Mr. Harrigan’s Phone, la recensione del film su Netflix

mr harrigan's phone recensione film Netflix

Mr. Harrigan’s Phone (trailer), dal 5 ottobre su Netflix, è il nuovo adattamento dell’omonimo libro di Stephen King (contenuto nella raccolta Se scorre il sangue), scritto e diretto da John Lee Hancock (Maleficent, The Founder) e prodotto dal genio di Ryan Murphy. Ci troviamo ad Harlow, una piccola cittadina nel Maine e il protagonista è Craig, anche voce narrante, un ragazzino taciturno e pensieroso interpretato da Jaeden Martell, che già abbiamo visto in un altro adattamento da Stephen King: It e It- capitolo due.

La storia si incentra sull’improbabile amicizia tra Craig e il finanziere miliardario Mr. Harrigan, che ha il volto di una leggenda: Donald Sutherland. Mr. Harrigan chiede al ragazzo, dopo averlo ascoltato leggere in Chiesa, di leggere per lui in cambio di qualche soldo a settimana e di quattro gratta e vinci l’anno. Dopo cinque anni di intense letture e di conversazioni illuminanti, i due diventano amici. È l’anno di uscita dei nuovi iPhone e Craig, dopo aver grattato un biglietto vincente, decide di regalarne uno identico al suo al vecchio finanziere, che dopo uno scetticismo iniziale rimane affascinato dalle potenzialità del nuovo prodotto e decide di tenerlo. Quando Mr. Harrigan muore cose strane iniziano ad accadere e quell’iPhone, sepolto con lui, diventa un mezzo con il quale egli sembra poter comunicare con Craig dal mondo dei morti. Esaudisce i suoi desideri più oscuri, con conseguenze devastanti.

Il film è fedele al racconto di Stephen King, sebbene non sia l’horror a predominare. È la parte morale, il disagio di Craig, lo scontro con i bulli, la solitudine di Harrigan a prendere tutto lo spazio. Nei film horror nell’era dello smartphone, per isolare un personaggio solitamente il telefono viene smarrito, si rompe, oppure è senza campo. In Mr. Harrigan’s Phone, è il cellulare il vero protagonista, l’espediente, il veicolo di tensione. Lo squillo della suoneria scandisce i momenti di terrore e di inquietudine, così come i messaggi, apparentemente privi di senso, che Craig riceve dal suo amico defunto.

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Il regista esplora il percorso di crescita del ragazzo, il suo modo di affrontare il lutto, non solo di Harrigan ma anche di sua madre; l’inizio del liceo e tutti i traumi e le difficoltà che trascina con sé. Tutti aspetti della “coming age”, che Stephen King ha già dimostrato di saper raccontare nei suoi romanzi, in modo particolare It o Body (da cui è tratto il film Stand By Me).

La dimensione soprannaturale non è dunque così forte da provocare qualche tipo di spavento; a spaventarci forse di più sono le affermazioni fin troppo attuali di Harrigan. Quella che suona come una premonizione: la sua paura nei confronti di quelli che potrebbero essere gli effetti di internet, della circolazione delle notizie, dell’isolamento e del distacco che provoca l’uso sfrenato dei dispositivi elettronici, soprattutto da parte dei giovani. Il film osserva diversi aspetti di questa realtà, anche il confine sottile tra buoni e cattivi e il fatto che anche un giovane dal cuore buono come Craig possa desiderare la morte di qualcuno che gli ha fatto del male.

Perciò sebbene la parte più propriamente horror e spaventosa che ci aspetteremmo da un adattamento di Stephen King non sia poi così forte, l’esplorazione dei sentimenti, dell’animo e di una condizione esistenziale non così distante da noi, lo rende un film che tutto sommato rende omaggio al racconto da cui è tratto. Anche grazie a Jaeden Martell che conferma il suo potenziale, riuscendo perfino a reggere il confronto con il colosso Donald Suthernald.

Alla fine dei conti, Stephen King ci ricorda quale sia l’unica cosa a non morire mai: il libro, la lettura, rispetto alla caducità di tutto il resto.

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