La critica ai critici: professione ai tempi del web – Adriano Della Starza

Adriano Della Starza intervista

Portiamo avanti il nostro ciclo di interviste con un altro ospite proveniente da YouTube: Adriano Della Starza, noto sul web come Il Collezionista di Ombre, è un professore di lettere, grande appassionato di cinema e collezionista, a cui piace tuffarsi in analisi, monografie e recensioni dei suoi film e artisti preferiti, oltre che tanti altri contenuti volti ad approfondire il mondo della Settima Arte.

Qual è il tuo concetto di critica e all’interno di esso come stabilisci l’equilibrio tra opinione e criterio oggettivo? Sempre in quest’ottica, le esperienze e il vissuto cinematografico di un critico all’interno di un’analisi quanto devono uscir fuori?

Io faccio sempre fatica a inserire il concetto di oggettività nelle letture e nelle analisi in qualsiasi opera artistica e cinematografica. Io di professione faccio l’insegnante, quindi mi confronto con la critica letteraria da una vita e anche con quella cinematografica, ma da autodidatta. Le analisi e le recensioni sono sempre dei viaggi che facciamo dentro un’opera partendo da delle contestualizzazioni, che ci permettono di dare delle argomentazioni solide e che spesso ci evitano delle sovrainterpretazioni troppo personali e forzate. Un film che nasce per intercettare il gusto di un vasto pubblico e uno che invece sperimenta in tal senso, vanno contestualizzati in modo diverso e non si possono usare gli stessi parametri, senza necessariamente indicare una differenza di qualità. Il mio vissuto cinematografico e le mie opinioni emergono quando mi addentro nel viaggio dentro il film; i collegamenti e i riferimenti ad altre opere o forme d’arte, come anche letture di altri critici, sono il momento in cui la parte più idiosincratica di me viene fuori. Si possono quindi inserire delle chiavi di lettura, ma se sono coerenti con tutte le premesse fatte, risultano ancora più stimolanti e interessanti per chi ascolta o legge. Se una chiave di lettura è totalmente arbitraria e legata solo al gusto soggettivo, secondo me lascia un po’ il tempo del trova. A quel punto ognuno dice la propria e va bene anche così, ci si diverte ugualmente, però si rischia di far rimanere poco a livello di arricchimento per chi ci ascolta. Faccio un esempio di una chiave di lettura che sta piacendo molto ai giovani, ovvero quella del gatto di Alien, che non è un buco di sceneggiatura se si fanno le dovute premesse. La volontà di voler salvare un altro essere vivente è ciò che distingue l’essere umano dall’alieno, non a caso Ash dice che l’alieno è la macchina perfetta perché non ha nessuna illusione di moralità, per questo è più forte. Poi una cosa che ho notato rispetto agli altri miei amici cinefili, è che io mi emoziono quando un film si presta a tante chiave di letture interessanti e culturalmente interessanti. Io non mi emoziono prima, ovvero il film mi emoziona quindi è bello; per me un film è interessante e quindi mi emoziona e forse il gusto soggettivo si perde in mezzo a questi rivoli. Raramente capita che un film mi emozioni prima quando non so nulla, l’emozione più forte mi arriva quando studio qualcosa, perché poi io non sono un critico nel senso stretto del termine, quindi non invento teorie o interpretazioni. Sono un lettore, uno studioso, un umile insegnante che imposta le sue analisi filmiche come imposta le sue lezioni di letteratura. Poi per me è fondamentale il confronto con gli altri, mi piace quando trovo altre interpretazioni che contraddicono, sposano o integrano la mia.

Come vedi la figura del critico oggi e in che modo credi abbia impattato l’avvento di Internet in essa? Reputi che abbia perso importanza sociale nel tempo o si sia solo mutata e adattata?

Secondo me il critico è importante che mantenga una sua “eccezionalità”, nel senso che avendo il bagaglio di strumenti analitico e culturale che lo spettatore non ha, può animare un dibattito con altri critici. Molti critici rimpiangono il dibattito agguerrito, io invece per dibattito intendo un qualcosa che avviene in una sede, da cui però deve progredire il modo di far leggere un film. Mi ricordo per esempio che nella rivista dove scriveva Goffredo Fofi fu abbastanza stroncato Persona di Bergman e penso che chi lo fece al tempo, adesso non lo farebbe così, ma va bene cambiare idea. Però c’è anche la possibilità per il critico di costruire insieme ai cinefili e al pubblico qualcosa di altrettanto stimolante. Il critico deve sapersi muovere in entrambi gli ambiti e deve continuare ad essere visto “eccezionale”, perché vettore di qualcosa che lo spettatore non ha e che gli permettono di decifrare subito alcune cose che sembrano nuove, ma che in realtà non lo sono o che banalmente è più disincantato e si lascia prendere meno da facili entusiasmi. Quindi un’eccezionalità in chiave sana che hanno tutti i professionisti, come è eccezionale un medico, un idraulico, perché sanno fare cose che noi non sappiamo fare. Deve però avere l’umiltà, come tutti i professionisti, di mettersi continuamente in discussione e il web può alimentare questo dibattito, che però deve essere sano e qui arriviamo ai lati negativi di internet. Spesso si lascia prendere un po’ troppo la mano e trasforma ciò che potrebbe essere sano in tifoseria e assoluti, ricordando il tifo calcistico. Il web non dovrebbe essere luogo di scontro ma d’incontro, però mi spiegano gli esperti del web che in realtà è importante fare anche l’animatore. Nel mio canale l’intrattenimento è moderato, di conseguenza anche il dibattito che genera è moderato e fruttuoso. Gli spazi web vanno gestiti con sapienza: se chi lo gestisce è il primo a esasperare i toni, poi si genera la baraonda. Questo non perché bisogna essere a tutti i costi perbenisti e politicamente corretti, ma semplicemente perché è la strada per raggiungere una ricchezza. Lo scornarsi e mandarsi al diavolo perché ci si accusa a vicenda di non capire nulla di cinema o di musica, non porta a nessuna ricchezza secondo me. Come avviene nei convegni o nei seminari accademici, in cui si costruisce qualcosa di nuovo attraverso il rispetto della diversità delle opinioni, così nel web credo si possa offrire questa opportunità.

In un mondo in cui si legge sempre meno, si è avvertito sempre di più, anche in questo campo, il passaggio dallo scritto all’audiovisivo. Il format della recensione, ad esempio, sopravvive anche grazie al forte supporto datogli da piattaforme come YouTube, Twitch o altro. Durante questo passaggio cosa si perde e cosa si aggiunge?

Un mio illustre ospite e critico che ho avuto nel mio canale, Roberto Silvestri, faceva notare da esperto come negli ultimi 10 anni sta prosperando anche l’editoria critica, più dei suoi tempi secondo lui. Io faccio mia questa visione, perché lui ha seguito meglio di me la situazione. Adesso devo dire che ogni volta che apro la mia lista dei desideri sui libri di cinema che voglio comprare sono sempre di più, quindi in realtà la carta non è morta e la saggistica di settore è ancora abbastanza ricca. Sono mondi che possono dialogare e che non si escludono a vicenda. L’analisi cartacea del mondo del cinema può guadagnare dal mondo del web metodologie interessanti, come ad esempio utilizzare sezioni del libro dove ci sono immagini e didascalie e impostazioni grafiche accattivanti, che sono fondamentali in un’arte visiva. Questo però non deve trascurare l’argomentazione solida di pagine e pagine per portare avanti una tesi, che invece un po’ manca su Internet, ovvero la capacità di dare una solidità al mio testo verbale che solo la parola scritta sa dare, data anche dalla sua rieleggibilità

C’è poi quella via di mezzo del video scritto e preparato come fosse un testo, che va un po’ in contro a queste due formule.

Certo, un po’ come la lezione che la pandemia ci ha costretto ad inventare che è infatti una via di mezzo tra queste due cose, hai perfettamente ragione. Però il web ti da un’altra cosa, spesso ti dà freschezza, immediatezza, ritmo, fruibilità del contenuto e in 2 minuti riesco a darti una sintesi e il mio pensiero sul film, adatto quindi alla divulgazione, che è fondamentale. Il web si rivolge a tutti, questa è la sua forza e anche a chi è semplice spettatore, che merita di essere informato in modo chiaro e pulito, perché porta soldi all’arte e merita grandissimo rispetto. Dà quindi la trasversalità che la saggistica di lettore non ti dà, perché se mi vado a leggere un saggio di Bazin lo faccio perché amo il cinema, difficilmente se sono spettatore occasionale. Il web ti permette di fare qualcosa di più poderoso, che però difficilmente attrae chi cerca qualcosa di più rapido. L’editoria invece non ti permette di fare esperimenti troppo arditi, perché ci sono molti vincoli di mezzo, tra cui il prezzo da pagare, un editore e tanti altri paletti. Invece su Internet trovi me o tanti altri che danno un’impostazione ai loro contenuti non codificata rispetto a ciò che piace e che non mi rende trasversale: chi non è amante del cinema, difficilmente si guarderà mai 13 ore di Woody Allen.

Essendo un insegnante di lettere, come integri il cinema alle tue lezioni e che responso hai dai tuoi studenti? Credi che il cinema diventerà mai una materia scolastica stabile, al pari di storia dell’arte, o serve ancora tempo?

La legge lo prevede già dal 2016, mancano però i decreti attuativi, quindi ancora esistono solo i progetti e non ancora la materia. Per quanto riguarda il cinema nelle mie lezioni, lo uso sempre. Stamattina abbiamo visto Match Point con la quinta. Anch’io in passato l’ho usato in modo istituzionale sbagliando, quest’anno ho proprio fatto un corso d’aggiornamento per formare noi docenti a ideare progetti sull’audiovisivo: è stato molto stimolante. La prima cosa da non fare è proprio quella di usarlo come ambito ancillare, come far vedere Orizzonti di gloria per la Seconda guerra mondiale. Questo è proprio il modo per non usare il cinema perché il ragazzo non ha gli strumenti, in zone dove tra l’altro il cinema sta morendo più che in altre. Io ti parlo nelle scuole dove io lavoro, zone di periferia e di provincia dove la sala è morta; l’ultimo cinema qui ha chiuso nel 2008. Il ragazzo non ha il cinema tra i suoi svaghi, perché il più vicino è a 50 km e non ha la patente o i soldi per andarci. Quindi devo parlare ad un pubblico che non solo non ha studiato il cinema, ma non ha proprio la sala e il cinema nella sua quotidianità e li mescola con tutto il resto dell’audiovisivo che ha sul telefono e sul monitor. Se tu gli fai vedere il cinema come supporto alla materia o a volte quasi per evitare la spiegazione, allora gli stai facendo doppio danno, perché gli fai credere che non sia arte, ma solo una cosa che ho li per semplificare le altre materie. Bisogna quindi far passare che il cinema è un’arte con la sua storia, la sua dignità, i suoi protagonisti e trattarlo come le altre materie, anche se non ha ancora il loro spazio. Quindi io presento il film, il regista, spiegandone la sua formazione e ciò che vuole raccontare attraverso il cinema. Qui hai le risposte più belle, chiaramente se puoi parlare dopo la visione, di ragazzi che vedono ad esempio La fiamma del peccato e rimangono colpiti da come un film degli anni ’40 in bianco e nero li riesca a spiazzare e affascinare in quel modo. Far vedere film quindi che sono belli in quanto film e non belli in quanto rimandi ad altro. Chiaramente tutto ciò ritagliando spazi pomeridiani nel corso dell’anno, altrimenti riuscirei a vedere solo uno o massimo due film. Tornando il pomeriggio, due anni fa sono riuscito a far vedere ai ragazzi fino a 7 film, tutti scollegati dai contenuti scolastici. Poi se c’erano anche dei collegamenti a filosofi o autori studiati meglio ancora. Per esempio, in Match Point abbiamo evidenziato quanto fosse importante il caso e ti ricolleghi ad Euripide, che dice che la vita dell’uomo è in balia del caso. Una volta che hai unito questi puntini, poi loro partono e ti ritornano con delle letture molto interessanti, perché hanno gli strumenti per comprenderle, essendo anche al classico che aiuta da quel punto di vista. Hanno fatto la stessa cosa con la Divina commedia, i Promessi sposi, Hegel e Kant e alla fine lo fanno pure con Woody Allen. Se tu tratti un film come un’opera, poi alla fine ti ritorna come tale. Oppure se proprio devi fare le cose accademiche, spiazzali completamente. Per esempio, quando altri colleghi mi chiedevano film sulla Shoah da far vedere ai ragazzi, io le ultime volte rispondevo con Jurassic Park e rimanevano basiti. Un film diretto da un ebreo, nello stesso anno in cui girava Schindler’s List e che parla di un parco in cui delle forme di vita vengono sfruttate da un capitalista e una volta tanto vincono gli ebrei, ovvero i dinosauri. È inevitabile che se un regista è in Polonia a girare Schindler’s List e nelle stesse ore monta anche Jurassic Park non possano essere due opere troppo diverse. Perché l’uno dovrebbe essere più adatto dell’altro? Loro pensano che Schindler’s List sia stato fatto per la Shoah, ma è stato fatto da Spielberg, un autore.

Il poter parlare di cinema su Internet ha sicuramente il vantaggio di essere alla portata di chiunque e di potersi esprimere con libertà, ma d’altro canto elude quella stretta selezione che porterebbe un critico a scrivere su un giornale o una rivista. A fronte di ciò, non credi sia necessario un atto di responsabilizzazione da parte del “critico-influencer”, visto l’impatto sociale che ha sul pubblico? Te da insegnante sembri aver compreso questo meglio di altri.

Assolutamente sì. La libertà non vuol dire non avere responsabilità. Le parole sono pietre, il modo di esprimersi è fondamentale. Io non credo a questo discorso “eh ma siamo tra di noi, parlo come mi capita”. Non siamo tra di noi, ti ascoltano migliaia di estranei, quindi già solo il modo di esprimerti diventa fondamentale. Non puoi quindi ignorare l’organizzazione di un discorso e la forma. Poi senza contare che abbiamo la responsabilità delle nostre opinioni. Io non credo che sia necessario abbassare le nostre opinioni alla scurrilità, ad un linguaggio troppo semplice, a becere frasi ad effetto, di propaganda o becero sensazionalismo. Veramente sono queste le nostre opinioni? Le nostre opinioni sono complesse ed occorre un’impostazione dignitosa, perché il nostro mondo interiore non merita di essere sbattuto sul web come se niente fosse perché siamo tra amici o perché siamo liberi. Non è questa la libertà secondo me.

C’è anche chi vede la scurrilità e la parolaccia come un mezzo per arrivare a più persone.

Io non sono d’accordo, secondo me il modo scurrile di esporsi non porta da nessuna parte, se non a quel tifo da stadio di cui parlavamo prima e che io non saprei neanche gestire. Poi io non sono un esperto in materia e non conosco così bene il web, però io quando parlo con una persona, vorrei che mi rispondesse nel miglior modo possibile, perché la ricchezza nasce dalle sfumature. Lo sforzo che facciamo nel trovare la parola giusta per dire una cosa ci qualifica come persona e ci dà dignità. Se poi parliamo di intrattenimento, chiaramente è un altro paio di maniche, io sto sempre parlando di un video che vuole veicolare contenuti. È ovvio che se devo intrattenere, come fanno i cabarettisti, ad esempio, si ricorre a degli artifici, quali la scurrilità. Lo spettacolo però inizia e finisce lì, io invece cerco di costruire contenuti sui quali si può ragionare anche tra 10 anni; non a caso ho video anche di 5 anni fa sotto cui ricevo ancora commenti e in cui ancora ragioniamo.

Poi il tuo non esserci legato lavorativamente ti porta a creare solo un contenuto, mentre ormai la sfera del contenuto e dell’intrattenimento si stanno fondendo.

Certo, questo è vero. Però non è una parte in cui non posso esprimermi, perché troppo lontana da ciò che faccio e anche dalla mia natura.

Da grande collezionista quale sei, secondo te il supporto fisico è destinato lentamente a sparire o rimarrà sempre un mercato per la nicchia?

Rimarrà certamente un mercato per la nicchia, di questo ne sono sicuro. Anzi, forse già lo è, però rimarrà e non c’è nulla di male. Io poi per collezionismo ormai ho perso le mie ossessioni, nel senso che se trovo un film solo in digitale, lo compro li. Mi sono anche stancato di inseguire cose sfuggenti, ormai ho 42 anni, due figli, un lavoro e il collezionismo rischia di prosciugarti tanto tempo e risorse economiche. L’importante è acquisire il film, anche in digitale se non c’è. Non sono un fondamentalista che se non è in 4k allora non va bene. Certo se esce un bel cofanetto di un autore che mi piace ci penso, quindi esistono le eccezioni a quello che sto dicendo, però non sono un fanatico da quel punto di vista. Tornando al discorso principale, non c’è nulla di male nel diventare una nicchia, come per il vinile. Anche nella bibliofilia esiste la nicchia, c’è l’edizione economica che costa 9 euro, come l’edizione di nicchia più raffinata che può costare 50 euro. Non voglio essere catastrofista, mi rifiuto di esserlo. Quando uscì il cinema, Pirandello lo condannò perché stava uccidendo il teatro, che secondo lui era una forma d’arte migliore. Questo modo di criticare il presente ce lo abbiamo sempre avuto, per questo diventa fondamentale contestualizzare. Va accettato il cambiamento e se non lo accetti ti vengono comunque dati gli strumenti per rimanere ancorato al passato. Io ho molti amici melomani che senza Verdi e Rossini non sanno vivere e per loro il mondo è fermo all’800, però sono comunque felici come una pasqua perché la tecnologia permette loro di avere questo loop attorno 24 ore su 24, quando vent’anni fa non era possibile.

Considerando la situazione di passaggio in cui siamo tra critico del ‘900 e quello del web, quali consigli puoi dare a un giovane che vorrebbe provare a intraprendere questo mestiere in questo momento di incertezza?

Lo studio. Consiglio di studiare tanto e andare molto meno dietro l’entusiasmo. Mi rendo conto che andando dietro all’entusiasmo si ottengono più visualizzazioni e ci si sente felici, però la cosa più bella è trovare nello studio la propria identità. Lo studio non va considerato noioso, ma qualcosa attraverso cui scopriamo noi stessi e che poi magari ci porta a capire che quella cosa che ci entusiasmava prima, continua ad entusiasmarci, ma perlomeno è un entusiasmo consapevole, un ottimo compromesso per questa situazione. Non aver paura di dire “questa cosa l’ho letta da Canova o Mereghetti e mi ha convinto davvero tanto perché fondata”. Conosco molti che non leggono recensioni prima del film perché hanno paura di essere influenzati e vogliono il giudizio puro. Io sono contro questa purezza e secondo me andrebbe inseguito il giudizio ragionato e meditato. Una volta trovata una tua identità, poi il tuo pubblico ti percepisce in tal modo. Se invece sei troppo “ingenuo” nelle tue letture, il pubblico percepisce anche quello.

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