
Dominik Moll, regista e sceneggiatore tedesco naturalizzato francese, apre il suo ultimo film Il Caso 137 (Dossier 137) (trailer) con una sequenza di foto di repertorio delle manifestazioni parigine dei Gilet Jaunes nel 2018, corredate dai rumori di ambiente in presa diretta e insieme da una colonna sonora straniante (musiche originali di Olivier Marguerit) che ricorda da vicino quella di Interstellar. Un tale incipit ci predispone da un lato ad assistere ad un racconto-verità, dall’altro a chiederci se ciò che stiamo per vedere darà ragione di tale realtà ai nostri occhi, anche e soprattutto nella loro pura funzione percettiva.
Nel corso di una di quelle manifestazioni, Guillaume, un ragazzo della provincia venuto a Parigi da Saint Dizier insieme ai suoi amici, alla madre e alla sorella, un po’ per vacanza e un po’ per manifestare con i Gilets Jaunes, viene gravemente ferito alla testa da un proiettile di gomma LBD (Lanceur de Balles de Défense) sparato dalla polizia.
Stephanie Bertrand (Léa Drucker) appartiene all’Ispettorato Generale della Police Nationale (IGPN), dipartimento che si occupa delle ispezioni interne alla polizia, e viene incaricata di svolgere le indagini (appunto, il Caso 137) per verificare se vi siano state inadempienze o peggio errori e comportamenti scorretti da parte degli agenti in servizio. Le iniziative investigative di Stephanie si intrecciano con i suoi problemi personali: reduce dalla separazione con il marito Jérémy (Stanislas Merhar), anch’esso poliziotto, vive da sola con il figlio Victor (Solan Machado-Graner) e condivide con lui i problemi della sua condizione e del suo lavoro per il quale si avvale dell’aiuto e dell’amicizia dei colleghi condividendo con loro anche una parte del suo tempo libero.
Il susseguirsi degli interrogatori negli uffici della polizia ci introduce al lavoro di Stephanie; i campi e controcampi da dietro le spalle degli interlocutori ci mettono in una condizione di compartecipazione e condivisione emotiva con lei. Condivisione e compartecipazione che aumentano via via con lo stringersi delle indagini intorno alle responsabilità di alcuni degli agenti coinvolti.

Nel corso delle indagini si va anche delineando quanto la delicatezza dell’argomento introduca ostacoli e reticenze in relazione all’influenza e alle responsabilità della politica e delle istituzioni. Quella che era iniziata come un’indagine tecnica diventa presto una questione personale e morale, capace di mettere in crisi la protagonista e il sistema stesso che dovrebbe garantire giustizia.
Infatti, quando grazie al sincero ed efficace impegno che Stephanie mette nelle indagini si troveranno le prove inconfutabili della colpevolezza degli agenti, scopriremo, prima dalle disperate parole della madre del giovane Guillaume e poi dal faccia a faccia di Stephanie con la solerte Jarry (Florence Viala), il suo capo dipartimento, che in questo caso la Giustizia, anche di fronte all’evidenza, si è dovuta piegare alla “Ragion di Stato”. Una situazione prossima quanto accaduto 8 anni dopo negli USA del 2026 con le uccisioni dei “terroristi interni” a Minneapolis da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement); omicidi a sangue freddo di cittadini inermi contrabbandati come atti di legittima difesa solo in forza della medesima “Ragion di Stato”.
Il Caso 137 denuncia un sistema che si dice “democratico” ma tende sempre e comunque a proteggere sé stesso, anche davanti a prove evidenti. Stéphanie si ritrova in una posizione impossibile: ha fatto il suo lavoro fino in fondo ma capisce che il sistema che lei serve non vuole davvero cambiare. Questo la porta a una disillusione profonda, una presa di coscienza amara, il prezzo di chi sceglie la verità; non c’è una “vittoria”, solo la consapevolezza che la giustizia esiste formalmente, ma non sostanzialmente.
Opera apertamente politica nella quale, a detta della protagonista Léa Drucker e del regista Dominik Moll – presenti al Cinema Nuovo Sacher di Roma con Piera De Tassis nell’ambito della XVI Edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese – il finale non deve però essere interpretato unicamente in chiave pessimistica. È vero che la giustizia funziona più come procedura che come equità, che i più deboli restano a volte senza tutela e che anche in una democrazia la verità — quando esiste — può non bastare. Ma è anche vero che la verità non viene nascosta e resta come testimonianza, memoria, consapevolezza e monito.

Coerentemente con scopi e contenuti del film Moll adotta uno stile asciutto, quasi documentaristico, basato su prove, video, testimonianze. La narrazione segue passo passo l’indagine, con grande attenzione ai dettagli tecnici (filmati, ricostruzioni, interrogatori), mostrando una società polarizzata e “razzista” dove regna un clima di sfiducia reciproca: cittadini contro polizia, provincia contro centro, individui contro istituzioni.
Questo lo rende più un procedural politico che un thriller tradizionale. La tensione non nasce dall’azione, ma da silenzi, interrogatori, accumulo di prove. Un cinema di sottrazione, dove la violenza è essenzialmente morale più che spettacolare. L’interpretazione di Léa Drucker, bravissima, è un punto di forza del film: intensa, mai retorica, emotivamente complessa ma credibile nel rendere il suo conflitto interiore senza mai eccedere. Una performance veramente significativa e meritevole del Cesar 2026 vinto come migliore attrice protagonista.
Il Caso 137 è un film bello e sincero, impegnato, lucido, per alcuni versi scomodo, con un finale potente e disturbante al tempo stesso. Non c’è colpo di scena, non c’è catarsi ne giustizia riparatrice, ma una conclusione fredda e realistica, coerente con tutto il film: scoprire la verità è possibile — ma farne uso a fini di Giustizia, non sempre lo è.
In sala dal 16 Aprile

