Mistero a Saint-Tropez, la recensione: il peggior detective di Francia

Mistero a Saint-Tropez recensione commedia francese Dasscinemag

Qui da noi è giugno, quasi luglio, la calura martoriante ci fa sognare le vacanze, e c’è già chi è partito, ma tanti rimangono nelle metropoli a lavorare o a studiare e in qualunque caso a sudare forte. Ci vorrebbe un viaggetto. Anche breve, senza impegno. Con poca spesa, magari… Ma sì, anche una modesta vacanza immaginaria, non importa, serve una distrazione, alle vacanze vere ci penseremo più in là. Che danno al cinema? Mistero a Saint-Tropez (trailer).

Agosto 1970, Saint-Tropez. I coniugi Croissant si sollazzano negli agi della propria lussuosa residenza estiva insieme a un frivolo corteggio di ospiti (cinematografari, artisti bellocci, attricette) che passano il tempo a cornificarsi a vicenda. Tranne il padrone di casa (pluricornuto del tutto ignaro), cui la “regola del gioco” non è mai andata a genio (scenario satirico molto à la Jean Renoir). La situazione si fa losca quando alla decappottabile della signora Croissant (Virginie Hocq) vengono sabotati i freni. Morti, non ce ne sono. Feriti gravi, nemmeno. Però il fatto è sospetto, e così monsieur Croissant (Benoît Poelvoorde) fa una telefonata (da plutocrate d’alto rango quale è) direttamente al suo amico Chirac, il Segretario di Stato, che a sua volta dà l’ordine al capo della polizia (Gérard Depardieu) d’inviare il suo miglior investigatore. Ma il migliore è irreperibile, e quelli discreti, pure. Ne resta solo uno: l’ispettore Botta.

Traccagnotto, pipa in bocca, sopracciglio teso da “so quel che faccio”, l’ispettore Botta sembra proprio il fratello scemo di Hercule Poirot. Non ne fa una giusta. È il campione delle gaffe a catena, un segugio senz’occhi né fiuto che scambia la sua coda per la preda e si fa gli sgambetti da solo, un uomo di una stupidità sopraffina, che farebbe piangere, se non avesse quella sicumera con cui riesce sempre a scrollarsi di dosso ogni ombra d’imbarazzo. Nella Maison Croissant sembra fare più danni che altro, suscitando perplessità e irritazione generale. Un lavoro encomiabile quello operato da Christian Clavier, che grazie ad un ottimo script (alla cui stesura peraltro collabora) riesce a plasmare un personaggio di grande potenza comica. Perché Jean Botta è un inetto, un fanfarone e un lunatico, ma non lo fa mica apposta. Non è colpa sua se inciampa qua e là, se non capisce le situazioni, se gliela fanno sotto il naso. Allora chi sarebbe tanto severo da non poter fare a meno di compatirlo, di volergli un po’ di bene? E sì perché alla fine volenti o nolenti qualche grosso scivolone, letterale o figurato che sia, lo facciamo tutti. C’è un po’ di Botta in ognuno di noi. È la sua nonchalance ostinata nel tornare in piedi ancora una volta a rendere la visione quasi catartica.

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Responsabile creativo del progetto, Nicolas Benamou fa mostra di avere un buon occhio e, nei limiti di una produzione commerciale, anche di una certa classe. E se con Babysitting (del 2014) ci aveva fatto sghignazzare goliardicamente, con Mistero a Saint-Tropez ci fa ridere di cuore. Dovremmo essere invidiosi della Francia, che ancora riesce a portare la gente in sala con valide commedie come questa, mentre la cinematografia italiana crepa di fame.

Vi piace la Costa Azzurra? Le ville sontuose? Gli anni ’70? I festini in spiaggia? I motoscafi? Ma soprattutto, vi piace concedervi un’ora e mezza di vero spasso a buon mercato? Ebbene, andate al cinema, ché dal 30 giugno danno Mistero a Saint-Tropez (e c’è l’aria condizionata!).

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