Intervista a Lee Dae-han, regista di Debone

intervista a Lee Dae-han

Una rappresentazione pura ed essenziale del mondo e dei suoi rigurgiti. Forse è l’unica frase veramente capace di riassumere in poche parole lo splendido Debone di Lee Dae-han. Un mondo dominato da opportunisti e ipocriti: ritratto essenziale della vita quotidiana. Un’opera potente capace di parlare, senza limitazione alcuna, della nostra struttura sociale: tra mercificazione dell’essenza e contaminazione della verità.

Siamo lieti quindi di poter intervistare il regista e sceneggiatore del film. Autore saldamente radicato nel genere orrorifico, Dae-han ha già girato i festival di tutto il mondo con i suoi cortometraggi, come Swamp e The Detachment, e Debone, sta seguendo lo stesso percorso. Dopo Rotterdam, Santiago e Cincinnati il film è arrivato anche in Italia grazie alla ventitreesima edizione dell’Asian Film Festival, che ha proiettato in concorso l’opera prima del giovane talento coreano.

Recensione del film Debone

Il mondo di Debone è caratterizzato da doppie facce, falsi perbenisti o sfruttatori seriali. La critica sociale del film è particolarmente interessante e ricorda come la verità possa avere varie stratificazioni, visto che può essere malleata a proprio piacimento. Partendo da questo punto di vista, qual era la tua intenzione narrativa? Come volevi narrare il quotidiano, il sociale, la verità e le sue forme attraverso Debone?

Quando ho cominciato a sviluppare il mio primo lungometraggio, Debone, e a scriverne la sinossi, mi sono posto una semplice domanda: perché realizzo film come regista? La mia risposta fu: per porre domande al mondo. Questo processo di auto-interrogazione ebbe una profonda influenza sulla direzione che, alla fine, prese irrimediabilmente la sceneggiatura. L’idea iniziale di Debone rimasta nella mia mente per diversi anni prima che iniziassi a scrivere lo script del film. All’inizio del 2024, ho persino informato l’attore protagonista, Lee Gyutark, del progetto. A quel tempo, tuttavia, Debone era molto vicino ad essere un’opera di orrore estremo, semplice e dal ritmo serrato piuttosto che il dramma oscuro, intriso di forte critica sociale e psicologica, che poi è diventato. Questo perché le origini di Debone derivano da un videoclip musicale che ho realizzato nel 2023. La storia parlava di un uomo rapito da un gruppo di cannibali composto da membri delle élite. Ma, come ho detto prima, volevo creare un film che facesse delle domande al mondo, quindi decisi di focalizzarmi su un dramma oscuro a forte impianto narrativo. La storia del rapimento, da parte del gruppo di cannibali, divenne il terzo capitolo di Debone, e da lì cominciai a reimmaginare il viaggio del protagonista che lo avrebbe portato a quel punto della storia.

Poiché volevo rappresentare i tanti e diversi “punti di vista” che esistono nella nostra società, il film si estese anche al racconto di un gruppo di persone, attorno al protagonista, con differenti professioni e posizioni sociali. Più di qualsiasi altra cosa, volevo che gli spettatori lasciassero il cinema con addosso shock e strascichi emotivi, con, perlomeno, una domanda persistente nelle loro menti. Se, dopo aver visto l’opera, rifletteranno anche solo per un attimo sulla natura del male, allora avrò realizzato la mia intenzione. Le persone molto spesso definiscono il male utilizzando termini semplici, ma credo che in un mondo colmo di ipocrisia, soltanto una manciata di persone possano veramente riconoscere cosa esso sia davvero. Ciò che vediamo non è mai la verità nella sua forma totale, e, sotto la superficie, ce ne sono fin troppe nascoste e di mai viste. La domanda è: quanto davvero sappiamo delle cose che accadono nel mondo?

Parlaci più approfonditamente della figura di Gyutark. Uccide il padre per difendere la madre dagli abusi dello stesso. Eppure, quando torna nel suo paesino di periferia, viene fatto passare per un semplice pazzo. Lo vediamo disorientato, in cerca di risposte continue. Come lo hai costruito, parlandoci anche di come hai lavorato con l’attore, e cosa volevi rappresentare con la sua figura?

Gyutark era all’interno di una situazione nella quale non aveva altra scelta se non uccidere il padre, alcolista, per salvare la madre. Se non lo avesse pugnalato nel collo, sua madre sarebbe stata quasi sicuramente uccisa. Ma, a prescindere dalle circostanze, Gyutark viene arrestato per parricidio. In Corea del Sud, come in molti altri paesi asiatici, rimane una ben radicata enfasi culturale sulla gerarchia familiare e sulla pietà filiale. Quindi, l’uccisione di un parente viene vista come un peccato imperdonabile. Quando Gyutark viene rilasciato e torna dalla madre, tutti nel villaggio disprezzano i due. Questo possiamo notarlo nel modo in cui gli abitanti del villaggio lo insultano nel momento del suo ritorno a casa. Ma se qualcuno dovesse chiedermi se questi abitanti siano anche dei “cattivi”, la mia risposta sarebbe: “non esattamente”. Dirigendo gli attori che avrebbero poi interpretato il ruolo degli abitanti del villaggio, ho detto loro: “Sono malvagi, ma non esattamente cattivi”. Questo perché – siamo onesti – immaginate di venire a sapere che qualcuno che ha ucciso un proprio parente si è trasferito nel vostro quartiere, dopo essere stato rilasciato dalla prigione. Molte persone si sentirebbero a disagio. Queste non vogliono sapere la verità completa sull’incidente. Prima ancora di chiederci se qualcosa sia vero o falso, tutto viene spazzato via dall’opinione pubblica. Molte persone non hanno una prospettiva propria, ed è facile trovarle oggi – soprattutto online.

Non c’è alcun desiderio di informarsi profondamente o di capire il punto di vista delle altre persone. Desiderano solo avere stimoli, precipitandosi verso ogni nuova questione formulando giudizi superficiali senza comprendere niente sotto la superficie. La vita non è mai così semplice. Eppure l’intera esistenza di Gyutark viene negata da persone comuni. Non può più far parte della società e, alla fine, il suo mondo interiore collassa. Molti dei personaggi dei miei film nella loro vita sono stati tristi. Ma credo che Gyutark sia il personaggio più tragico che io abbia mai creato. Per quanto concerne l’attore Lee Gyutark – sì, il personaggio e l’attore portano lo stesso nome. Mi disse che questo lo avrebbe aiutato a connettersi emotivamente al ruolo. Lui è una persona introversa e mi disse che gli aspetti della sua personalità e delle sue esperienze di infanzia lo hanno aiutato a interpretare il vuoto emotivo di Gyutark. La cosa principale su cui io e lui abbiamo lavorato è soltanto una parola: purezza. Il protagonista è una persona estremamente pura, nel bene o nel male. Non ha nessun luogo a cui appartenere in questo mondo. È solo, non prova piacere nella vita: non beve, non corteggia donne. Lavora in un magazzino e manda tutti i suoi guadagni alla madre. Tutto ciò che vuole è vivere felice con lei. Solo questo.

L’opera passa dal thriller a segmenti orrorifici (come lo sguardo fugace del padre o la sequenza nel “mattatoio”) utilizzando toni prettamente drammatici ma che, in qualche modo, riescono a nascondere dell’ironia tragica notevole. Parlaci dell’impostazione stilistica del film e del lavoro dietro la scrittura.

Debone è un film nel quale ho personalmente gestito l’intera realizzazione: la produzione, la regia, la scrittura, la fotografia, l’illuminazione, il montaggio e il color grading. Questo perché il budget era davvero irrisorio ma, in qualche modo, queste limitazioni mi hanno aiutato a mantenere un tono univoco e un linguaggio visivo coerente per tutto il film. L’opera contiene tutto ciò che ho sviluppato attorno ai miei cortometraggi e ai miei video musicali. Narrativamente, volevo che la tragedia diventasse un veicolo per la critica sociale e per l’esplorazione della psicologia umana. A livello visivo, invece, ho insistito su un turbolento lavoro di macchina a mano. Tranne per l’epilogo, ogni inquadratura del film è stata realizzata in questa maniera. In un’opera che mira a questo tipo di realismo rigido, la macchina a mano sembrava la scelta più onesta. Per quanto riguarda l’illuminazione, ho fatto affidamento quasi interamente sulla luce naturale con un’illuminazione essenziale a punto luce unico, in modo da poter preservare il realismo.

Montando il film, invece, ho deliberatamente esteso il ritmo rispetto a ciò che naturalmente avviene sul set cosicché il pubblico potesse rimanere all’interno delle condizioni emotive dei personaggi per il maggior tempo possibile. Per realizzare il color grading, poiché il film è ambientato in un periodo invernale, volevo che tutto risultasse rigido, freddo, denso e crudo. Per scrivere la sceneggiatura ho impiegato meno di una settimana ma ho trascorso lunghi periodi costruendo le mie opere all’interno della mia mente prima di poter scrivere ogni singola pagina. Quindi, sebbene l’operazione di scrittura “fisica” abbia richiesto quattro o cinque giorni, la sceneggiatura era già stata sviluppata dentro di me da quasi un anno. Dopo il casting, ho anche revisionato i dialoghi basandomi sui modi di parlare dei singoli attori. Poiché le persone che appaiono sullo schermo sono gli attori, non la sceneggiatura in sé, non desidero in alcun modo che essi si sentano vincolati da battute rigide. Preferisco rifinire i dialoghi dopo aver fatto il casting, così che ogni attore possa vivere all’interno del film.

intervista al regista di Debone

Una buona parte della tua opera prima è dedicata alla sequenza della cena, dove entra in gioco anche il vero tessuto politico del film. Parlaci di come sei arrivato a questa costruzione finale e come questa questione delle doppie facce rispecchia benissimo la nostra società.

Come detto in precedenza, la scena della cena era, a dire il vero, la prima che sapevo sarebbe stata inserita nel film. La scena è stata sviluppata a partire da un videoclip su un gruppo elitario di cannibali che giocano e divorano un uomo. Nella scena della cena ci sono quattro personaggi. Li descrivo collettivamente come appartenenti all’establishment: una figura del mondo della legalità, una figura religiosa, un giornalista e un uomo d’affari. All’inizio ho considerato di aggiungere politici sia di destra che di sinistra, ma pensavo sarebbe stato troppo diretto. La ragione per la quale volevo includerli era quella di esprimere questa idea: “Non fraintendetevi. Non importa a quale sponda appartengano, ai politici di rado importa della tua vita”. Qualcosa di simile a un verso di No Surprises dei Radiohead: «Bring down the government, they don’t speak for us.» Queste figure dell’establishment sono il peggior male all’interno del mio film. Sono essenzialmente demoni con facce umane. Trattano le persone –  a prescindere dal genere o dall’età – come giocattoli o cibo. Questo è il cuore della sequenza.

Gyutark è una persona pura ma tuttavia la società lo identifica come “il male”. Al contrario, queste persone appaiono nella realtà come élite rispettabili, nascondendo la loro vera natura dietro la maschera della civiltà, mentre in realtà sono più vicine a essere dei mostri. Questa contraddizione è profondamente ironica. Lo scontro tra queste due visioni – e il modo in cui i vari membri della società testimoniano quella collisione – è il cuore di ciò che volevo dire attraverso DEBONE. La ragione per la quale ho speso più di un’ora a costruire la storia diventa finalmente chiara nel capitolo finale. Le persone credono a ciò che vogliono credere, poiché alla fine non è un loro problema: una frase detta anche dalla madre di Gyutark all’interno del film. Volevo mostrare Debone a queste persone nella speranza che il film possa suscitare negli spettatori domande sull’ipocrisia, riconsiderando cosa sia effettivamente il “vero male. Perché se questo accadesse, il mondo potrebbe diventare leggermente migliore di com’è adesso.

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