Ispirazioni, censura e il bisogno di film sinceri: Jacopo Del Giudice e Paolo Strippoli raccontano Piove

Piove instervista Del Giudice Strippoli Dasscinemag

Abbiamo raggiunto Jacopo Del Giudice e Paolo Strippoli per parlare di Piove, passato di recente in sala, horror ibridato al dramma familiare che costringe lo spettatore a fare i conti con i propri sentimenti inconfessabili. Ci hanno parlato di com’è nata questa storia e di come, a loro parere, il cinema italiano debba tornare ad una propria identità. Con questo progetto Del Giudice ha vinto il Premio Solinas nel 2017, mentre Strippoli è un brillante regista e sceneggiatore che ha esordito con A Classic Horror Story, prodotto e distribuito da Netflix, in cui si rielaborano alcuni spunti del cinema horror classico per costruire una riflessione sulla contemporaneità. Ecco quello che ci hanno raccontato sul loro ultimo film.

La vostra età vi rende un’anomalia nel cinema italiano: è raro vedere un regista e uno sceneggiatore che abbiano trent’anni o poco meno. È stato complicato esordire? Avete trovato resistenze per il fatto di essere due giovani italiani che fanno horror?

Del Giudice: devo dire che sicuramente ho avuto un grande aiuto nell’aver frequentato il triennio di sceneggiatura del Centro Sperimentale di Cinematografia e soprattutto ho ricevuto un grande aiuto dalla vittoria del Premio Solinas nel 2017, se non avessi vinto il Solinas questo film non credo sarebbe stato girato. Ho avuto un percorso che ha avuto le sue fortune, alcune volte ho saputo cogliere l’opportunità e ho avuto tempismo, però è un percorso anomalo, come hai detto tu. Per questo non mi sento di parlare per tutti gli under 30, perché ci sono due cose che mi sono andate bene di fila.

Strippoli: anche io ho avuto un percorso anomalo perché ho esordito con una co-regia. Io e Jacopo abbiamo dei film scritti al Centro Sperimentale che volevamo fossero i primi, ma che non siamo ancora riusciti a realizzare perché sono film ambiziosi, più grossi di quelli fatti finora. Sono sceso a compromessi per esordire prima, se non l’avessi fatto oggi non avrei ancora esordito. Nonostante tutto sia A Classic Horror Story che Piove sono film che ho scelto di fare, non mi sono capitati e basta, li ho voluti fare perché entrambi risuonavano in me, entrambi mi davano la possibilità di dire qualcosa che volevo dire e soprattutto mi facevano affrontare e confrontare con il genere che più amo, l’horror. Spero di avere la possibilità di cimentarmi anche in altro in futuro, ma sono contento di aver iniziato con questo genere.

Del Giudice, cosa ti ha portato a concepire e lavorare su una storia come quella di Piove? Considerando che da quando hai vinto il Premio Solinas sono passati cinque anni e c’è stata di mezzo una pandemia, quanto senti ancora il film tuo?

Piove nasce tra la fine del mio primo anno di Centro Sperimentale e l’inizio del secondo anno, in un laboratorio della scuola. Ognuno di noi allievi doveva portare uno spunto da sviluppare in soggetto e poi in sceneggiatura. Avevo una serie di spunti ma non riuscivo a venire a capo, non c’era niente che mi appassionasse a tal punto da darmi la spinta per investire un anno a svilupparlo. Poi mi sono detto “qui ho totale libertà creativa, perché non mi cimento nell’horror, che è un genere che mi ha sempre appassionato?” Il soggetto originale con cui ho partecipato al Solinas è molto diverso dal film che è uscito, è stato uno sviluppo lungo. L’idea del film è stata concepita a fine 2016 e le riprese sono iniziate a febbraio 2021. In cinque anni ho fatto dieci revisioni di sceneggiatura, tre revisioni più piccole, altre tre sostanziali. Per due anni ho collaborato con un regista uruguaiano, Gustavo Hernandez, ma abbiamo avuto qualche problema: innanzitutto lui aveva un’idea del genere horror molto strutturalista, rifacendosi alla cultura americana, mentre io avevo un’idea di Piove più autoriale. In più è arrivata la pandemia e collaborare era difficile, perché non è più potuto tornare in Italia. Abbiamo iniziato i casting per il nuovo regista e siamo finiti su Paolo Strippoli, che era un nome che io feci alla produttrice Marina Marzotto di Propaganda Italia già agli inizi. All’epoca Paolo non aveva ancora girato A Classic Horror Story, era un esordiente e poteva essere una sfida ancora troppo grossa per lui. Dopo il suo esordio abbiamo ritenuto fosse pronto e in un mese abbiamo adattato il film ad un tono che più si addicesse a lui, siamo tornati alla prima stesura per recuperare degli elementi della sceneggiatura originale e abbiamo scritto l’ultimissima stesura verso la fine del 2020, quando stavano di nuovo chiudendo tutto quanto. Era tornato un clima opprimente che ha influito sulla storia. Quello che posso dire è che nella primissima stesura di sceneggiatura c’era un finale dove già si parlava di quarantena, ed era il 2017, quindi mi piace pensare che una mia visione distopica del 2017 si sia avverata tre anni dopo.

Strippoli, qual è stato il tuo apporto alla sceneggiatura? È stato complicato far aderire a te quello che Jacopo aveva già rivisto così tante volte? In particolare, puoi spiegarci nel dettaglio il lavoro che avete fatto sul linguaggio?

La stesura che siamo andati a girare è molto più simile alla prima a livello di atmosfere, di pause, di tipologia di horror rispetto all’ultima con Hernandez. Oltre a spostare il focus dal mondo alla famiglia per renderla una storia più intima, abbiamo anche sporcato un po’ il linguaggio. Si vede poco la Roma più nota, abbiamo scelto luoghi periferici, ma Roma è importante, è una delle protagoniste del film. Né io né Jacopo crediamo all’horror pulito da un punto di vista linguistico. È una brutta abitudine che abbiamo in Italia, perché per 20 anni si è fatto pochissimo horror nel nostro Paese e molto spesso non ha mai raggiunto il vero pubblico, quindi ci siamo abituati all’horror di importazione che ci arriva doppiato, senza tutte le inflessioni e le sfumature, ma quelle esistono. Noi invece soccombiamo al doppiaggese che ci sembra norma, ma non lo è. Perciò anche andando un po’ a scontrarsi con questa brutta abitudine del pubblico, abbiamo voluto sporcare il più possibile il linguaggio e speriamo che si faccia sempre più spesso nel cinema di genere italiano per collocare fortemente i film nelle epoche storiche e nei luoghi che vengono raccontati. Questo è un modo di fare genere sano, che permette di non scimmiottare quello che si fa fuori, perché quella non è una strada percorribile. Per far rinascere il cinema di genere in Italia dobbiamo trovare una nostra identità. Le differenze linguistiche non solo conferiscono realismo, ma sono anche funzionali dal punto di vista narrativo: per esempio, il distacco di cadenza così marcato tra padre e figlio è stato un altro modo per renderli ancora più lontani tra loro.

Piove presenta scenari simbolici ed evocativi, tra cui la presenza dei palloncini, che diventano ricorrenti anche nella promozione del film. Il palloncino che solitamente è simbolo dell’infanzia, in questo film sembra diventare causa della fine dell’infanzia del protagonista.

DG: i palloncini rappresentano il giorno che raccontiamo nel flashback, ciò che tormenta padre e figlio. Sono loro che vedono nel presente i palloncini sotto forma di visioni crescenti, finché c’è addirittura questo showdown dove la casa è piena di palloncini, per circondare padre e figlio di quell’oggetto che simboleggia il momento in cui hanno smesso di parlarsi. Tutto nasce da Barbara, la figlia minore, che quando la madre la va a prendere ad una festa di compleanno, insiste per portare a casa dei palloncini nonostante questa tenti di convincerla a lasciarli lì. Barbara è il nostro personaggio oggettivo nel film, è l’àncora di salvezza, la chiave, il personaggio risolutore, l’innocente e infatti lei i palloncini non li vede mai più. Non abbiamo pensato a It perché il palloncino di It è un’esca, mentre noi li abbiamo usati in un altro modo. In più nel romanzo It, nella miniserie e nel film di Muschietti, il palloncino è sempre premonitore di It che sta per attaccare i Losers, quindi è una sua estensione, come se il palloncino stesso fosse It

Piove La recensione a Del Giudice e Strippoli Dasscinemag

Il film è stato vietato ai minori di 18 anni. Ci è parso un paradosso perché ha come protagonista un adolescente, parla di sentimenti comunissimi nell’adolescenza come la rabbia, il sentirsi sopraffatti, irrequieti, senza prospettive e nonostante questo è stato vietato agli adolescenti stessi. Cosa ne pensate e come l’avete vissuta?

DG: eravamo convinti fin dall’ultima stesura, che sarebbe stato un +14 (film vietato alla visione di un pubblico minore di 14 anni, ndr) perché c’era un certo linguaggio, l’uso di un’arma, scene di nudo e una dose di violenza, elemento che poi invece ha portato al +18. È stata una doccia fredda. Esistono film che hanno, secondo me, delle scene grafiche molto più violente delle nostre e che hanno ottenuto un +14, altre addirittura un PG (visione permessa ai bambini ma con la supervisione di un adulto, ndr). Per fare un esempio recente, in Halloween Ends, viene ucciso un ragazzino con una fiamma ossidrica nella bocca e quello è un +14. Rispetto a qualche botta e uno sparo, non c’è paragone.

Pensate che il fatto di essere un film italiano vi abbia penalizzati?

S: di certo sembra questo. Poi c’è anche una questione produttiva. Rimanendo nell’esempio di Jacopo, Halloween Ends è un film di una major, è più difficile far uscire un film così grande con un divieto così penalizzante. Non voglio dire che ci siano delle pressioni perché non lo so, quindi non lo dico, però è più difficile che accada. Il nostro film è più piccolo, quindi questa lama ti cade più facilmente addosso, è più difficile evitarla. Non so dirti perché siamo vietati ai minori di 18 anni, è questa la cosa che mi fa più arrabbiare. Sembra che la censura non abbia tenuto conto che il film è una parabola positiva, è un film che cerca una soluzione e che si sforza di trovarla nel finale. Sarebbe stato più facile farlo cadere nel nero totale, ma per noi era necessario un finale conciliante e pensiamo che quello basti per scongiurare un divieto del genere. Quel finale suggerisce che tutta la violenza che hai visto fino a quel momento è distruttiva e i personaggi stanno cercando la salvezza. Quindi forse siamo disabituati a un cinema italiano che fa vedere determinate cose, che sceglie delle soluzioni grafiche un po’ più forti, lo trovo assurdo ma forse la vostra ipotesi è corretta. Io non mi sono ancora dato una risposta, semplicemente lo trovo un divieto eccessivo e anche abbastanza mortificante.

DG: ho fatto un ragionamento pensando a film di genere prevalentemente horror, con un finale negativo e ho pensato a The Mist, tratto dal racconto di King, dove Darabont ha cambiato il finale rispetto al racconto: è un finale che non lascia scampo, tragico. Pensando anche a un classico come Rosemary’s Baby, non ha un finale conciliante, quindi l’unica spiegazione che riesco a darmi, che di certo non mi soddisfa, è che forse abbiamo raggiunto, anche grazie alla parlata romana, alle location e ad altri elementi, un livello di realismo che ha accentuato agli occhi e alle orecchie della censura una violenza più reale rispetto a quella più astratta che vediamo nelle villette americane, che è un mondo a noi lontano. Quindi magari in questo senso il fatto che sia un film italiano è stato penalizzante, perché la percezione è più vivida forse. Noi ci sentiamo molto penalizzati perché il film parla di una famiglia ed è giusto che lo vedano le famiglie e per questo divieto non sarà possibile.

(L’intervista è stata realizzata nei giorni precedenti la notizia della vittoria di Piove nel ricorso mosso nei confronti della decisione che lo vieta ai minori di 18 anni, sul quale è stata ripristinata quindi una classificazione di film fruibile nelle sale a chi ha più di 14 anni, ndr)

Strippoli, volevamo proporti un confronto con il tuo lavoro precedente, A Classic Horror Story, poiché sono due film molto diversi anche a livello produttivo e distributivo. Hai avuto modo di lavorare per due media differenti: prima una piattaforma streaming e poi un film per la sala cinematografica. Quali sono le differenze nel lavorare sui due media?

Ci sono pregi e difetti per ogni situazione. Nasco con il mito della sala, del grande schermo e un po’ mi è dispiaciuto non poter vedere ACHS in questo modo. Però avevamo la fortuna di sapere  dall’inizio chi sarebbe stato il distributore del film: sapevamo che saremmo finiti direttamente su Netflix e abbiamo potuto fare delle scelte a riguardo, sia a livello di formato che a livello di testo, perché il film gioca sul fatto di essere per una piattaforma. La piattaforma ti toglie tante preoccupazioni: sai che ci sarà quella distribuzione, che sarà distribuito in tutto il mondo e questa è una cosa bellissima. La sala ha una magia diversa, che io amo tanto e ti dà anche un impegno diverso. Sai che il film sarà venduto anche in altri Paesi, non nello stesso momento, la vita del film da un punto di vista di lavoro aumenta, dura di più, ed è una cosa molto bella. C’è un lato negativo, la sala non è in un momento particolarmente positivo e uscire in un numero di sale corposo è difficile, devi lavorare molto, aspettare tanto per avere delle risposte. Però, puoi entrare in sala e vedere il tuo film. Sentire e vedere quello che hai fatto, e sapere che gli altri lo vedranno in quella maniera, nel luogo più bello del mondo, è una soddisfazione enorme.

A Classic Horror Story intervista Del Giudice Strippoli Dasscinemag
A Classic Horror Story, film precedente (De Feo e Strippoli, 2021)

Un’altra differenza tra i due film è a livello di contenuto, perché ACHS presenta una dichiarazione d’intenti esplicita già dal titolo. Un film dal grande contenuto citazionistico, un omaggio al folk horror, mentre Piove è più introspettivo e meno immediato perché la componente horror non arriva subito ed è molto ibridata con altri generi. Ci sono state differenze nel lavorare due film così diversi? Anche per Piove ci sono state delle ispirazioni artistiche o ha seguito una strada differente? Se ACHS fosse uscito in sala avrebbe rischiato lo stesso destino di Piove o forse proprio nel suo essere più internazionale sarebbe stato recepito in modo diverso dalla censura?

S: Non ti so dire se avrebbe avuto lo stesso successo o le stesse difficoltà, perché sono due tipologie di film diverse. Piove è un film ibridato, ma anche ACHS lo è: ibrida l’horror con la commedia, con la satira. Questo invece si ibrida con il dramma familiare, le ispirazioni sono state diverse. In realtà non ho sentito particolare differenza, non ho sentito un peso maggiore da una parte o dall’altra. Di certo ACHS era un film pieno di riferimenti e citazioni, soprattutto nella prima ora. È fisiologicamente derivativo, giochiamo con citazioni visive per poi ribaltare tutto durante l’ultima mezz’ora. Qua io mi son sentito più libero, è stato anche più facile sperimentare visivamente. Questo non vuol dire che non abbia avuto dei riferimenti. Poco prima di iniziare a girare, ho riguardato e ripreso una mia vecchia passione per il j-horror, quindi per Kiyoshi Kurosawa e Hideo Nakata in primis. L’intento era quello di replicare il sentimento che questi film provocano e possiedono. Io cito sempre prima Kurosawa perché il suo Kairo mi ha segnato profondamente, un film che mi fa tanta paura, ma non perché mi spaventa, ma perché è un film profondamente nichilista e malinconico. Mi ha segnato profondamente e mi ha fatto molto male. Ho provato a riprendere quel film per portare in Piove un po’ di quella malinconia, quel sentimento denso che ti si appiccica addosso, che prima non avevo.

DG: Una reference netta per la scrittura, un titolo che non è mai uscito a cui effettivamente mi sono rifatto è questa bellissima antologia di racconti di Kōji Suzuki, dove l’acqua fa da legame. In particolare Dark Water, da cui è stato tratto un film giapponese dal titolo omonimo. C’era una New York buia, piovosa, con queste infiltrazioni d’acqua, la muffa, la bambina odia stare lì. I racconti sono bellissimi e sicuramente le prime volte in cui ho pensato a Piove avevo quel racconto in testa.

Avete dei consigli da dare a dei giovani autori emergenti?

S: Insistete. Io ho imparato ad esprimere liberamente i miei gusti, ho sempre avuto una grande passione per l’horror ma non ho mai pensato prima del Centro Sperimentale di poterli fare perché purtroppo sentivo addosso il sospetto che c’era e che c’è ancora un po’ verso questo genere in Italia. Molto spesso si cerca di provare a fare qualcosa più per una ragione estetica piuttosto che per una ragione personale. Se il tuo guilty pleasure, la cosa che vedresti notte e giorno sono le commedie romantiche, allora dovresti fare la commedia romantica. Io penso che dobbiamo eliminare la definizione del film di genere e il film d’autore, esistono i film belli e i film brutti, come esistono le opere disoneste e le opere sincere, e uno deve essere sincero. Soprattutto quando inizia, perché se si vuole fare questo lavoro assomigliando a qualcun altro non andrà, perché c’è una competizione terribile, è un lavoro poco lineare, ci vuole tanta fortuna e se tu non investi su ciò che davvero vorresti fare, a un certo punto crollerai. Devi essere onesto e insistere. Solo questo.

DG: e in qualche modo continuare a divertirsi. Io, al frequentare l’università ho affiancato un corso esterno, dove ho studiato filmmaking e sceneggiatura, e finalmente sentivo di poter fare qualcosa, sentivo di poter applicare tutti i concetti che studiavo sui manuali, che il livello accademico mi interessava poco. Io nell’ingenuità di quel periodo mi chiedevo, ma perché nel cinema moderno italiano non ci sono macchine stregate, non ci sono nebbie assassine, non ci sono zombie, perché non vediamo queste cose nel nostro cinema? Quindi, provate a farle. Nella maniera meno derivativa possibilmente. Trovare la propria identità, giocare un po’ sul folklore italiano, sugli accenti, sulle caratteristiche fisiche. Dobbiamo cercare di abbattere il più possibile l’esclamazione “ah ma non sembra un film italiano” detta come un complimento. Questa cosa andrebbe piegata, non deve essere un complimento, prima o poi deve diventare un insulto, prima o poi bisogna piegare l’opinione pubblica sul fatto che anche noi possiamo fare film di genere belli, come ormai li stanno facendo praticamente in tutta Europa.

Progetti futuri?

DG: In questi giorni iniziano le riprese del mio nuovo film, un thriller che ho scritto. Anche questo secondo me ha delle novità rispetto al nostro panorama nazionale, credo che nel 2023 sarà pronto. C’è anche una serie che sto scrivendo, in sviluppo. Proverà un po’ a sovvertire i canoni della tv generalista, importando il genere al suo interno. Proverà a raccontare una storia molto ambiziosa. C’è un film che ho sviluppato sempre con Propaganda Italia, un film fantasy per famiglie la cui sceneggiatura è pronta, ma non so quando verrà girato. Poi con Paolo e Milo Tissone, lo sceneggiatore di A Classic Horror Story, abbiamo dei progetti in vari stadi di avanzamento tra soggetto, trattamento e sceneggiatura. Per cui siamo in attesa.

S: sono film che scriviamo da quando siamo usciti dal Centro, sono ambiziosi ma ci teniamo tanto. Uno di questi si chiama L’angelo infelice, con cui abbiamo vinto il premio Solinas per il miglior soggetto nel 2019. Poi io ne ho un altro con Marina Marzotto di Propaganda Italia: anche qui un dramma familiare che si rivela un horror man mano che la storia procede. Un film diverso da Piove, ma racconta di nuovo di un genitore, una madre e una figlia in questo caso. Ed è un film anche questo complesso da mettere su, ma spero di riuscirci presto.

Intervista a cura di Sara Iennaco e Francesco Ria.

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