#FrancoFilmFestival14: Aurora’s Sunrise, la recensione del film di Inna Sahakyan

L’informazione giornalistica, che si diffonda attraverso i programmi televisivi o i social network, ci ha abituato alla visione quotidiana delle brutalità dei conflitti bellici. Il vantaggio apparente, generato dalla diffusione planetaria delle notizie, rischia di comportare un’insofferenza diffusa rispetto alla visione della violenza a cui ogni giorno siamo sottoposti. Inna Sahakyan, con il primo documentario d’animazione armeno, Aurora’s Sunrise (trailer), non solo dà voce alla sofferenza di un’intera popolazione ma riesce anche a dispensare una lezione magistrale sulla funzione delle immagini.  

La figura della protagonista, Aurora Arshaluys Mardiganian, è col tempo divenuta una vera e propria icona nazionale, tanto da essere considerata “la Giovanna d’Arco degli armeni”. Ma nel resto del globo, come ci ricordano i titoli di coda, ha continuato a vivere nell’ombra, e la sua straziante storia di sopravvivenza al genocidio sembrava destinata a rimanere per sempre taciuta. Infatti, nonostante abbia dedicato la sua intera esistenza all’incessante lotta per il riconoscimento dello sterminio subito dal proprio popolo, una moltitudine di nazioni, la Turchia in primis, ancora lo negano. 

Il viaggio disperato verso la libertà, intrapreso dalla ragazza, sembrava essersi concluso alla soglia dei 16 anni quando, scappata attraverso la Russia e raggiunta Oslo, si imbarca per gli Stati Uniti. Ma le atroci sofferenze subite durante la sua fuga non erano ancora terminate. Giunta a New York alla ricerca del fratello, Aurora si imbatte nello sceneggiatore Harvey Gates che, avendo colto immediatamente il potenziale della sua storia, la convince a raccontargli le violenze subite e a pubblicarne un libro, Ravished Armenia.

 

Questo perfetto racconto strappalacrime attira l’attenzione di Hollywood che decide di costruirci un film attorno. Aurora, suo malgrado, accetta la parte da protagonista, non immaginando a cosa sarebbe andata incontro. I traumi infantili e i fantasmi dei familiari, brutalmente uccisi di fronte ai suoi occhi impotenti, riemergono e la paura di rivivere quelle atrocità diventa concreta. L’avidità della produzione, la spietatezza del regista e il trattamento disumano che ne consegue spingono Aurora verso un crollo emotivo. Auction of souls, titolo della pellicola, esce nel 1919 e, nonostante un enorme successo di pubblico, viene inizialmente censurato per poi essere definitivamente ritirato nel 1921. Fino a noi, sono sopravvissuti solamente quindici minuti di girato che, tuttavia, sono sufficienti per comprendere l’efferato processo di spettacolarizzazione a cui la vita di Aurora è stata sottoposta.

La migliore intuizione avuta da Inna Sahakyan, su cui vertono le maggiori qualità di Aurora’s Sunrise, è quella di aver alternato alle immagini del suo documentario animato quelle del film americano da cui è tratto, intervallandole con le interviste d’archivio di un’ormai anziana Aurora. Il modo in cui questi tre filoni cinematografici si fondono palesa l’intento originario dell’autrice: quello di far emergere le contraddizioni del doppiogiochismo hollywoodiano, i cui interessi, incentrati unicamente al guadagno, non solo rischiano di acuire le innumerevoli sofferenze di una miracolata ma anche di falsare la memoria storica e di restituirci un messaggio fatuo.  

Così, la regista dimostra l’effettiva inaffidabilità delle immagini che si manifestano abitualmente davanti al nostro sguardo che, disattento, non ne percepisce la manipolazione. Sono proprio quelle animate, paradossalmente, le uniche a conservare una carica autentica. È attraverso queste che il film riesce a lasciare un segno indelebile, con la delicatezza delle sue forme che, evocate metaforicamente, sono in grado di rifuggire dalla scorciatoia del cruento e del sanguinoso.  

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