Il Diavolo veste Prada 2, la recensione: declino o ridefinizione di un’icona?

Il Diavolo veste Prada 2 Recensione DassCinemag

Se l’aura avesse un volto, sarebbe quello di Miranda Priestly.

Nel 2006, l’arte cinematografica incontra l’universo della moda in un’opera di successo. Vent’anni dopo, il pubblico è invitato ad un nuovo date all’insegna del glamour. David Frankel dirige il Diavolo veste Prada 2 (trailer) con la stessa cura per il dettaglio che ha caratterizzato il primo film, costruendo un approccio sempre più realistico e fedele alla realtà del mondo editoriale.

Meryl Streep torna ad interpretare Miranda Priestly, entrando in scena con un abito degno della gloria che le appartiene. Eppure, fin da subito, la narrazione mostra un sistema radicalmente cambiato, destinato ad imporsi aggressivamente sulla direttrice di Runway. In un contesto giornalistico che mira ad evolversi rapidamente, Miranda appare alquanto diversa. La sua freddezza professionale continua a dominare la sua personalità, eppure la digitalizzazione del giornalismo e la presenza di figure legate al mondo della consulenza e della pubblicità, sembrano toglierle potere e controllo. L’editoria di oggi non riconosce più in lei una persona la cui opinione risulta determinante. Seppur sembri surreale, Miranda inizia a perdere progressivamente centralità nel settore dove la carta stampata è in declino.

Miranda e Nigel, interpretato dal brillante Stanley Tucci che torna nelle vesti di direttore artistico di Runway, restano sorpresi dall’arrivo di un viso familiare nell’ufficio della direttrice. L’entusiasta Andy Sachs, personaggio della talentuosa Anne Hathaway, rivolge un caloroso saluto ai due, eppure un’esilarante Miranda non la riconosce. Il pubblico si diverte, ma la verità è che non si tratta di alcun tipo di sarcasmo. La donna non ricorda Andrea, eppure rimembra una voce presente nella sua mente: quella ragazza, prima o poi, farà qualcosa di grande. Andy viene licenziata dal suo vecchio lavoro, ma inaspettatamente, riceve una chiamata da Runway per lavorare come Feature Editor. Alcuni erano a conoscenza del suo ritorno, probabilmente quasi tutti. Tutti tranne Miranda. Un altro vertice aveva deciso per lei.

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Miranda decide di riprendere Andy, ma una sua dipendente ne paga le conseguenze, venendo immediatamente licenziata. Un gesto che mostra nuovamente quanto sia fragile il sistema gerarchico all’interno di una redazione. Nel settore giornalistico, è fondamentale far sentire la propria voce, ma ciò non significa assumere atteggiamenti scorretti o sleali verso gli altri. Semplicemente, vuol dire che il mondo editoriale è ricco di persone ambiziose, per questo bisogna avere il coraggio di esporsi. I sogni non cadono dal cielo. Andy Sachs lo sa bene e così, dispiaciuta per il licenziamento di una ipotetica collega, decide di andare avanti per raggiungere i suoi obiettivi. Scelta discutibile? Per un pubblico qualsiasi, forse sì. Per chi appartiene ad una realtà redazionale e sostiene la carriera di Andy dal 2006, decisamente no.

La direttrice di Runway, la nuova Features Editor e il direttore artistico della rivista provano a chiedere aiuto ad un’altra icona del film, Emily Blunt che torna ad interpretare l’impassibile Emily Charlton. La donna ha vissuto una profonda evoluzione caratteriale: nel primo film, il pubblico la ricorda come una giovane ragazza che annullava ogni suo stato d’animo pur di accogliere le richieste di Miranda. Ad oggi, il character di Blunt, è ai vertici di Dior. Gli spettatori potrebbero essere emotivamente manipolati dall’inaspettata gentilezza con cui Emily proverà ad aiutare Miranda. Eppure, sembra essere soltanto apparenza.

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Tra colpi di scena e un’eccellente sincronizzazione tra la sfera emotiva dei personaggi e quella del pubblico, la struttura narrativa del sequel risulta ben sviluppata. Uno spettatore affezionato, però, avrebbe desiderato una maggior evoluzione di un legame in particolare. Emily e Andy, infatti, trovano una sintonia che probabilmente, cercavano da tempo. Eppure, la sceneggiatura decide di inserire il riconciliamento verso la parte finale del terzo atto. Osservare maggiormente la loro acquisita complicità sarebbe stato coinvolgente, magari ideando contesti e scenari in cui potersi finalmente mostrare come un team leale. Nonostante ciò, la narrazione risulta molto elaborata, rivelandosi capace di intrecciare e ben stratificare linee narrative differenti e intriganti. Dal punto di vista sentimentale, la scelta di non concentrarsi ampiamente su una nuova conoscenza di Andy risulta più che giusta. Il Diavolo veste Prada non è amore, non è sentimentalismo, è l’ascesa di una carriera.

Dal punto di vista registico, sono stati inseriti svariati riferimenti al primo film sia in termini di battute che inquadrature, elementi che innegabilmente creano una forte commozione nello spettatore. La regia di Frankel predilige piani medi, al fine di relazionare i personaggi con il contesto circostante, una scelta sicuramente legata al registro formale della storia, dove domina una distanza visiva alquanto controllata. Il coinvolgimento visivo viene realizzato anche attraverso un movimento molto fluido, nonché dinamico, della macchina da presa, optando per carrellate rapide come nel caso dell’introduzione di Emily nel film.

La fotografia appare levigata e moderna. Il focus non viene posto su una saturazione di toni e costumi, anzi, la palette risulta ben equilibrata, sicuramente elegante e lussuosa, ma con quella classe che caratterizza un’estetica chic. Difatti, anche il lavoro stilistico contribuisce alla realizzazione di una componente visiva sobria, tranne per qualche gloriosa eccezione. L’universo Runway non ha mai rappresentato eccentricità. Non ne necessita.

Per quanto riguarda la soundtrack, lo spettatore non può far a meno di commuoversi davanti ad alcune meravigliose melodie riprese dal primo film: Suite From The Devil Wears Prada di Theodore Shapiro e Vogue di Madonna dominano l’esperienza immersiva del film, dando vita ad un vero coinvolgimento sensoriale.

Tra piccoli momenti di condivisione emotiva tra i personaggi come la stima di Miranda per Andy, il riconoscimento della direttrice di Runway per Nigel e la serenità raggiunta tra Andrea ed Emily, il sequel invita il pubblico ad assistere alla sfilata narrativa più emozionante e dominante di sempre. Il primo film resta iconico nella sua capacità di unire il fashion system ad un complesso e gerarchico sistema editoriale. Eppure, attraverso il sequel, lo spettatore verserà una lacrima di emozione per Meryl, Anne, Emily e Stanley: leggende che oggi, come vent’anni fa, restano più iconiche che mai.

Al cinema dal 29 aprile.

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