#Venezia83: 15/18 (A Place to Heal), la recensione del film di Cédric Kahn

Un reparto di psichiatria per adolescenti diventa, nel nuovo film di Cédric Kahn, 15/18 (A Place to Heal), il luogo in cui confluiscono le fratture della famiglia e della società. Abusi sessuali, disturbi alimentari, disforia di genere, transizione, violenza e incomunicabilità attraversano le storie dei protagonisti.

Presentato in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film segue Lucia (interpretata da Malou Khebizi), una diciassettenne già conosciuta dalla struttura, e un gruppo di ragazzi tra i quindici e i diciotto anni alle prese con la loro riabilitazione.

Kahn sceglie di non trasformare queste sofferenze in etichette. Quasi nessuno dei ragazzi riceve una diagnosi esplicita, 15/18 racconta le persone prima ancora delle patologie. La malattia rimane spesso sullo sfondo, mentre in primo piano c’è la difficoltà di dire ciò che accade e, soprattutto, di essere ascoltati.

Durante i colloqui con i medici, la macchina da presa rimane costante sui volti degli adolescenti. I dottori fanno domande e intervengono ma il loro volto resta spesso fuori campo. Il controcampo viene così negato, costringendo lo spettatore a rimanere dalla parte di chi racconta, osservando ogni esitazione, ogni silenzio, ogni cambiamento dello sguardo. Sono sequenze lunghe, prive di stacchi evidenti, nelle quali la durata diventa uno strumento di tensione emotiva. Anche l’assenza quasi totale di musica contribuisce a questa impressione di realtà, che rende il film un tipo di cinema molto vicino al realismo documentario. Del resto, Kahn ha sviluppato il 15/18 dopo un periodo di immersione nei reparti di psichiatria adolescenziale, osservando la vita quotidiana dei pazienti.

15/18 si espone anche con una critica al mondo adulto che circonda i giovani in struttura. Una madre durante un colloquio con i medici finisce per parlare esclusivamente di se stessa, quasi dimenticando che al centro dovrebbe esserci la figlia, alle prese con un disturbo alimentare. Emerge quindi l’incapacità delle famiglie di riconoscere la sofferenza dei propri figli senza ricondurla a un capriccio, a una fase o a un problema generazionale. Padri distanti, genitori disorientati e adulti incapaci di comunicare compongono così un’altra forma di solitudine.

Il reparto diventa una sorta di microsocietà, in cui i ragazzi sono alle prese con la loro interiorità. E così anche lo spettatore, che osserva e studia a lungo i loro volti.

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