Homebound, la recensione: verso il sogno indiano

Homebound, recensione

Homebound (trailer) è il secondo film di Neeraj Ghaywan, presentato a Cannes nel 2025 nella sezione Un certain regard, acclamato al Toronto Film Festival, a Dicembre entrato nella shortlist dei 15 film stranieri dell’Oscar 2026. Lo script, tratto da un articolo del New York Times del giornalista Basharat Peer, è ambientato in India durante il periodo del Covid. Martin Scorsese coinvolto da Dharma Productions come produttore esecutivo, racconta in un’intervista di essere stato colpito da questa storia così umana e universale e di aver sentito la necessità che il pubblico americano la vedesse.

Shoaib Alì (Ishaan Khatter) e Chandan Kumar (Vishal Jethwa) sono due amici inseparabili nel film e due giovanissime star di Bollywood, che negli ultimi anni, oltre alla produzione di musical, si è orientata verso film più impegnativi. Prima di Homebound non potevamo ben immaginare cosa significasse essere “intoccabili” in India, cioè appartenere alla casta sociale più in basso di tutte e per questo relegata a poter ricoprire solo le mansioni più umili (nonostante la Costituzione del 1950 ne abbia sancito l’abolizione). Significa vivere ai margini della società, non poter indossare neanche le scarpe, fare i lavori più degradanti, non avere accesso a sanità e istruzione. Ugualmente far parte della minoranza musulmana è motivo per i colleghi di trattarti come quello che porta il caffè anche se sei il venditore migliore della compagnia. Per Shoaib e Chandan condividere lo stesso sogno di entrare a far parte del corpo di Polizia indiano coincide con l’unico modo per acquisire un’identità sociale. Sono disposti anche a mentire sulla propria casta d’appartenenza per essere finalmente rispettati e non essere più considerati dei “topi”.

«Bisogna credere possibile di potersi sedere alla tavola della società prendendo posto con una sedia e non più stando a terra», spiega Sudha (Janhvi Kapoor) a Chandan mentre lo incoraggia a iscriversi all’università. Scorsese afferma che in questa storia la disperazione è raccontata insieme alla gioia di vivere dei protagonisti e per questo è così umana e emozionante. La fluidità della sceneggiatura consiste proprio nell’equilibrio tra momenti tragici e tragicomici che rendono le difficoltà sopportabili e il film mai noioso. Quando l’amicizia tra i due verrà messa a dura prova dall’esito del concorso in Polizia, sarà la necessità di superare insieme le discriminazioni a renderla indispensabile e a svelare la sua essenza.

«La palla prende vita solo quando vola in aria» dice Chandan a Shoaib mentre giocano a cricket, «finché è a terra è come inanimata» .Una casa con un vero tetto e scarpe da poter mettere ai piedi rovinati di sua madre è quello che Chandan desidera più di tutto. Ma il suo non è il sogno americano dove la ricerca della felicità si conclude dopo aver superato alcune prove. Qui si tratta di affrontare un’apocalisse come il lockdown durante il Covid in India. La strada verso casa è lunga centinaia di chilometri da percorrere a piedi, desertica, senz’acqua, con il rischio di essere presi a bastonate dalla polizia e di non tornare vivi.

L’India è un paese che conosciamo poco a cui grandi registi italiani come Rossellini e Pasolini si sono interessati cercando di restituirne un’idea priva di pregiudizi attraverso i loro documentari. Questo film sceglie di parlare del razzismo presente nella sua società affidandosi allo stile del racconto d’avventura con una regia classica che procede in un crescendo di pathos che alla fine non può che raggiungere il cuore dello spettatore. Una storia vera d’amicizia profonda, di fratellanza rara che forse solo nel dolore può nascere e fare di due amici un’anima sola. Ghaywan, il regista, dichiara di aver affrontato lo stesso viaggio di Chandan e Shoaib per intraprendere la sua carriera, arrivare a essere prodotto da Scorsese e rendere possibile il sogno indiano.

Al cinema.

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