
Forse Sofia Coppola, con Gus Van Sant e Wes Anderson, ha incarnato la proposta registica più riconoscibile nel panorama del cinema neomoderno americano. Proponendosi di superare la realtà caotica offerta dall’esperienza post-moderna agli inizi degli anni 2000, Coppola ha saputo costruire un suo universo filmico composto da stilemi spesso riconducibili e soprattutto da una spiccante vena autoriale.
Dopo lo shock eclatante, generato dall’uscita in sala del suo primo film, Il giardino delle vergini suicide e il successo globale di Lost in Translation, la regista figlia d’arte sciorina la sua ossessione pop con Marie Antoinette (trailer), destinato a diventare un vero e proprio manifesto programmatico. Con questo film, strafischiato a Cannes nel 2006, ma oggi diventato un cult tra i più acclamati, Sofia Coppola rivoluziona gli stilemi del film in costume come nessuno aveva mai osato fare prima. Così, in mezzo a parrucche, ventagli, dolcetti sfornati dalle migliori boulangeries parigine, vestiti sfarzosi e scarpette a punta con gioielli in pieno stile settecentesco, appare a circa metà film, sulle note di I Want Candy, un paio di Converse color lavanda. Questa trovata, voluta dal fratello della regista, Roman Coppola, simboleggia la destoricizzazione a più riprese del personaggio e dell’intera storia.
Già dai primissimi secondi del film, appare lo stile pop in tutta la sua policromia. Infatti, i titoli di testa color fucsia, accompagnati dalla musica punk rock Natural’s not in it dei Gang Of Four, introducono la figura della protagonista Maria Antonietta (Kirsten Dunst), facendone emergere subito la sua unicità. Sdraiata su una dormeuse, circondata da dolci di ogni tipo, affonda svogliatamente il dito nella panna e guarda in macchina in modo provocatorio, mentre una cameriera inginocchiata le infila dolcemente le scarpette, fucsia anch’esse. Scenografia, musica e vestiario manifestano la natura poliforme del film, dandoci letteralmente “un assaggio” di quello che andremo a vedere.

L’accostamento cromatico dei colori pastello, alternati nelle loro tonalità calde e fredde tipiche della pop art, modulano l’andamento ritmico della trama. Tutto lo scomparto scenotecnico sembra sottostare a questa rigida ma piacevole volontà, a partire dalla musica. L’alternanza di canzoni moderne a brani classici contribuisce a rendere il racconto atemporale e a cadenzarne i momenti. Per stessa ammissione della regista, la musica classica accompagna tutte le scene di vita adulta a corte, mentre quella contemporanea, in un mix di generi pop, new wave, post-punk, elettronica e rock, segue le parentesi più adolescenziali, che denotano lo spirito libertino e compulsivamente consumistico tipico di quell’età.
Pur non essendo un film in costume tradizionale, anche gli abiti giocano un ruolo fondamentale. Questi, opera della costumista italiana Milena Canonero e dello stilista spagnolo Manolo Blahnik, si intrecciano perfettamente con la verticalità delle acconciature settecentesche, contribuendo alla costruzione di un’immagine eccentrica delle dame di corte, effigiate in atteggiamenti ridicoli per la loro epoca, più adeguati alle eroine dei cartoni animati contemporanei che al l’immaginario del tardo Rococò. Se a questo aggiungiamo l’eccesso cromatico delle scenografie di K.K. Barret, anch’esse sospese tra tra il lusso sfrenato del passato e l’eccentricità del pop moderno, il quadro si completa.
Allora, il dramma storico della regina più odiata di sempre viene completamente ribaltato, prediligendo uno studio più introspettivo, di rivalutazione e gentilezza. Così, l’andamento narrativo della vicenda finisce per rifuggire completamente dal giudizio storico e spietato che spesso viene riservato ai sovrani di un certo tempo. Ma, al contrario, segue le vicende di Antonietta come si farebbe con un’adolescente comune che, essendo tale, vive le difficoltà e le perdizioni di ogni ragazza, con l’aggravante di essere catapultata in una nuova vita, in una nuova realtà onerosa e opprimente.
La reggia di Versailles sprigiona lusso da tutte le pareti, lasciando intendere la frivolezza e la comodità di una quotidianità perfetta. Eppure la Coppola ne mette in luce i particolari più celati, che solo gli occhi della comprensione possono carpire. Dolore, frustrazione, vuoto e solitudine emergono lasciandoci attoniti, riuscendo nel difficile compito di farci empatizzare con una figura impressa nell’immaginario comune per la sua ostentazione e spietatezza, più che per il suo coraggio ed innocenza. Così la famosa frase attribuitagli «che si mangino croissant», riferita al popolo che non aveva il pane, diventa una grossa menzogna, accreditata e architettata perfettamente dai suoi detrattori e capace, per arguzia, di far ingelosire anche i moderni disinformatori.

Non è la prima ne sarà l’ultima volta in cui Sofia Coppola investiga le profondità emotive della condizione femminile. Questa, che ne diventerà sempre di più la cifra stilistica, viene sviscerata con particolare attenzione e dovizia, disvelando una delle sensazioni più diffuse e al contempo più opprimenti che imperversano in particolare modo le generazioni di giovani ragazze: il timore insopportabile di deludere le aspettative. L’esempio di Marie Antoinette in tal senso è lampante e non necessita di particolari delucidazioni. Ma se ci fermassimo alla sola analisi storica dell’ultima regina consorte di Francia, rimarremo ciechi, nell’incapacità di percepire l’insieme.
Appare evidente, infatti, che il film parli della regista stessa, poco più che ragazza al tempo delle riprese, ereditiera di un nome talmente significativo da rappresentare un fardello pesantissimo. Sofia, figlia del grande Francis Ford Coppola, per di più decisa a seguire le orme del padre sfidandolo nel suo stesso campo, non ha certo potuto conseguire una crescita professionale comparabile con la maggior parte dei suoi colleghi. Lanciata da quest’ultimo e, perciò, ancor più costretta a vivere sotto la sua ombra, che in parte ne impediva il brillio, chi meglio di lei può capire gli sguardi giudicanti, le gelosie sprezzanti e i continui paragoni e svalutazioni vissute da Antonietta.
In questo modo, Marie Antoinette non diventa solo simbolo di una rivoluzione pop travolgente, ma anche un modo nuovo di rappresentare i privilegiati, che non si interrompe di fronte all’apparente convinzione che siano alieni alle persone comuni e totalmente estranei alle loro preoccupazioni, desideri e dolori. Quella di Maria Antonietta e di Sofia Coppola sono esistenze diverse, per molti versi, da quelle di ognuno di noi ed è per altri versi naturale osservarle con diffidenza e distacco. Ma non per questo sono prive di sofferenza, indegne di essere ascoltate o, come in questo caso, di essere rivalutate. In questo senso, l’intromissione di elementi stranianti, tipicamente popolari, tende proprio a farci rifiutare di esser preda delle nostre convinzioni e stereotipate certezze, facendoci prendere in considerazione chiavi di lettura nuove ed inedite.

