First Man

16 Luglio 1969, il mondo si ferma. Chi davanti alla televisione, chi alla radio, chi all’aperto con la testa rivolta al cielo, milioni di persone quel giorno hanno visto un razzo staccarsi dal suolo terrestre e partire verso lo spazio. Da allora sono passati 50 anni e per celebrare questo storico anniversario le televisioni hanno riempito i loro palinsesti con speciali e film dedicati allo sbarco sulla luna. Quale occasione migliore, dunque, per tornare a parlare di First Man?

Due anni dopo La La Land, il musical che l’ha consacrato, Damien Chazelle cambia e per la prima volta in carriera dirige una storia di cui non è autore e che non ha a che fare direttamente con la musica. Nonostante possa sembrare decisamente diverso da tutto ciò che ha fatto prima, in realtà, si possono tracciare degli elementi di congiunzione tra i film che compongono la breve, quanto interessante, filmografia del giovane regista.

Sul piano tecnico, First Man sembra il punto d’incontro tra l’adrenalinica scena finale di Wiphlash (adrenalina e tensione che qui raggiunge il suo apice nei momenti di claustrofobia e confusione all’interno delle navicelle) e la poetica eleganza dei piani sequenza di La La Land (eleganza, che emerge soprattutto nella scena dello sbarco sulla luna). Anche questo film si dimostra una garanzia a livello sonoro sul piano della colonna sonora: particolarmente efficaci i momenti di silenzio assoluto e quelli in cui si avverte solo Gosling ansimare.

Sul piano tematico, in Whiplash, La La Land e First Man, i protagonisti si dedicano anima e corpo alle proprie ambizioni, i propri sogni, tralasciando spesso l’ambito personale, privato. Se in Whiplash la storia d’amore è marginale e verrà accantonata piano piano nel corso del film, in La La Land riempie certamente una parte molto corposa della storia, ma l’esito è lo stesso: i due amanti non possono stare insieme, hanno vissuto una storia importante, ma probabilmente non quella della loro vita, perché in quel momento non erano pronti a sacrificare la loro ambizione per l’amore.

In First Man parte fondamentale è dedicata all’ambito familiare di Neil Armstrong (Chazelle stesso l’ha definito un “documentario familiare”, più che un biopic). Per tutto il primo atto, il film si concentra sulla vita privata del protagonista, soffermandosi in particolare sulla figlia Karen, malata di tumore, la cui morte sconvolgerà la sua vita, segnando, probabilmente, la scintilla per la quale entrerà nel programma di volo della NASA. 

First Man

Da questo momento Neil, un uomo schivo, introverso, solo con le sue passioni (lo studio e il volo), si concentrerà quasi esclusivamente sulla sua ambizione, tralasciando la famiglia e chiudendosi sempre di più in sé stesso. A tratti sembra quasi un androide (figura che può essere considerata la summa del personaggio divistico “tipo” di Ryan Gosling, nonché ruolo che ha curiosamente, ma forse non casualmente, interpretato in Blade Runner 2049) sul cui enigmatico volto non traspare alcuna emozione. Una caratterizzazione forse eccessivamente estrema, che rende il personaggio spesso irritante.

Decisamente più empatica invece Claire Foy, i cui occhi parlano attraverso i bellissimi primi piani che Chazelle le dedica, nei panni della moglie Janet, una donna forte, fortissima, che ha perso una figlia e rischia ogni giorno di perdere un marito, una donna che forse avrebbe voluto solo una vita normale con un uomo presente, ma che si ritrova, il più delle volte, ad ascoltare, impotente, la radiolina che trasmette i dialoghi, tra Neil e la NASA. Lei deve evitare che la famiglia vada in pezzi, deve raccogliere i cocci e rimetterli insieme, deve costringerlo a parlare, forse per un’ultima volta, con i figli che nemmeno voleva salutare. 

Lui ha una missione per conto dell’America e per conto di sé stesso, per ritrovarsi, espiare le sue colpe e portare a termine qualcosa di impossibile, una missione impossibile, per rimpiazzare quella fallita con la morte della piccola Karen, alla quale la spedizione è dedicata, come sottolineato dalla scena culmine del film. Il viaggio di Neil non è altro che una metafora della sua vita, o meglio della sua condizione emotiva dopo la scomparsa della figlia: è un uomo vuoto in uno spazio vuoto, claustrofobico, senza punti di riferimento.

Lo spazio, da sempre, è un luogo altro in cui l’essere umano deve superare i propri limiti, deve abituarsi, con l’addestramento, ad un differente tipo di gravità mutando il proprio modo di muoversi, di orientarsi, di pensare. Il “piccolo passo per un uomo”, dunque, non è solo “un grande passo per l’umanità”, ma anche un gigantesco passo per Neil stesso, un passo attraverso il quale può ritrovare una posizione eretta, una nuova condizione umana, in un luogo extraumano. Il film non ci dice se Neil ce l’avrà fatta a ritrovare sé stesso, se, ora che la sua missione è compiuta, ora che è presumibilmente riuscito a lasciar andare sua figlia, il suo vuoto sarà stato colmato o se ne avrà creato uno ancora più grande.

La scena finale ci riporta a La La Land, con i due amanti vicini, ma allo stesso tempo distanti, che si guardano in “attesa” senza proferire parola, scambiandosi solo un cenno d’intesa. Se nel musical lo sguardo finale segnava il loro definitivo allontanamento, in questo film, sembra un tentativo di riavvicinamento. Troppo poco però, per avvertire in Gosling/Armstrong un senso di cambiamento, il che rende il “viaggio dell’eroe” bellissimo e significativo, ma privo dell’ultima tappa.

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