Pose e il futuro della narrazione seriale LGBTQ+

Nel settembre di quest’anno si è conclusa con la terza stagione Pose (trailer), la serie tv FX disponibile in Italia su Netflix ideata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals che fin dal suo esordio nel 2018 è stata al centro dell’attenzione dei media.

Il contesto di Pose è abbastanza noto: ambientata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 a New York, la serie è calata nella sottocultura LGBTQ+ del tempo, in particolare focalizzandosi sulla “ballroom scene” della città, popolata da comunità nere, latine e non-bianche e del significato profondo che andavano ad assumere al di là del mero spettacolo e intrattenimento. La serie esplora ogni aspetto di questa cultura, dalle riflessioni sulla performatività del gender, all’influenza che ha avuto sulla moda e sulla musica mainstream, ma soprattutto si concentra sul senso di famiglia e di comunità che creava, con l’organizzazione dei partecipanti dei ball divisi in “houses” che costituivano delle vere e proprie famiglie per chi una famiglia non l’aveva più. In occasione della sua chiusura con la stagione finale, è il momento di tirare le somme del suo successo.

Con Pose ci troviamo di fronte a una serie che in sole 26 puntate è riuscita a costruire un immaginario iconico: la sua natura corale aiuta nel tratteggiare un affresco colorato di personaggi così diversi tra loro, caratterizzati in modo da essere memorabili agli spettatori. Possiamo infatti assistere alle vicende di Angel (Indya Moore), dolce, introversa e ingenua, Blanca (MJ Rodriguez), madre tenera, protettiva e tenace, Elektra (Dominique Jackson), determinata, egoista e calcolatrice o Pray Tell (Billy Porter), figura paterna a volte arrogante ma sensibile. Ogni personaggio è poi caratterizzato con cura e affronta un arco di crescita notevole.

La novità straordinaria della serie è che nella narrazione di queste soggettività marginalizzate non c’è patetismo: i personaggi soffrono e affrontano ostacoli che sono certamente specifici alla loro condizione derivata dall’intersezione di identità di genere, race, orientamento sessuale e classe sociale, ma non si scade mai nel “trauma porn”. È una serie – in ciò – più che mai intersezionale.

Lo storytelling di Pose è vincente nel suo unire universale e particolare: nonostante sia esplicitamente vicina al mondo e alle esperienze queer, i temi che tratta riescono a toccare anche lo spettatore che ne è totalmente al di fuori. La ricerca dell’identità, la solitudine, la discriminazione, la povertà, la malattia, il lutto e la famiglia sono solo alcune delle tematiche affrontate dalla serie la quale riesce a creare empatia, identificazione e senso d’appartenenza.

Mostrando quindi un ensemble cast composto da donne transgender, uomini gay, drag queen e persone gender-non-conforming, la serie tocca anche dei temi inediti per la televisione e per le serie LGBTQ+, questioni che si avvicinano alla queer theory, riflettendo sulla performatività del gender butleriana – d’altronde Pose è largamente ispirato al documentario Paris is Burning (1994), analizzato attentamente da Judith Butler nel suo Bodies That Matter – e sulle questioni già sollevate da bell hooks sul drag e sulla sua problematicità nel ripetere e performare gli stereotipi di una bianchezza “colonialista” e prevaricatrice (ci troviamo anche negli anni del trumpismo e della cultura yuppie che la serie mette in scena) e sulle riflessioni riguardante l’uomo omosessuale in drag e il suo creare una specie di “parodia” della donna.

Nella rappresentazione di questi temi e personaggi, Murphy, considerato uno degli showrunner più potenti d’America, tenta di fare un passo indietro organizzando un team professionale inclusivo e preparato: oltre che dai tre creatori, la writers’ room risulta composta da Janet Mock, giornalista e attivista transgender e da Our Lady J, compositrice e sceneggiatrice, già celebre per l’acclamata serie Transparent (2014-2017). Tra i consulenti di Pose, oltre alla regista di Paris is Burning Jennie Livingston, figurano anche personaggi realmente appartenuti alla ball culture degli anni ’80 come Hector Xtravaganza, Skylar King e Sol Williams. Oltre ciò, Pose è la serie che possiede il maggior numero di attori transgender nel cast e nella crew in tutta la storia della televisione, costituendo quindi un modello straordinario senza precedenti.

Tutta questa cura nell’avvicinarsi a un mondo poco conosciuto dal pubblico mainstream – che comunque si sta sempre più abituando a questo tipo di narrazioni – è sintomo di una consapevolezza che va sempre più a diffondersi anche nella televisione delle grandi piattaforme streaming e di una sensibilità che permette a storie e personaggi inediti di emergere. Negli ultimi anni, infatti, il panorama seriale si è costellato di opere ideate, scritte e dirette da personaggi interni alla comunità LGBTQ+ come The L Word: Generation Q (2019-), Feel Good (2020-2021), It’s a sin (2021-), dimostrando che è davvero arrivato il momento dove l’inclusività non deve più essere un token, ma deve iniziare a investire anche e soprattutto l’aspetto produttivo dietro le quinte.

Con 22 premi vinti – tra cui un Emmy – Pose riscostruisce un pezzo di storia degli Stati Uniti, partendo dalla New York degli yuppies, fino a raccontare la crisi dell’AIDS e la presidenza di Rudy Giuliani attraverso un sguardo nuovo e inedito che pone al centro le storie di quei soggetti che sono sempre rimasti ai margini, che adesso rivendicano finalmente il potere di raccontare in maniera autentica la propria storia.

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