Avatar – La via dell’acqua, l’incontro con il produttore Jon Landau

Avatar - La via dell'acqua incontro con il produttore Jon Landau

<<Dietro ad un corpo ibrido rappresentato […] vi è, quasi sempre, un corpo ibrido rappresentante>>[1] scrive Christian Uva all’inizio del suo Ultracorpi, ponendosi l’obiettivo di indagare come i dispositivi della digital performance potenzino, piuttosto che cancellare, la nozione di “umano” nel cinema contemporaneo in forme inedite (augmented body). La questione dell’ibridazione uomo-macchina non è certo tra le più moderne, anzi, esempi di un’umanità ibridata con la tecnologia si possono trovare fin dall’inizio della storia del cinema – Gugusse et l’Automate di Georges Méliès (1897), Metropolis di Fritz Lang (1927) – fino ad arrivare agli ultimi anni, dove questa condizione di Post-umanesimo – in cui il concetto stesso di umano viene ridefinito nell’ottica di una radicale assenza di differenza tra l’organico e la macchina[2] – tocca le vette più estreme: uno degli esempi migliori in questo senso è Titane di Julia Ducournau. 

Quando uscì in sala nell’ormai lontano 2009, Avatar di James Cameron segnò, piaccia o meno, la storia del cinema in maniera radicale. Non tanto per quanto riguarda la trama o lo sviluppo dei personaggi (vero punto debole di tutta l’opera) ma per quel che riguarda l’aver tracciato un prima e un dopo nell’uso e nella resa sullo schermo della motion capture (mocap) e della performance capture (perfcap); modalità d’integrazione tra il corpo e la macchina. Da un punto di vista strettamente tecnico, la motion capture consiste in un sistema che ha come fine l’acquisizione del movimento e la sua trasformazione in informazioni utilizzabili in diversi modi. Sul fronte cinematografico, può dunque essere descritta come <<una tipologia di hardware e di software per computer mirata a tracciare e a rappresentare il movimento di corpi in uno spazio tridimensionale a partire dall’azione>>[3]. La persona viene provvista di marcatori posizionati sulle articolazioni, i quali, “riconoscono” il movimento e lo “vedono”. Unendo tali punti si ottiene la struttura scheletrica di base che si muove sullo schermo e che rispecchia le movenze del performer (in gergo viene chiamato puppeteer, burattinaio) in carne ed ossa.

Per quanto riguarda la performance capture, invece, parte dalla stessa tecnica di base della motion capture, ma è atta ad oltrepassare la semplice registrazione dei movimenti corporei per arrivare a registrare il cuore della performance attoriale ossia il volto dell’interprete, sui quali vengono applicati dei marcatori di dimensione ridotta[4].

Prima dell’epopea fantascientifica di Cameron c’erano stati degli esempi di utilizzo di queste tecniche nel cinema – un esempio tra tutti è il Gollum della trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson – ma non si era mai arrivati ad una così elevata resa di dettaglio. Il pianeta Pandora, con la sua fauna e la sua flora che sembravano direttamente usciti dal più brillante dei sogni, i Monti Hallelujah (<<Le leggendarie montagne fluttuanti di Pandora, mai sentite?>>), e soprattutto i suoi abitanti, gli indigeni blu Na’vi con le loro espressioni facciali, hanno fatto veramente credere agli spettatori che una nuova vita su un nuovo mondo fosse possibile. 

Per questo motivo, quando dopo tredici anni, venne annunciata l’uscita del sequel Avatar – La via dell’acqua, e di ben altri tre capitoli – girati in contemporanea – la voglia di tornare finalmente su Pandora, l’attenzione, e l’hype, andarono subito alle stelle. 

In un recente incontro tenutosi a Roma, il produttore dei film Jon Landau, in collegamento video, ha risposto senza sbottonarsi troppo a diverse domande postegli dal pubblico. Landau ha parlato dei tempi produttivi di realizzazione dei quattro sequel e di come girarli in contemporanea abbia richiesto molto tempo di preparazione in fase di scrittura; della sfida che ha rappresentato l’adattare le tecniche della motion e della performance capture per le riprese sott’acqua e dell’<<integrare il digitale con l’organico>> per realizzare un mondo altrimenti irrealizzabile su pellicola. 

Fermamente convinto del bisogno di offrire allo spettatore la migliore delle esperienze possibili, e che tale esperienza debba cominciare <<da quando si paga il biglietto>>, Landau ha toccato anche la questione degli esercenti delle sale cinematografiche e il fatto che questi devono lavorare in simbiosi con le case di produzione e le distribuzioni per invogliare il pubblico a tornare a godersi i film nel migliore degli ambienti: la sala. Anche per questo motivo il secondo capitolo di quella che a tutti gli effetti diventerà un saga uscirà sul grande schermo in 3D, tecnica che all’epoca entusiasmò tutti per un breve periodo e che ebbe con il primo Avatar il suo apice (anche se sarebbe meglio definirlo come l’unico esempio veramente degno di nota) e anche il suo canto del cigno. 

Non resta che aspettare e sperare che Avatar – La via dell’acqua sia riuscito a superare le mancanze del primo capitolo – principalmente la scrittura – e che ci faccia nuovamente venir voglia di tornare su Pandora, nell’attesa, dal 22 settembre il primo capitolo torna in sala.

Avatar – La via dell’acqua sarà in sala a partire dal 14 dicembre.

Note

[1] Christian Uva, Ultracorpi. L’attore cinematografico nell’epoca della digital performance, Bulzoni, Roma, 2011, p. 13.

[2] Ivi., p. 19.

[3] Ivi., p. 38.

[4] Cfr. pp. 38 – 40.

Bibliografia

C. Uva, Ultracorpi. L’attore cinematografico nell’epoca della digital performance, Bulzoni, Roma 2011.

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