzō Masumura è oggi ricordato soprattutto per l’avanguardia dei suoi film più provocatori, spesso attraversati da pulsioni erotiche e da figure femminili intense, le sue prime pellicole invece segnate da toni decisamente più leggeri. Una di queste è The Blue Sky Maiden, una piccola gemma del 1957, tra i titoli più amati del regista, che segna anche la prima collaborazione con Ayako Wakao, destinata a diventare una delle sue interpreti più care. Nata come figlia illegittima, Yuko ha trascorso l’infanzia in campagna, lontano dal resto della famiglia. Dopo la morte della nonna, viene mandata a Tokyo per vivere con il padre, entrando però in una casa che la accoglie con ostilità e diffidenza. Le umiliazioni subite, tuttavia, non le spengono l’ottimismo che la contraddistingue, determinata soprattutto a incontrare la madre che non ha mai conosciuto. Come una moderna Cenerentola, la rinascita di Yuko trova la sua forza nella gentilezza e nell’idea che sopra di lei c’è sempre un cielo azzurro da poter ammirare. Un racconto di formazione che riflette anche le trasformazioni del Giappone del dopoguerra, diviso tra la modernità della metropoli, invasa dall’americanizzazione, e la quiete della campagna, ancora legata alla tradizione.

Di Giulia Mazzoneschi.

RYUICHI SAKAMOTO: CODA (2017; Stephen Nomura Scibile)

Sakamoto coda, recensione

Nel 2012 Ryūichi Sakamoto è in un liceo semidistrutto nella prefettura di Myiagi, a pochi chilometri da Fukushima. Accenna una melodia su un pianoforte superstite dello tsunami, gonfio d’umidità e ancora sporco di detriti. Uno strumento stonato, anzi, “riaccordato dalla natura” che si è manifestata nella grande onda per riappropriarsi di ciò che le appartiene. Sakamoto scopre di avere un cancro che potrebbe ucciderlo da un giorno all’altro come tra molti anni. Con la cinepresa discreta e sensibile dell’amico documentarista Stephen Nomura Scibile entriamo nella vita di un artista riservatissimo che all’improvviso avverte la necessità di raccontarsi. Lo vediamo, a un anno dalla diagnosi, fare colazione nel suo appartamento, prendere dei farmaci, chiedersi se sia il caso di tornare a comporre dopo il lungo periodo di pausa.

È impossibile non cogliere, dietro la compostezza un po’ ironica tipica dei sensei giapponesi, la paura della fine. Riavvicinarsi alla musica per Sakamoto è riavvicinarsi alla vita. Il film accompagna una ricerca intima che parte dalle macerie dello tsunami e arriva allo spazio siderale di Tarkovskji, passando per i laghi del Kenya e i ghiacciai antartici. È una meditazione luminosa e quieta, la celebrazione della vita e della sua natura effimera. Insieme al pianoforte annegato il cui suono emoziona più di quando era intatto, Sakamoto fiorisce nella sua ultima sakura.

Di Andrea Fei.

TETSUO (1989; Shin’ya Tsukamoto)

tETSUO, RECENSIONE

Tetsuo non si guarda, si subisce. Bianco e Nero, come una visione essenzialista della vita. Cyberpunk, forse più punk che cyber, più un Merzbau metallico di Kurt Schwitters che un Akira di Katsuhiro Otomo. Industriale, come la musica dei Nine Inch Nails, Einstürzende Neubauten e dei Throbbing Gristle. Un film che possiede un battito Motorik, il ritmo tedesco teorizzato da Klaus Dinger dei Neu!. Un ritmo in 4/4, ipnotico e inesorabile, come il passo dell’umanità verso la sua salvezza o la sua auto-distruzione. Nell’esordio di Tsukamoto, l’uomo rinasce dalla sua ruggine, come una fenice fatta di metallo. Niente più carne né ossa, solo lamiere e ferro. Il film si conclude con la promessa apocalittica di far rinascere il mondo, con una delle sequenze più allucinanti del cinema giapponese post-Crazy Thunder Road. Dove Videodrome si concludeva inneggiando alla nuova carne, Tetsuo promette la distruzione di questo mondo carnale. Ecco l’impero del metallo.

Di Francesco Pistelli.

HANA – BI (1997; Takeshi Kitano)

Hana-bi, recensione

La stagione della fioritura dei ciliegi giapponesi (Sakura) rappresenta una verità semplice e dolorosa: la bellezza esiste solo perché è destinata a svanire (Mono no aware). Una sensibilità che attraversa ogni immagine di Hana-bi, l’opera con cui Takeshi Kitano trasforma questa tensione tra vita e morte nella struttura stessa del film. Così il titolo “Fiori di fuoco” ne diventa fin da subito il manifesto. La storia di Nishi (Takeshi Kitano), ex poliziotto segnato da perdita e senso di colpa, prende forma dentro questa consapevolezza della fine, resa ancora più tangibile dalla malattia della moglie Miyuki (Kayoko Kishimoto). In questo fragile microcosmo il cineasta giapponese modula continuamente i suoi registri emotivi. Se nelle prime battute il film sembra muoversi dentro un territorio melodrammatico e tragico, i momenti condivisi dalla coppia danno vita a brevi fioriture narrative, fatte di gesti assurdi e gag silenziose. Una comicità mai consolatoria, che non attenua la tragedia ma permette di abitarla. Parallelamente, la rappresentazione della pittura apre un discorso sul dolore e la sua sublimazione, ma è il mare, con il suo movimento incessante e circolare, a consegnare l’immagine più radicale del film: la vita continua, come le onde continueranno a infrangersi sulla riva.

Di Lorenzo Chiani.

UGETSU MONOGATARI (1953; Kenji Mizoguchi)

Ugetsu monogatari, recensione

Alla fine del XVI secolo la terra del Giappone è inaridita dai saccheggi e dai soprusi. Quando la guerra raggiunge il villaggio dell’umile vasaio Genjuro (Masayuki Mori), questi vede in essa l’occasione giusta per fiorire. Tentato dalla possibilità di arricchirsi, Genjuro compie assieme al cognato Tobei (Eitarō Ozawa) un pericoloso viaggio per vendere le proprie ceramiche in una città vicina. Decidendo di abbandonare le rispettive mogli, i due uomini varcano però una soglia fatale che li conduce in un reame sospeso tra realtà e illusione. Ponendo al centro della storia le debolezze valoriali dei suoi protagonisti, Kenji Mizoguchi ne denuncia la decadenza morale e al contempo li proietta in un sofferto percorso di autorivelazione. La trascuratezza nei confronti delle proprie compagne e il desiderio di un rapporto esclusivamente idealizzato col femminile fanno sprofondare i due uomini in un’estasi illusoria e narcisistica, all’interno della quale diventano da un lato tragicamente succubi di incontri fantasmatici, dall’altro inconsapevolmente responsabili della creazione di traumi invisibili. Ugetsu monogatari ricorda come l’esperienza del dolore e il crollo della finzione siano però le prerogative necessarie per l’accesso alla riappacificazione con la verità e al proprio rinnovamento.

Di Nickolas Stefani.

VITAL (2004; Shin’ya Tsukamoto)

Vital, recensione

Un incidente stradale. Lui sopravvive, lei muore. Ecco il tragico, il dramma più infimo, l’arrivo della morte e la fine della vita. Hiroki, studente di medicina, perde la memoria. Ritornando, dopo un periodo di pausa dai suoi studi all’università, si accorge, nelle lezioni di anatomia, di star lavorando sul corpo della compagna – Ryôko – deceduta. Vita, morte e rinascita si fanno spazio nel film forse più intimo e drammatico di Shinya Tsukamoto. In Vital il corpo diventa studio, materia vivida, centro dell’essenza. Una via per elaborare il lutto, accettare il patto tra l’essere e l’essere stati: promulgato dall’arte dall’inizio dei tempi. Tsukamoto non rinnega il suo stile frenetico e iperbolico: ci dona immagini forti, smodate, sempre ritmiche ma mai eccessive. Hiroki si muove nello spazio come un’anima sola in cerca di risposte: in bilico tra ciò che è stato, con Ryôko, e ciò che dovrà continuare ad essere. Ecco che la rinascita non diventa corporale ma psicologica, emotiva, puramente esistenziale. Hiroki elabora attraverso delle illusioni: proiezioni mentali che si fanno materia (come in quelle del Karsh di The Shrouds) che diventano forma, cercando di attuare una rinascita speranzosa in un corpo giovane ancora pieno di vita.

Di Francesco Rosati.

LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKU (2015; Naomi Kawase)

Le ricette della signora Toku, recensione

In Le ricette della signora Toku, Naomi Kawase osserva il mondo attraverso occhi delicati e attenti: quelli di Tokue (Kirin Kiki), un’anziana che porta con sé una vita segnata dalla lebbra e dall’esclusione sociale, ma anche dal desiderio instancabile di cucinare dorayaki. Il film si apre con la fioritura dei ciliegi, simbolo di rinascita, che anticipa il cambiamento di Sentarô (Masatoshi Nagase), gestore del locale, e Wakana (Kyara Uchida), giovane cliente abituale. Tokue entra nel piccolo locale e, con pazienza e dedizione, prepara la marmellata Anko di fagioli rossi azuki, mostrando come ogni gesto, anche il più semplice, possa racchiudere cura e attenzione. È così che Sentarô, inizialmente distante e disilluso, riscopre il valore del proprio lavoro e della perseveranza. Un insegnamento che trova la sua manifestazione nell’immagine finale della fioritura dei ciliegi, dove la rinascita non si rivela un cambiamento immediato, ma un percorso silenzioso e costante.

Di Geanina Rotaru.

STILL WALKING (2008; Hirokazu Kore-eda)

Still Walking, recensione

In Still Walking, Kore-eda trasfigura il lutto domestico in una forma sommessa di rinascita, profondamente consona a una sensibilità giapponese in cui non rigenerazione non coincide con rottura, bensì con una persistenza trasformata. Il film non mette in scena una catarsi occidentale, spettacolare o risolutiva; preferisce il ritmo quasi vegetale della memoria, sedimentato nei gesti, nei cibi, nei silenzi, nei piccoli attriti familiari. La rinascita qui non è l’oblio del morto, ma la lenta reintroduzione dei vivi in un ordine temporale che il trauma aveva incrinato. In questo senso Kore-eda si avvicina a una nozione quasi stagionale dell’esistenza: come nelle estetiche giapponesi del mono no aware, ciò che passa non si annulla, ma lascia una vibrazione che rende più intensa la continuità del vivere, che produce una fragile resurrezione quotidiana.

Di Edoardo Nobili.

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