A Chiara, recensione: Jonas Carpignano chiude la sua trilogia su Gioia Tauro

A Chiara

Il rapporto di Jonas Carpignano con Gioia Tauro è nato per puro caso. Dopo il 2010, il regista italo-americano si recò in Calabria unicamente per approfondire la spigolosa vicenda di ribellione dei migranti di Losarno per quello che nel 2014 diventerà Mediterranea, il suo esordio al lungometraggio. Il suo rapporto con la piccola città, con Pio Amati e il quartiere popolato da rom Ciambra, divenuto poi soggetto del successivo A Ciambra, sono figli di un’unione umana, forte, che negli anni è cresciuta sempre di più. E già per questo motivo è facile comprendere le particolarità del terzo capitolo della “Trilogia di Gioia Tauro”, A Chiara (trailer). Il film, vincitore a Cannes del Premio Europa Cinema Label della 53° edizione della Quinzaine des Realisateurs, verrà distribuito da Lucky Red nelle sale italiane a partire dal 7 ottobre.

Ancora una volta un titolo che fa pensare ad una dedica; una lettera (filmata) d’amore a un personaggio simbolo di un progetto che riesce anche a trascendere il cinema stesso. Spesso, infatti, si vuole parlare fin troppo di decostruzione e tradimento dell’orizzonte di attese dei generi nel cinema contemporaneo, di legame con le etichette. A Chiara piuttosto che partire da ispirazioni cinematografiche, come ribadito dallo stesso Carpignano nella presentazione del film alla stampa, parte dalle molte storie di chi vive a Gioia Tauro, che si uniscono alla storia personale di chi quei panni li vestirà (in questo caso, la nostra omonima protagonista è interpretata da Swamy Rotolo). Non è sbagliato dunque parlare di codici del thriller/noir (il non detto del resto dei personaggi che Chiara dovrà affrontare), di coming of age, di decostruzione del mafia movie; fermarsi a queste cose, d’altro canto, sarebbe riduttivo.

Il film è fortemente legato alla sua protagonista, al senso di responsabilità che si accompagna ad alcune situazioni ben specifiche, come la scoperta di un mondo segreto. Evento scatenante del film, infatti, è la scoperta da parte della sedicenne Chiara della seconda vita da spacciatore del padre, da corriere di grandi carichi di droga per i gruppi locali. A Chiara, in tal senso, vuole trattare la miopia delle parti tirate in gioco (in questo caso lo Stato, che vuole sottrarre Chiara alla sua famiglia, e ‘ndrangheta) quando si tratta di scendere a patti con una ragazza il cui mondo è stato stravolto in pochi attimi.

A Chiara

Ma è anche la storia di un legame familiare profondo, di un rapporto fin troppo stretto per essere distrutto in poco tempo. La sua ricerca alla scoperta della verità (sentenziata da una battuta centrale del padre sul finale del film) è il leitmotiv di un percorso di maturazione che si scontra con qualsiasi definizione, che scava e ribalta il concetto di responsabilità; lei vuole scegliere unicamente perché è cosciente delle conseguenze di una qualsiasi presa di posizione, non perché le viene detto di fare determinate cose.

In tutto ciò lo sguardo di Carpignano, forse troppo appassionato (parafrasando le sue parole), resta vigile e distante il giusto. Al classico stile semi-documentaristico, fra cui spicca la bellissima regia nel segmento iniziale del film (la festa dei diciotto anni della sorella di Chiara, Giulia), e all’ormai caratteristico, per lui e una schiera di registi italiani da una decina d’anni a questa parte, utilizzo della pellicola 16mm, viene affiancata un’alternanza di soggettive e semi-soggettive della nostra protagonista, il cui scopo è quello di coinvolgere e far sperimentare allo spettatore lo stato d’animo di Chiara.

A corollario di queste soluzioni il regista si concede dei momenti onirici, dei sogni/incubi, dove la ragazza osserva (e si osserva) con occhio altro, contornata da sfumature di rosso e blu, significative per l’evoluzione del suo personaggio. Ma A Chiara è anche un film di punti di vista, di opposti (basti pensare all’introduttiva e conclusiva festa di compleanno) e di significativi fuori fuoco; di voci che si alternano e definiscono al dettaglio un presente che ci sfugge ma che in fondo ci riguarda.

A Chiara è un film unico oggi in Italia, la degna conclusione di una delle pagine più interessanti del nostro panorama cinematografico. In definitiva, qualcosa di cui andare fieri.

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