I nostri comfort film preferiti

copertina collettivo, dasscinemag

Ci sono film che diventano luoghi sicuri a cui tornare quando si ha bisogno di leggerezza, calore o semplicemente di qualcosa di familiare. I tipici comfort film, o “film coperta”, che ognuno di noi possiede. In questo articolo abbiamo raccolto i titoli che mettiamo su senza pensarci troppo, unendo gusti diversi che, insieme, raccontano qualcosa di noi.

ACROSS THE UNIVERSE (2007; Julie Taymor)

across the universe, recensione

Jude, Lucy, Max, Prudence, Sadie e Jojo sono i protagonisti, nomi che molti ricondurranno facilmente a brani iconici della band più famosa, influente e rivoluzionaria della storia della musica: i Beatles. Dopo decenni, la loro eredità, tra musica e cinema, ancora non vacilla. A chi ha mai sognato un mondo che si muovesse al ritmo di quelle canzoni, Across the universe sembrerà come tornare a casa, in un mondo familiare ma al tempo stesso imprevedibile e, come i Beatles, si colloca fuori da ogni genere predefinito: è una commedia, ma non sempre, un dramma, ma non proprio, un musical, ma non esattamente. La storia è semplice e i personaggi sembra di conoscerli già: la storia di quando (Hey) Jude di Liverpool parte per New York con Max (well’s silver hammer), dove si innamora di Lucy (in the sky with diamonds). Psichedelia e musical, più che artifici cinematografici, un modo per trasmettere quelle parti altrimenti incomunicabili dell’essere umani. Non è un classico “feel good movie”: parla di dolore, guerre e perdita, ma è un film di vita e verità e, sicuramente, d’amore (per gli amici, la musica, l’avventura, la vita), fatto con amore e che predica amore, perché alla fine “all you need is love”.

Di Miranda Rinaldi.

IL TRENO PER DERJEELING (2007; Wes Anderson)

Il treno per Derjeeling, recensione

Il treno per il Darjeeling va guardato al caldo delle coperte, sorseggiando tè speziato e tenendo gli occhi ben aperti: in un attimo, il freddo di novembre sarà sostituito dal sole indiano. Wes Anderson accompagna lo spettatore in un viaggio visivo e spirituale, mentre i fratelli Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman) si rincontrano per riallacciare i loro rapporti familiari. I tre non si vedevano da un anno quando si rincontrano per una vacanza organizzata da Francis, ansioso di condividere una nuova esperienza. Ma l’occasione di riavvicinamento è in realtà un pretesto per allontanarsi il più possibile da casa. Figli dell’abbandono, i tre dovranno lasciar andare la loro solitudine, per ritrovarsi sul terreno di un vissuto comune.

Il film è intriso dell’aura di Anderson: un cast ricorrente, dinamiche disfunzionali, un umorismo minimale e colonna sonora British, con KinksRolling Stones e Peter Sarstedt. Soprattutto, i vagoni diventano una casa di bambole per Anderson, in grado di vivacizzare i dettagli di ambienti minimal. Ciò accade anche in Hotel Chevalier, il cortometraggio che precede il film, su un incontro in albergo fra Peter e una magnetica Natalie PortmanIl treno per il Darjeeling è dunque un banchetto per gli occhi e un’anima affamata, con una fotografia che scalda le ossa in inverno e un racconto che scavalca i muri della solitudine.

Di Fabrizia Catone.

COCO (2017; Adrian Molina, Lee Unkrich)

coco, la recensione

Coco riesce a unire emozione, musica e tradizione in un modo che ricorda un “abbraccio sincero”. La storia di Miguel, diviso tra il desiderio di inseguire la propria passione e le aspettative della famiglia, offre uno sguardo caldo e umano sul tema dell’identità. La forza visiva del film, con i suoi colori caldi e l’estetica ispirata alla tradizione messicana, contribuisce a generare un’atmosfera avvolgente, in cui temi come la memoria, il legame con i propri cari e la ricerca della propria voce assumono una dimensione intima e universale. È anche questo che porta Coco a essere considerato un vero comfort film: offre un rifugio emotivo, una narrazione capace di riportare serenità anche nei momenti più complessi. Il suo messaggio sulla persistenza degli affetti, unito alla colonna sonora coinvolgente, crea un’esperienza che consola, scalda e accompagna, rendendolo un film a cui tornare ogni volta che si sente il bisogno di qualcosa di profondamente familiare. La sua forza sta nel ricordare, con naturalezza, quanto gli affetti continuino a vivere nelle scelte di ogni giorno.

Di Francesca Nobili.

OLIVER & COMPANY (1989; George Scribner)

Oliver & company recensione

In un’opera cinematografica, spesso è la colonna sonora a diventare il cuore pulsante della storia: Once Upon a Time in New York City di Huey Lewis ha una melodia meravigliosa, adatta ad introdurre in modo emozionante l’inizio di Oliver & Company, film Disney diretto da George Scribner, liberamente ispirato al romanzo Oliver Twist di Charles Dickens. 

Tra le strade caotiche della città di New York, vive un gattino randagio alla ricerca della propria identità: Oliver conoscerà il valore dell’amore attraverso una tenera bambina che si prenderà cura di lui; allo stesso modo, il protagonista del film capirà anche l’importanza dell’amicizia, entrando a far parte di un gruppo di cagnolini, ognuno con la propria riconoscibile personalità, accompagnati da un buffo e dolce signore. L’animazione, ricca di immagini sature e movimenti dinamici, cattura un’attuale realtà urbana, lontana dai regni incantati dei classici Disney. Una sfrontata New York anni ’80 farà da sfondo a complesse e pericolose vicende che si nascondono dietro l’angolo, ma i sentimenti di appartenenza e di famiglia che accomunano i personaggi, saranno in grado di guidare la narrazione verso un lieto finale.

Di Sonia Spera.

LOONEY TUNES: BACK IN ACTION (2003; Joe Dante)

looney tunes

Looney Tunes – Back in Action non poteva non essere presente in un gruppo di film comfort. È il più dimenticato con utilizzo di tecnica mista, e forse quello riuscito meglio. Al diavolo Space Jam, questo lungometraggio utilizza un’ironia tagliente che rappresenta perfettamente i personaggi affilati dei Looney Tunes. Battute su la Warner Bros, su Hollywood e sul ruolo degli stunt. Per non parlare dell’enorme presenza di slapstick, non sempre riuscito sugli esseri umani, ma perfetto per i cartoon. Bugs Bunny è fenomenale, è in grado di rendersi “Roger Rabbit” nel suo essere cartone animato, rimanendo un comico infallibile. Nello sfondo è sempre presente qualcosa di cui stupirsi o ridere, e i personaggi di contorno sono divertenti. Inoltre, una specifica scena in un museo è uno spettacolo per gli occhi degli appassionati di animazione. In uno ruoli più sconosciuti, Brendan Fraser si districa ottimamente nella recitazione cartoon, in uno spy/action film che in troppi si sono scordati.

Di Nadir Scala.

TRE METRI SOPRA IL CIELO (2004; Luca Lucini)

Tre metri sopra il cielo, recensione

Filmetto, copertina, tisanina e si vola, direbbe qualcuno. Sì, ma a patto che sia Tre metri sopra il cielo. E che il viaggio non preveda aeroplani, ma motociclette che sfrecciano davanti all’ingresso di scuola e ci facciano salire in sella, avvinghiate alla vita del bello e impossibile di turno di cui ci innamoriamo follemente. Ammettiamolo, sono confessioni un po’ cringe, ma a quattordici anni quante volte abbiamo guardato il soffitto della nostra cameretta desiderando di raccontare tutto questo alle nostre compagne di classe… decisamente troppe! Nel frattempo, il liceo è finito da un pezzo e una laurea forse ce l’abbiamo già, il primo amore non è più tornato indietro e i segreti che rivelavamo alla nostra migliore amica sono diventati tenerezze innocenti. Eppure, mentre tutto è cambiato, non c’è storia d’amore capace di far – ancora, sempre, scioccamente – sorridere come quella di Babi (Katy Louise Saunders) e Step (Riccardo Scamarcio): irresistibile, irrinunciabile, insostituibile; ancor di più se guardata sul divano, sotto la copertina, con la tisanina in mano, quando il vento fuori è decisamente troppo freddo per schizzare in moto.

Di Arianna Santilli.

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