Orfeo: la recensione e l’intervista al regista e al cast

orfeo: la recensione e l'intervista al regista e al cast

Orfeo (trailer) è apparso come una mosca bianca all’82ª Mostra del Cinema di Venezia, sconvolgendo la critica per il suo stile originale pieno di citazioni ai grandi film del passato e con varie contaminazioni di genere e stilistiche. Il titolo di regista lo ricopre Virgilio Villoresi, che si afferma nel panorama italiano non solo come un autore a tutto tondo, dato che si occupa anche di sceneggiatura e produzione, ma anche come un vero e proprio artigiano del cinema. La pellicola (letteralmente, poiché è girato interamente in pellicola) è un viaggio onirico attraverso ambienti esplicitamente costruiti, ma che acquisiscono così ancora più fascino. La storia non solo fa ritornare sullo schermo un mito immortale come quello di Orfeo ed Euridice, ma è anche ispirata dal graphic novel di Dino Buzzati, Poema a fumetti, che già si era fatto portavoce del mito e grande sperimentatore. Il film ne riprende anche l’atmosfera, le immagini e la poetica.

La trama narra l’amore tra due artisti: Orfeo, pianista, ed Eura, ballerina di danza classica. I due si innamorano a prima vista, come in una fiaba, che viene però stroncata dall’improvvisa morte di lei, proprio come nel mito. Da qui il protagonista partirà per un viaggio alla ricerca della sua amata, attraversando gli inferi e incontrando personaggi assurdi che lo aiuteranno o gli si opporranno. Fra i più memorabili c’è una giacca fluttuante, doppiata proprio dallo stesso regista, ma anche l’Uomo Verde, interpretato eccezionalmente da Vinicio Marchioni. La storia, seppur semplice, diventa occasione per portare gli spettatori attraverso un viaggio fatto non solo di immagini e suoni, ma soprattutto di sensazioni e ricordi.

La prima grande scelta controtendenza che il film vanta è l’utilizzo della stop motion. Nonostante si tratti di un’opera live action non mancano sequenze animate o miste, nelle quali il reale e l’effetto speciale si confondono, l’organico e l’inanimato interagiscono come pari, la realtà e l’immaginazione azzerano le barriere. Non a caso il periodo delle riprese ha avuto una lunga durata. Ne è però valsa la pena per il regista, che approccia l’arte come il fanciullino di Pascoli, con la meraviglia negli occhi. Per lui «il cinema ha a che fare con lo stupore bambinesco». Questo stupore viene trasmesso anche al pubblico, come se si venisse riportati agli albori del cinema, assistendo per la prima volta ad una proiezione di George Méliès. È d’obbligo per questo una menzione d’onore agli animatori: Anna Ciammitti, Stefania Demicheli, Umberto Chiodi. Ma la magia del film non si ferma qui: la fotografia di Marco de Pasquale trasporta tutto in una dimensione surreale, plasmando con la luce le meravigliose scenografie e i costumi fuori dal tempo. Non per niente Villoresi descrive la pellicola come un’opera corale, collettiva, in cui decine di artigiani hanno inserito il proprio contributo. Si potrebbe parlare di cinema fatto in casa. Seppure il film non sia perfetto, merita la visione e il supporto sia per la sua unicità, sia per riportare in auge questo modo di lavorare, sempre più raro nell’arido panorama italiano.

Bisogna aprire un discorso a parte per i due interpreti protagonisti: Luca Vergoni e Giulia Maenza. Si tratta di due giovanissimi emergenti, con la capacità e la voglia di mettersi in gioco, qualità dimostrate proprio in Orfeo. La recitazione è teatrale, i personaggi sono archetipi che si muovono in spazi onirici, ma non per questo meno autentici. Dall’inizio alla fine del film Orfeo ed Eura esistono sullo schermo come nella mente degli spettatori. La chimica che i due costruiscono traspare dalla pellicola e convince senza ombra di dubbio, contribuendo alla poeticità di questa storia d’amore senza tempo. Abbiamo anche avuto l’opportunità di porre un paio di domande sia a loro che al regista.

orfeo: la recensione e l'intervista al regista e al cast

Quanto ci si sente fortunati, come registi, a poter avere a disposizione attori così giovani ma capaci e, come attori, a poter lavorare con un regista così creativo?

Luca Vergoni: È una fortuna enorme. A parte per il film atipico che ha voluto fare Virgilio, ma anche in generale. Se non solo con Virgilio non so quando mi può ricapitare una cosa del genere. In questo caso ho sentito davvero il cinema come arte collettiva.

Giulia Maenza: Al di là dei personaggi c’è stata una stima reciproca e una grandissima fortuna perché oggi non si gira più in questo modo. C’era libertà artistica totale. Per me farne parte, anche se avessi avuto solo una posa, già solo vedere il prendere forma e il prendere vita di questo film, sarebbe stato sufficiente.

Virgilio Villoresi: Sono stati entrambi molto disponibili. Ho sentito una partecipazione emotiva fortissima. Si è creato anche un rapporto umano molto sincero. Anche loro mi proponevano delle cose, e io ero molto aperto alle loro proposte, proprio perché mi fidavo della loro visione. Anche i dialoghi li cambiavamo mentre giravamo la scena. È stato molto giocoso. Tutto Orfeo è frutto di un lavoro collettivo, anche delle maestranze: costumisti, scenografi, musicisti. Io ho cercato di trasmettere la mia idea ma ognuno ha messo un pezzo importante.

Questo film, sia per la sua complessità sia per la durata della produzione e delle riprese, appare come una vera e propria palestra. Qual è una lezione che ognuno di voi si porta dietro da quest’esperienza?

LV: Virgilio ha una base d’artista molto solida, e questo nel mio lavoro mi ha portato a chiedermi che tipo di attore voglio essere. Infatti all’inizio il progetto mi era stato sconsigliato, poiché si intravedeva la lunga produzione, ma andando contro queste cose nei due o tre anni in cui ci siamo conosciuti e abbiamo lavorato insieme mi sono iniziato a chiedere se volessi essere un attore che è solo mestierante, che fa il ruolo che deve perché arriva il bonifico, oppure un attore con una voglia reale di prendere parte a qualcosa che poi diventa un’opera d’arte. Posso dirmi di essere stato parte di qualcosa di più grande.

GM: Mi ha insegnato il modo in cui Virgilio vede le cose: la pazienza, la minuziosità, il lasciarsi trasportare dalla fantasia senza preconcetti o imposizioni, fare le cose come le si vuole e con il proprio tempo.

VV: Ho capito che come regista per fare un film del genere devi avere una grande determinazione, una grande forza interiore, perché è facile scoraggiarsi in questo lasso di tempo così lungo. Però bisogna credere sempre nell’idea iniziale che ti ha portato a fare il film e a fare arte in generale. Per quanto riguarda il cinema da bambino mi ha salvato la vita; per me è stato una lezione di vita in molti casi. Proprio questo amore mi ha portato anche nei momenti più difficili a cercare di portare sempre al termine tutto. Per l’amore infinito che ho verso questa arte.

Dal 27 novembre al cinema.

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