No Time to Die, recensione: farewell, Mr. Bond

No Time to Die recensione film Daniel Craig DassCinemag

No Time to Die (trailer) è un film dai numeri tondi. Venticinquesimo capitolo della saga cinematografica dedicata all’agente segreto più celebre di sempre, il quinto dell’era Daniel Craig che arriva a quindici anni dal debutto (anche per cause di forza maggiore) con il sorprendente Casino Royale. No Time to Die è un film tondo, circolare, anche nella sostanza a dire il vero, annunciatissima ultima apparizione di Craig nei panni di un James Bond che gli è stato cucito sopra a pennello dai royal custodians Neal Purvis e Robert Wade, gli unici a detenere le chiavi di 007 dal 1999.

Un film, questo qui, che nelle sue due ore e quarantatre si smussa di tutti gli angoli più spigolosi e si ammorbidisce del tributo all’interprete, del farewell concesso al divo. È così che è inteso il primo capitolo della saga diretto da un regista statunitense, Cary Fukunaga (in sceneggiatura insieme anche a Phoebe Waller-Bridge), il più emozionale e quindi obbligatoriamente meno lucido del corso avviato a partire dal 2006. No Time to Die si configura nel distacco dai quattro precedenti rintocchi, venati da alti e bassi ma tutti coerenti nell’esposizione del raffinatissimo aplomb di una spia che fa del fascino il più letale dei propri gadget (e pensare che l’unico film che problematizza questa caratteristica, Quantum of Solace, è stato così bistrattato!).

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Di fondo c’è sempre il rapporto mai chiarificato con un passato che torna puntuale a calare la sua ombra, che stavolta però non dà il via a un processo crepuscolare bensì a una ricerca di bagni di luce che Fukunaga e la fotografia di Linus Sandgren concedono più di una volta al proprio Craig/Bond. Un passato evocato già in apertura, con un cambio di prospettiva che si sposta nell’infanzia della non Bond-girl ma Bond-compagna Madeleine (Léa Seydoux), dal quale emerge con un ottimo gusto orrorifico un nuovo villain fino a qui celato, il Lyutsifer Safin di Rami Malek. Una nuova minaccia che, immancabilmente, tiene sotto scacco l’ordine mondiale e si prepara a sovvertire ancora una volta le regole del gioco con una letale e subdola arma biologica (la confermata tendenza dei franchise a ragionare sugli stermini di massa).

La creazione iniziale di questa figura è ottima, ma ben presto è chiaro come in writing room non ci si sia occupati poi più di tanto nel donare reale fibra e motivazione a un cattivo dal carisma praticamente nullo, dalle eco e dal minimalismo che guardano moltissimo al Niander Wallace di Blade Runner 2049. Sembra piuttosto assottigliato nel configurarsi come motore al negativo, come generico emissario del male a fare da controcampo a un Bond che mai come prima d’ora è araldo di valori. Certo, lo erano anche i precedenti Le Chiffre, Rodriguez e Blofeld, a eccezione forse di Dominic Greene, che eppure mantenevano ragioni più o meno forti dietro ai propri diabolici scopi.

Appunto, quello che interessa a Fukunaga e compagnia è di prendere un Bond colto nell’ultimo step di un’onorata carriera e porlo in una posizione quasi di senilità lavorativa e di vissuto personale. 007 è stato soppiantato da una nuova agente, la giovane e rampante Nomi di Lashana Lynch (passaggio di testimone? Chissà), è tirato in ballo dal vecchio amico Felix (Jeffrey Wright) e vive un costante senso di spaesamento nei confronti di tutto ciò che lo circonda. Ed è qui che No Time to Die sterza maggiormente in sede di script, rimbalzando il fuori tempo dell’agente nel mezzo di un gioco di ironia e quasi slapstick (da queste parti probabilmente vediamo la Waller-Bridge) che rende palese l’intento di estrema umanizzazione e destrutturazione dell’aura costituita del personaggio.

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Siamo davanti a un Bond umorale come non lo è mai stato, lontanissimo dai doveri nei confronti della corona e tutto focalizzato sugli affetti e la «…famiglia?». Se insomma a livello di struttura narrativa siamo dalle parti di un essenziale piuttosto povero di contenuti che non siano quelli della ricerca dell’emozione, a tratti illogico e sconclusionato, a fare da corollario c’è comunque una discreta gestione dell’intrattenimento. Nonostante No Time to Die subisca una leggera flessione di ritmo nel corpo centrale, c’è da dire che Fukunaga fa del suo meglio per compensare un immaginario per certi versi anche derivativo e debitore dei capitoli precedenti a questo.

Quello che balza più all’occhio è come la regia guardi moltissimo al dispositivo ludico proprio più della messa in scena à la Mission Impossible che di un qualsiasi altro 007 (fate caso ai veicoli, non hanno mai saltato così in alto). La mdp è frenetica, talvolta irrequieta come l’umore del protagonista, gioca con l’inventiva degli spazi e la regia si sveste del tutto dell’eleganza british e controllata alla quale siamo stati abituati fino ad oggi. Questo non vuol dire che il risultato sia stonato, anzi, solamente lo scarto si avverte ma è in grado di regalare momenti sequenziati alla perfezione come quello che coinvolge il breve ingresso in campo di una indovinatissima Ana de Armas.

E quindi eccolo il cerchio che si chiude, con No Time to Die che è un film costruito in tutto e per tutto a mo’ di riconoscimento per quello che è diventato sicuramente uno dei più iconici Double O Seven. Forse esile, forse un po’ troppo melò, ma comunque capace di convergere con onore verso l’unico esito possibile di un lungo, duraturo e prospero percorso.

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