#RomaFF20: Hedda, la recensione del film di Nia DaCosta

Hedda, la recensione del film di Nia DaCosta al RomaFF20

Da qualche parte in un’Inghilterra del dopoguerra due poliziotti sono seduti di fronte ad una ricca signora, pronti a interrogarla a seguito di un misterioso fatto avvenuto alla festa in casa sua e del marito. «Signora Tesman» la chiamano, ma lei li corregge: «Hedda va bene».

Una dichiarazione di intenti per parlare di Hedda (trailer), presentato nella categoria Grand Public alla ventesima edizione della Festa del cinema di Roma, scritto e diretto da Nia DaCosta e tratto dall’omonima opera di Henrik Ibsen. O meglio, quasi omonima, dato che Ibsen l’ha intitolato Hedda Gabler, mentre adesso la protagonista invita, col suo nome proprio, ad un racconto più da vicino e mirato a scorgere le sfumature del suo personaggio. Un modo diverso per chiedersi: chi è davvero Hedda?

Per capirlo, dobbiamo rivivere con lei la festa che sta cercando di raccontare nei dettagli. La magnetica Tessa Thompson veste i panni della ricca figlia di un generale appena sposata con George Tesman (Tom Bateman), un professore universitario. I due stanno per dare una festa nella loro nuova ed elegante casa, un evento importante in cui convergono gli amici alternativi di Hedda e gli accademici colleghi di Tesman. È invitata pure Eileen Lovborg (Nina Hoss), una professoressa in corsa per la stessa cattedra di Tesman e appartenente al passato di Hedda. La presenza di Eileen alla festa provoca in Hedda le reazioni più disparate, non solo per la sua ricomparsa, ma perché adesso è al fianco di un’altra donna, Thea (Imogen Poots), con cui ha scritto un libro (che vuole presentare proprio quella sera) e che, a detta sua, la rende una donna migliore. E questo la padrona di casa non può proprio sopportarlo.

Hedda è una donna pragmatica e seducente che non ha paura di manipolare, di piegare ogni sguardo al suo volere, che sia l’ingenuo marito o il giudice Brack (Nicholas Pinnock). Già l’opera teatrale aveva riscosso numerose critiche per la controversa protagonista, una donna attaccata alla ricchezza e al prestigio, disposta a far quel che può per mantenerli. Ibsen è uno dei drammaturghi più limpidi nel descrivere la distruzione dello stato borghese novecentesco e dei suoi valori usando dei personaggi marginalizzati per mettere in mostra attraverso i loro occhi l’ipocrisia del periodo. Hedda è proprio questo, e DaCosta la usa per complicare le carte in tavola.

Facendo sua la lezione di Ibsen, DaCosta trasforma l’originariamente professor Lovborg in una donna, rendendo il film profondamente queer. La marginalizzazione è più complessa perché la conversazione adesso può permettersi di essere più complessa e Hedda ci parla attraverso più sfaccettature, come l’essere una donna nera in un mondo di bianchi. Così si attualizzano le opere, prendendo ciò che c’è di urgente nell’originale e traslandolo alle problematiche moderne.

«Hedda Gadler ama solo se stessa», dice Eileen al signor Tesman, «e Hedda Tesman non esiste». Perché il film è il disperato tentativo di Hedda di mantenere intatta la sua individualità a partire dal suo stesso nome, ripetuto di bocca in bocca per tutto il film come una litania: un mondo di persone che tenta di definirla e di relegarla ad un ruolo che ha voluto solo perché sa che l’unico modo per le donne di ottenere prestigio e potere. Anche se il suo desiderio reale sarebbe Eileen, ma sa che non può averla. E se non può averla, le rimane solo odiarla con la stessa passione con cui un tempo l’ha amata. Le due donne sono due facce della stessa medaglia: entrambe desiderose di una vita diversa rispetto a quella loro concessa. Ma se Hedda sembra disillusa sul suo destino e per questo pronta a ingannare, Eileen è convinta di poter ancora sedersi al tavolo degli uomini di potere giocando ad armi pari.

Nia DaCosta firma un film curato e ipnotico dalla scrittura alla regia, un labirinto di colori e dettagli impeccabili in cui il nome di Hedda echeggia tra le pareti cercando una via d’uscita da quel mondo. Attraverso una colonna sonora coinvolgente e straniante al tempo stesso veniamo guidati in un unico ambiente che si rivela tanto bello quanto illusorio, come il controllo che Hedda ha realmente della vita che si è scelta. E proprio come la sua vita, la festa non può che trasformarsi in una trappola.

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