La notte più lunga dell’anno, la recensione: luci acide e solitudine nel film di Simone Aleandri

La notte più lunga dell'anno, recensione

Tante piccole storie si compiono ne La notte più lunga dell’anno (trailer), il solstizio d’inverno che tra il 21 e il 22 di dicembre vede il sole tramontare verso le 16.30 e sorgere alle 7.30. La lunga notte di luci acide e solitudine raccontata da Simone Aleandri dal punto di vista di una piccola città di provincia della Basilicata vicina a Potenza.

Sulla scena un democristiano ad un passo dall’arresto con la paura ed il conflitto morale che incombe in cerca di salvezza materiale o di redenzione spirituale, una cubista al tramonto della sua carriera che cerca una vita migliore ed una rinascita interiore ed uno studente universitario fuori sede con una relazione sessuale con la sua ex insegnante di filosofia sposata e con figlio. Unica connessione fra i personaggi, come un coro teatrale, è invece un benzinaio con il suo cane Nerone, un uomo che guarda stanco e disilluso il dolore dei personaggi, la loro mediocrità, le loro paure ma non giudica, accoglie senza elargire buoni consigli perché come i personaggi in cerca dell’alba, anche lui è arreso e disilluso.

Nelle quindici ore di buio ininterrotto si aggiungono ai personaggi centrali figure minori che colorano la scena, distraggono ed intrattengono contribuendo a dare il colore e creare la suspence che permea un racconto altrimenti banale. Il regista racconta una Potenza di notte rarefatta e spettrale, dominata da strade vuote, campagne buie e dalla statale Basentana che pare abbandonata dopo una fuga di massa. La città è un dipinto di edifici pesanti, strade vuote sopraelevate, scale mobili e ponti desolati. Aleandri racconta una Basilicata cristallizzata e muta, dove il silenzio è spezzato solo dalle pale eoliche e le corse del cane Nerone. In questo scenario la focalizzazione sui personaggi è agevolata, i loro sentimenti, i loro tormenti, la loro fragile umanità illuminano la scena evidenziando il contrasto emozionale fra il dolore dei personaggi e la l’indifferenza dello spazio in cui si muovono.

Simone Aleandri mostra una regia matura e capace di tenere alta tensione ed attenzione e, sebbene i personaggi e le loro storie siano banali ed un po’ scontate, la sua capacità di costruire la suspence e di raccontare per immagini non annoia mai lo spettatore, creando un flusso godibile di personaggi ed esperienze visive che mostra un regista promettente in cerca però di storie più incisive da raccontare. Meritano delle doverose menzioni Ambra Angiolini nella parte della cubista in cerca di una nuova vita, intensa tormentata e coinvolgente, uno straordinario Massimo Popolizio nella parte del politico democristiano che ci regala una scena memorabile insieme all’iconico Massimo De Francovich, ricomponendo una coppia già vista ed apprezzata in teatro sotto la regia di Luca Ronconi. E poi un capace Domenico Mignemi, nella parte del benzinaio, che mostra esperienza e metodo e si rivela una delle presenze in scena più piacevoli di tutto il film.

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