La critica ai critici: professione ai tempi del web – Gabriella Giliberti

Intervista Gabriella Giliberti

Nuovo e ultimo appuntamento di questo primo ciclo di interviste dedicato al mondo della critica cinematografica ai tempi del web, stavolta in compagnia di Gabriella Giliberti (canale twitch). Volto e giornalista delle testate Movieplayer e Multiplayer, dove gestisce più rubriche live settimanali su Twitch in ambito serie TV, horror, cinema e videogiochi, nonché caporedattrice di Lega Nerd.

Qual è il tuo concetto di critica e all’interno di esso come stabilisci l’equilibrio tra opinione e criterio oggettivo? Sempre in quest’ottica, le esperienze e il vissuto cinematografico di un critico all’interno di un’analisi quanto devono uscir fuori?

Nel mio lavoro l’oggettività è assolutamente fondamentale e importantissima; è anche vero che nel nostro ambito è altrettanto importante l’empatia. Nel momento in cui entra in gioco, è normale che ci sia la soggettività. Poi è normale che posso anche riconoscere un film oggettivamente brutto e poi soggettivamente può essere il mio guilty pleasure, così come un film o un videogioco tecnicamente e oggettivamente parlando ottimo, ma che non mi ha lasciato nulla. Secondo me sono due elementi che vanno a braccetto: è ovvio che l’oggettività, se è il tuo lavoro, deve avere una rilevanza maggiore in un’analisi di un libro, un film o un gioco e devi tenere conto di una serie di elementi. L’opera non è fatta da un singolo, ma da centinaia di persone che vanno tenute in conto, valutandone l’insieme. Anche perché noi critici agiamo come una sorta di mediatori e fornire gli elementi chiave alla lettura di un film è il nostro compito. Poi è ovvio che la mia visione non sia oro colato e ci saranno sempre lettori o spettatori che non saranno concordi col mio punto di vista. Io ti dò la mia analisi e la mia chiave di lettura, ma poi è lo spettatore che deve farsi il proprio punto di vista. Anche il proprio background è importante. Adesso mi viene in mente Luca, una delle visioni più fresche, in cui appunto ognuno, in base al proprio background, può leggerci qualcosa di diverso. Ci sono chiavi di lettura più queer o altre riguardanti più l’emancipazione, oppure il prendere coscienza di se stessi distaccandoci dai nostri genitori attraverso percorsi differenti. Il mio ruolo in questo caso è offrire questo tipo di chiavi di lettura e poi metterci un po’ del mio attraverso la mia sensibilità e oggettività.

Credi sia necessario un atto di responsabilizzazione da parte del “critico-influencer”, visto l’impatto sociale che può avere sul pubblico, o è un problema di chi ascolta il farsi troppo influenzare?

C’è chi spesso considera la parola influencer quasi come una parolaccia; è normale che chi come me o altri molto di più hanno la fortuna di avere una platea, ma è fondamentale essere responsabile verso chi parli. Mi viene in mete il caso di Gina Carano, se ti seguono così tante persone, anche molto giovani, e esprimi ideologie di pensiero particolarmente forti e controverse, può essere un problema. È quindi giusto che molti giornalisti o critici siano considerati influencer, anche se miei colleghi più grandi ci considerano nemici pubblici. Da influencer il mio valore ovviamente non è il selfie che mi faccio in spiaggia, ma tutto il lavoro che faccio sulla mia testata in quanto giornalista, caporedattrice o inviata per un festival. È molto importante quindi la responsabilità: secondo me oggi l’influenza del critico è molto bassa, poche persone si fanno veramente influenzare da ciò che leggono su una testata, e in campo videoludico questo discorso è anche molto più marcato. La mia è una formazione di tipo cinematografica e in campo videoludico ho colleghi e colleghe che sicuramente sono molto più esperti. Per quanto riguarda il cinema e le serie tv il voto o il parere subentra di più quando riesci a crearti una community in cui sei centrale. Per esempio, su Lega Nerd, dove lavoro da 6 anni, abbiamo sempre cercato di lavorare sulla professionalità dei volti, per cui si associano particolari contenuti a chi se ne occupa. Nel nostro caso ritengo che non abbiamo questa capacità di smuovere le acque: se un film non ha fatto un buon successo di critica, ma ha incassato al botteghino, il sequel si farà comunque. E’ diverso quando associ il tuo viso nell’ambito social, come per un Twitch, un Instagram o anche un TikTok, come abbiamo visto con la Ferragni per la questione vaccini. È quindi fondamentale dare gli strumenti a chi ti segue. Se ti dico che ho dato 7 ad un film, tu cosa capisci? È proprio uno sminuire il valore dell’opera. Io mi sento in dovere, a maggior ragione se non mi è piaciuto ciò di cui parlo, di darti gli elementi per cui l’ho valutato in quel modo lì. Poi a volte si tende a ridurre un film che ci ha fatto particolarmente schifo, però è comunque importante far capire alle persone il rispetto nei confronti del lavoro degli altri, appunto motivando il perché non ti sia piaciuto. Anche il target è fondamentale: se io mi riferisco ad un pubblico dai 25 ai 35 anni, è normale che non apprezzeranno particolarmente le Winx o un teen fantasy, quindi eviterò di consigliare determinati prodotti. In ambito videoludico purtroppo però il voto è tutto e la gente ci si scanna di continuo, soprattutto su titoli molto attesi, come per il recente Rachet and Clank o tutta le polemiche per The Last of Us II. A maggior ragione il critico o la testata si deve armare di pazienza e cercare di influenzare nella maniera più corretta possibile e spronarti al dialogo di un perché si valutano determinate opere così rivoluzionarie o importanti, come nel caso di Pose, uno dei primi casi di un cast interamente queer. Quindi la cosa fondamentale per me rimane influenzare le persone innanzitutto al dialogo, più che su questo sì, questo no, questo forse, altrimenti non ne rimane nulla.

Della questione voti ne parlavamo anche con Mattia Ferrari in una delle precedenti interviste. Lui per esempio ha dovuto toglierli. Credi che sia possibile eliminarli, sia nell’ambito videoludico che cinematografico?

Nell’ambito videoludico è praticamente impossibile, perché spesso gli stessi distributori ti chiedono il voto, mentre nel cinema spesso basta una quote o un estratto. Poi va fatto un discorso legato all’era dell’internet 3.0: non basta più saper scrivere un articolo, ma bisogna farlo in modalità SEO, in modo che Google ti legga e apprezzi ciò che scrivi. Nel momento in cui togli determinati fattori, come appunto il voto, vieni penalizzato e per quanta passione ci sia in questo lavoro purtroppo così non ci si vive. Ovvio che testate stampate come il Messaggero e altre non hanno questi problemi, ma ne hanno sicuramente di altri altrettanto gravi. Mattia viene giustamente visto e letto da una community che lo conosce da 10 anni e spesso gli basta quello, nel caso di una testata non fidelizzata al singolo nome invece non basta perché il pubblico che segue il singolo non è sufficiente per tirare avanti la baracca. Il voto quindi è quasi obbligatorio e ci siamo ancora troppo legati, anche se noi come molti altri lo odiamo perché poi spesso molta gente guarda e discute solo su quello, ignorando tutto il grande lavoro di analisi che facciamo.

Come vedi la figura del critico oggi e in che modo credi abbia impattato l’avvento di internet in essa? Reputi che abbia perso importanza sociale nel tempo o si sia solo mutata e adattata?

Secondo me è semplicemente cambiata e non è che perde importanza o valore, semplicemente è diversa la figura del critico. Prima c’era il grande critico cinematografico, la persona di riferimento che andava in televisione, adesso manca questa cosa ed è cambiato molto. Basti pensare al giornalista, prima in un’intervista dovevi scrivere e porre le domande, avevi un cameraman, un fonico, un montatore. Adesso devi fare tutto tu e non sei solo un bravo giornalista, ma devi saper usare un Premiere o un Final Cut, devi saper gestire una reflex o avere un ottimo cellulare, devi saper gestire l’audio e soprattutto devi saper svecchiare la tipologia di intervista. Non a caso molte persone che vengono intervistate da ragazzi giovani cresciuti sul web rimangono impressionati e divertiti della ricercatezza della domanda, non per forza così seriosa, ma comunque diversa nell’approccio. Occorre sapersi evolvere continuamente e ciò è sia positivo che negativo, perché spesso non fai in tempo ad adattarti ad un modus operandi che già ne arriva un altro. Dall’altra parte è positivo, perché sai che in momenti di crisi il saperti reinventare può salvarti la situazione. È importante poi essere almeno un po’ catchy: è inutile riempirsi di paroloni non adatti al tuo pubblico di riferimento, ma bisogna accattivarsi il lettore e spingerlo a leggere la recensione. Il problema di questo lavoro poi è che viene un po’ svalutato, perché parlando di arte popolare tutti un po’ la sentono propria e si sentono in grado di parlarne. Infatti molte testate, pur di non pagare, prendono giovani che hanno sì tanta voglia di fare, ma hanno poca esperienza e saturano il mercato con promesse che gli vengono fatte e spesso mai mantenute, lasciando fuori giovani talenti che fanno fatica ad emergere.

In un mondo in cui si legge sempre meno, si è avvertito sempre di più, anche in questo campo, il passaggio dallo scritto all’audiovisivo. Il format della recensione, ad esempio, sopravvive anche grazie al forte supporto datogli da piattaforme come YouTube, Twitch o altro. Durante questo passaggio cosa si perde e cosa si aggiunge invece?

Secondo me è cambiato il pubblico, che oggi ha meno attenzione e meno voglia. Lo dicevamo prima con la questione del voto, che è emblematica in questo senso. La percezione del pubblico è molto cambiata e io personalmente preferisco scrivere. Rispetto a quando ho iniziato ho molto meno tempo, però quando scrivo sono prolissa e per me non esiste la recensione da cinque paragrafi. Io devo scrivere, analizzare, altrimenti è inutile e non mi ci metto nemmeno. Anche quando mi occupo di videogiochi particolarmente narrativi, mi piace il portare il pubblico con me e spiegargli le cose per filo e per segno. Chiaramente non intendo la trama, anche se c’è gente che ti parla di tutta la storia e quella non è una recensione. Basta mettere un filo di trama, anche perché ormai ci bombardano di trailer o spoiler ed è un miracolo arrivare a vedere un film senza sapere nulla. Tornando alla domanda, sì, amo particolarmente scrivere, ma con un pubblico molto meno attento e sempre meno tempo da parte nostra, spesso il video è molto efficace, corto e più veloce. E’ vero però che anche la tua analisi quindi sarà più corta e veloce, anche se molte persone fanno video anche di un’ora, però a quel punto preferirei fare una live che ha il plus dell’interazione e della discussione in diretta. Il video, quindi, completa e non toglie nulla allo scritto nel momento in cui fai un contenuto breve, fruibile e adatto alla bassa soglia di attenzione che c’è oggi. Io ti dico la mia in 5 o 7 minuti, che già non è poco. Se poi vuoi approfondire, c’è la mia recensione completa per sviscerare meglio l’opera o una live per discuterne insieme. Sono tutte cose in più che servono per ampliare l’esperienza di un determinato prodotto.

Per approfondire il binomio cinema e videogioco, che tipo di differenze hai riscontrato nell’approccio di questi due mondi, sia da un punto di vista dell’analisi che di quello del pubblico? Per quanto riguarda la formazione hai trovato delle connessioni?

Partiamo dal fatto che parte degli studi hanno delle similitudini. Come voi, provengo dal corso in Arti e scienze dello spettacolo del 2011 che nel tempo è molto cambiato. C’erano moduli che toccavano il videogioco e sicuramente il percorso del critico è sempre più aperto rispetto ad altri campi più specifici, come quelli del montaggio, recitazione o sceneggiatura. Adesso ci sono molte più possibilità e uno dei consigli che dò spesso in base alla mia esperienza è che la teoria è fondamentale, anche se va chiaramente accostata alla pratica. Se arrivi a scrivere di un film, ma non sai cos’è un piano sequenza o non sai definire un campo e controcampo, diventa complicato metterti in quei panni. Mi fanno ridere quelli che dicono “eh ma anche Godard ignorava le regole”, che è vero, ma prima di ignorarle le conosceva. Per capire quindi registi che cambiano le regole è fondamentale conoscerle. Registi come Aster, Eggers, Chazelle, Nolan, Villeneuve, così come nel videogioco non puoi fermarti a Pacman, ma devi capire come il mezzo videoludico cambi e si evolva. Il gioco non è più il cabinato o ciò che era anche fino a poco tempo fa. Adesso ci sono registi e attori veri che recitano. Un Mads Mikkelsen vuole fare videogiochi e in questo senso quel pazzo di Kojima è riuscito a convincere Refn o Guillermo del Toro a recitare in Death Stranding. Quello del videogioco, quindi, è un percorso che si sta ancora delineando, anche se molte basi rimarranno le stesse e in comune con il cinema. Chiaro che poi saranno un master o una specializzazione a darti le formazioni più specifiche e precise. Io ho cominciato il mio percorso volendo fare la sceneggiatrice e leggevo moltissimi libri, dato che a quel tempo al DASS non c’era ancora un esame dedicato alla sceneggiatura, ma solo drammaturgia. Tornando alla questione cinema/videogiochi, credo che abbiano ormai già cominciato a dialogare, anche se sono un po’ schietta da questo punto di vista. Al cinema, per esempio, le trasposizioni videoludiche raramente riescono bene e per esempio per la futura serie dedicata a The Last of Us sono abbastanza dubbiosa. Il cinema degli ultimi 10-15 anni, togliendo quelle eccezioni dovute, il cinema mi ha abbastanza delusa e se penso invece a ciò che ha fatto il videogioco sempre in questo lasso di tempo, non c’è paragone. Il videogioco è arrivato a toccare il cinema e ad ampliarlo, e The Last of Us è uno dei tanti esempi, ma ci sono anche i Metal Gear, Death Stranding, God of War, Red Dead Redemption. Il concetto di regia dietro ai videogiochi si è diffuso a dismisura e in alcuni casi sei tu a decidere come strutturare quella regia, come in Detroit Become Human o il precedente Heavy Rain. Nel cinema di questi ultimi anni non vedo più questo progresso e il videogioco, così come le serie tv, considerati arte di serie B, si sono dimostrati molto più universali del collega cinema e per questo si sono accattivati un pubblico molto più ampio. Questo ha messo un po’ di pepe al mondo cinema, anche se ancora non c’è stata una vera e propria risposta e speriamo che prima o poi se ne rendano conto. Non possiamo aspettare un nuovo Avatar per sempre. Negli anni ’70 e ’80 c’erano tantissimi film incredibili che al contrario ispiravano videogiochi, invece adesso è rimasto poco, oltre a quel poco cinema d’autore valido che esce ogni tanto. Trovo molto più cinematografico un The Last of Us che la maggior parte dei film che escono durante l’anno. Questo ha inciso molto sul pubblico e io in primis negli ultimi anni, dopo anni di pausa, ho riscoperto nel videogioco un grande amore.

Per chi si forma sul cinema e poi si approccia al videogioco, non credi che poi ci sia qualche difficoltà quando si va nel gioco nel senso più puro del termine? Come ti sei attrezzata nell’analisi di meccaniche di gioco o elementi più puri del mezzo, che per nostra formazione mancano?

Beh, certo. Ho letto molto, mi sono informata, banalmente giocando molto e seguendo miei colleghi più esperti. Non a caso di recensioni videoludiche ne scrivo molte meno e scelgo comunque titoli che più si avvicinano al mio mondo, come The Medium, Little Nightmares, The Last of Us appunto o altri. Giocare è la cosa più importante, in modo da provare sulla tua pelle le varie esperienze di gioco, come quando mi approcciavo alla sceneggiatura e studiavo sulle stesse sceneggiature.

Nella tua esperienza di passaggio tra carriera universitaria e lavorativa, che consigli puoi dare ad un giovane che vorrebbe provare a intraprendere il mestiere in questo momento di incertezza? 

Fermo restando che i percorsi sono diversi per tutti quanti e purtroppo non esiste una formula magica, io sono partita da una consapevolezza che non esiste un piano B, un rischio che in realtà non mi sento di consigliare, anche perché poi è ovvio che nel mentre piccole alternative temporanee nascono. Pretendere di cominciare e guadagnare arrivando subito a mantenersi è utopia allo stato puro, però partire dal presupposto che tu vuoi veramente fare questo percorso e nonostante tutto avere la sfrontatezza di portarlo avanti, senza ovviamente farsi umiliare dagli altri e senza fermarsi davanti alla laurea, ma prenderla solo come una prima tappa è fondamentale. Un consiglio che posso dare è che secondo me l’università e la teoria sono prioritari, prima di buttarsi in corsi pratici. La base teorica fa la differenza, l’ho sempre visto tra chi come me aveva uno studio alle spalle e chi non sapeva di cosa parlasse. È altrettanto importante poi buttarsi nella pratica e fare esperienza, perché, come dice il mio direttore Antonio Moro di Lega Nerd, più in fretta sbagliamo e più in fretta impariamo. È importante poi valutare tutti i mezzi di comunicazione e saperli usare tutti, perché ad oggi voler fare il critico scrivendo e basta è veramente difficile ed è fondamentale la community che ci andiamo a creare attraverso questi mezzi. I primi tempi naturalmente bisognerà farsi le ossa e uno dei primi passi è buttarci subito in realtà che ci piacciono e che conosciamo, perché ci faciliterà tutto. Altrettanto importante è non svalutarsi mai e riconoscere il proprio lavoro, perché se inizi a svalutarti, lo faranno di conseguenza anche gli altri. Anche se qualcuno vi dirà che siete troppo pretenziosi, fate comunque valere la vostra consapevolezza di saper fare il vostro lavoro ed è giusto che per quello veniate pagati. Non bisogna illudersi ma neanche disilludersi, ecco. Certo, se fate questo lavoro per diventare ricchi direi che purtroppo avete scelto male.

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