#RomaFF21: Rocky sono io, la recensione del film di Peter Farrelly

Rocky sono io recensione film Peter Farrelly Festa del Cinema Roma

Sette. Sette applausi durante la proiezione. Dove sta il valore di un film? Nella storia che racconta, nella sua bellezza estetica, nel suo messaggio o nella sua capacità di coinvolgere il pubblico? Se consideriamo quest’ultimo aspetto, allora Rocky sono io (trailer), il nuovo film di Peter Farrelly, ha sicuramente centrato l’obiettivo.

Quella del pugile di Filadelfia è una di quelle storie diventate parte integrante del nostro immaginario. Magari il film non lo avete neanche visto, ma ne canticchiate la colonna sonora e riciclate le battute più iconiche. Chi pensa che Rocky sia solo un film sulla boxe non si è accorto di avere a che fare con molto di più: non parla di sconfiggere avversari sul ring, ma di battere le proprie insicurezze, parla di crescita personale, parla d’amore. E in pochi sanno che quella di Rocky è una storia vera. Non c’è un pugile e non siamo a Filadelfia, siamo a New York e c’è un attore. Il vero Rocky si chiama Sylvester Stallone.

Un attore squattrinato rincorre il sogno della fama barcamenandosi tra lavori precari e denigranti finché arriva la grande occasione che cambia la sua vita. Una storia banale e straordinaria, era un obbligo farne un film. E Peter Farrelly è riuscito a immergerci completamente in quell’universo, in quell’America degli anni ’70 fatta di grandi speranze e grandi delusioni. In Rocky sono io la cosa più evidente è il grande lavoro che è stato fatto per ricostruire con la massima fedeltà le scene principali del film del 1976. E questa è la sua carta vincente perché il pubblico quelle le scene le conosce a memoria e si è sentito gratificato nel vederle riproposte con tale precisione, esattamente come le ricordava. In questo Rocky sono io si avvicina quasi più a un documentario che a un biopic.

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A tal proposito, non possiamo non parlare dell’incredibile performance di Anthony Ippolito, che ha ricevuto il Premio Progressive alla Carriera alla ventunesima Festa del Cinema di Roma. Per due ore e mezza siamo convinti di avere davanti il vero Sylvester Stallone, tale è la somiglianza tra i due. In conferenza stampa, l’attore e il regista hanno spiegato il grande lavoro dietro la costruzione del personaggio: gli allenamenti per ottenere la trasformazione fisica necessaria, lo studio per riuscire a parlare allo stesso modo di Stallone. E tutto questo grande lavoro è visibile fin dalla prima scena, dal momento in cui il giovane Sylvester inizia a parlare e ci sembra di ascoltare davvero la sua voce (purtroppo è probabile che questo aspetto si perda nella versione doppiata). C’è un momento in cui l’attore svanisce totalmente nel personaggio, in cui Ippolito diventa Stallone e Stallone diventa Rocky. Sul set, Stallone improvvisa la scena in cui il pugile, a casa sua, si sfoga contro l’allenatore Mickey, colpevole di non averlo mai aiutato. Quello è il suo “The thing”, il momento in cui dimostra di essere un grande attore e parallelamente è anche il “The thing” di Ippolito, l’istante in cui, come ha dichiarato Peter Farrelly, tutti hanno capito che Rocky sono io sarebbe stato un buon film.

La storia del “bum” di Filadelfia vive nel nostro immaginario da cinquant’anni e Peter Farrelly l’ha ripercorsa, arricchendola di aneddoti, in un omaggio che sarà molto apprezzato dal pubblico.

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