
Non dev’essere facile nascere figlia di uno dei cineasti più influenti in assoluto della tradizione del cinema americano, autore di una delle saghe horror più rilevanti per stile adottato e argomento trattato nella storia del genere sul grande schermo. Che peso deve portare Tina Romero sulle spalle, quello del nome del padre – George A. Romero – e quello della maggiore eredità che questi ci ha lasciato sinora, il ciclo di film aperto con La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead; 1968), per chiudersi con Survival of the Dead – L’isola dei sopravvissuti (2009).
A dire il vero, proprio in questo momento la saga sta trovando nuova vita. C’è un recentissimo film che nel titolo esibisce un richiamo esplicito, non mancando di un pizzico di giocosa provocazione, al lavoro di Romero padre, portando per firma il nome di Romero figlia. Quando la montagna innalzata dal genitore sparge sulla vita dell’erede un’ombra imponente, al figlio restano tre vie per non venirne fagocitato: evitare il confronto con l’eredità famigliare, scegliendo di definirsi attraverso altro; confrontarsi con tale eredità, facendosi autore di un proseguo che ne sia rispettoso e all’altezza; attingere dalla stessa eredità per rimaneggiarla tramite la creazione di un prodotto che tanto ne conserva i connotati originari quanto se ne allontana per perseguire finalità inedite e differenti.
La prima via sembrerebbe la più facile, la seconda la più difficile, la terza quel giusto compromesso che, comunque, per vedere realizzazione, richiederebbe una grande dose di intelligenza, anzi furbizia autoironica. La terza è anche la strada imboccata da Tina Romero che, con il suo Queens of the Dead (trailer) – presentato nella sezione Freestyle della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma –, non cambia la storia del cinema, ma si serve dell’immaginario ereditato per raccontare e commentare il contemporaneo, senza pesantezza né presunzione, piuttosto con brillantezza pop in stato di grazia.
Queens of the Dead è glitter e paillettes, camp e sassiness (difficile trovare un termine italiano che ne renda pienamente il significato, ma ‘sfacciataggine’ ne potrebbe essere considerata una traduzione abbastanza aderente, per quanto inevitabilmente blanda). Queens of the Dead è anche celebrazione del sistema più prezioso attorno a cui la comunità LGBTQ+ si organizza e, grazie a cui, in non pochi casi purtroppo, sopravvive: quello della chosen family – ‘famiglia di elezione’ –, l’insieme delle persone segnate anche loro da percorsi di scoperta, esplorazione ed accettazione e/o affermazione della propria sessualità o identità di genere, dalle quali ci si lascia circondare e che finiscono per sostituire o affiancare i più importanti affetti famigliari.
Il capitolo della saga iniziata con La notte dei morti viventi ideato da Romero figlia non stupisce né per scrittura né per regia, che risultano anzi piuttosto elementari. E allo stesso tempo esegue con ammirevole naturalezza un’operazione interessantissima: che sia stato voluto o meno, si pone come manifesto di un moderno tipo di divismo cinematografico, che ci si prende qui la libertà di definire divismo queer. Dominique Jackson, il volto più iconico della commovente serie Netflix targata Ryan Murphy Pose (2018-2021). Jack Haven, protagonista di una delle più tenere e delicate storie d’amore saffiche della serialità coming-of-age in un altro originale Netflix, Atypical (Robia Rashid; 2017-2021). Katy M. O’Brian, La Roccia che nel più recente lavoro dell’autrice britannica Rose Glass, Love Lies Bleeding (2024), interpreta il love interest di colei che è forse la più grande dykon (‘icona lesbica’) dei nostri tempi: Kristen Stewart. Nina West, la Miss Congeniality dell’undicesima edizione di RuPaul’s Drag Race (2019).
Il cast di Queens of the Dead è pieno di stelle, che messe insieme generano un cocktail letale, soprattutto per lo spettatore del cui bagaglio di reference fanno da punti cardine i titoli sopracitati. La visione, però, si consiglia anche a coloro che con questi non fossero famigliari, perché il carisma di Jackson o West, ad esempio, non ha bisogno di presentazioni. Cattura e basta.

