Cosa resta della rivoluzione, la recensione: l’impeto di cambiare il mondo

Cosa resta della rivoluzione film

Con il suo sguardo costantemente corrucciato, Angèle (Judith Davis) sembra volersi fare portatrice di un malcontento profondo che la spinge ad urlare a squarciagola «Il tuo rifiuto di invecchiare è osceno» al suo datore di lavoro fermamente ancorato al posto fisso. Angèle, la nostra protagonista, è sfacciata, apertamente anticonformista, troppo impegnata a voler cambiare il mondo per perdersi in frivolezze: «Mi aveva chiesto di andare a vivere insieme ma non ho tempo». Vuole fare la rivoluzione perché sente che è l’unico modo per superare il trauma dell’abbandono della madre. Vuole sentirsi una persona difficile da abbandonare di nuovo.

Cosa resta della rivoluzione (trailer), diretto dalla stessa Judith Davis, è un film del 2018 distribuito in Italia a partire da Agosto 2020, ideato dalla compagnia teatrale L’avantage du doute (i cui membri sono gli attori che troviamo nel film). L’idea del collettivo teatrale in questione è quella di partire dal mondo di oggi per trasformarlo in un teatro “ad altezza d’uomo”, e questa finalità è chiaramente percepibile all’interno della pellicola. I rimandi al teatro sono molti: dai poster di Brecht attaccati alle pareti della stanza di Angèle, a scene costruite interamente su partitura fisica, fino ad arrivare ad una recitazione concitata ed antirealistica, che arricchisce il film andando a costruire quelle che sembrano essere piccole pièces teatrali. Davis decide di “superare” l’apparato strettamente teatrale e di esplorare quello che l’apparecchio audiovisivo può offrire: fa del primo piano una parte fondamentale del film, ci permette di osservare il linguaggio espressivo dei suoi attori e di se stessa.  

Il film nasce come una commedia, l’elemento ironico è preponderante nella storia. Cosa resta della rivoluzione riesce nel suo intento di far ridere (o quantomeno sorridere) grazie al lavoro che la regista ha fatto sul silenzio: il film ci offre costantemente dei piani di ascolto di personaggi che reagiscono in maniera grottesca a situazioni paradossali, scelta che risulta molto efficace in una commedia di questo tipo. Inoltre, la voce fuori campo della protagonista che fa il verso a se stessa e agli altri personaggi, sembra trasportarci in un “Favoloso mondo di Amélie” deformato. Il testo della canzone After Laugher di Wendy Rene che Angèle balla insieme a suo padre in una scena del film, recita «I’ll try to hold my tears, I’ll tried to hide my sorrows» e sembra come sottolineare quella che è la natura del film: una commedia che nasconde molto altro, una pellicola leggera che vuole farci identificare con una protagonista scossa dal dolore di non avere certezze nella sua vita. La sceneggiatura è stata ideata in modo da trasferirci questo forte senso di dubbio che vive Angèle ogni giorno, ricca di dialoghi propensi a mettere in discussione anche ciò che può essere considerato banalmente scontato, e portandoci a riflettere su cosa si possa definire realmente scontato.

La protagonista è spinta del desiderio di rivoluzionare il mondo, senza trovare il coraggio di attuare qualcosa di concreto e Judith Davis sembra volerci trasmettere lo stesso sentimento dal punto di vista registico. La pellicola strizza l’occhio ai grandi film di Truffaut come Les Quatre Cents Coups: sguardo in macchina di Angèle che interroga direttamente lo spettatore con un «Tutti noi siamo sicuri di qualcosa, o no?» che ricorda quello Antoine Doinel, la corsa di quest’ultimo che viene ripresa in Cosa resta della rivoluzione con Angèle che corre sulle note del Coro dell’Armata Rossa. E’ come se la regista volesse dirci che, si può essere spinti dalla forte idea di rivoluzionare il cinema, ma non si possono dimenticare i grandi modelli registici che hanno fatto la storia e che influenzano costantemente il cinema contemporaneo.

Arriva lampante, a noi spettatori, il tema dell’incomunicabilità. I personaggi del film sono così chiusi nei loro ideali da non ascoltare cosa hanno da dire gli altri personaggi, e la storia gira intorno a questo gioco di monologhi inascoltati. Può essere considerato un riferimento alla politica di oggi, dove varie personalità, spinte dalla foga di parlare, non si aprono ad ascoltare ciò di cui i cittadini hanno realmente bisogno. E alla fine Cosa resta della rivoluzione che tante persone sembrano voler attuare? Parole.

Cosa resta della rivoluzione è un film sottile ed efficace che porta lo spettatore a mettere in dubbio la propria quotidianità e le proprie convinzioni radicate. Come recita un personaggio della storia «Perché non riusciamo a vivere? Perché litighiamo sempre? Che colpe abbiamo?» Questo è il film giusto per chiedervelo.

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