#Venezia80: Dogman, la recensione del film di Luc Besson

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Se c’è una cosa che il cinema di Luc Besson ha saputo e riesce ancora a valorizzare è la caratterizzazione dei personaggi che mette in scena, peculiare ed estrema ad ogni iterazione, totale e stratificata nei suoi film più riusciti. Quello creato dal regista francese è sempre stato un universo di e per i protagonisti, a loro gelosamente dedicato e appartenuto, incentrato sistematicamente sulla loro crescita in un sistema diseducativo, sulla loro redenzione, la riabilitazione e la rivalsa in un mondo che pullula di bruti.

Se in passato l’autore di Léon ha scelto con ricorrenza di affidare la storia di un’emancipazione a figure femminili, ritenendole più congeniali a narrare la resilienza, facendone dichiaratamente la propria firma autoriale, in Dogman, film in concorso alla Ottantesesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Besson sceglie il volto e l’espressione stralunata di Caleb Landry Jones, sceglie un uomo ma lo relega ancora ai margini. Quello del regista parigino è, di fatto, prima di tutto, un cinema che racconta gli emarginati, gli scarti, chi ha patito violenze e vessazioni e deve trovare un’alternativa alla quotidianità convenzionale.

«L’ispirazione per questo film è scaturita, in parte, da un articolo che ho letto su una famiglia francese che ha rinchiuso il proprio figlio in una gabbia quando aveva cinque anni. Questa storia mi ha fatto interrogare sull’impatto che un’esperienza del genere può avere su una persona a livello psicologico. Come riesce una persona a sopravvivere e a gestire la propria sofferenza? Con Dogman ho voluto esplorare questa tematica.». Nelle parole di Luc Besson appare ben chiara la volontà di fare leva sull’adattamento e sulla rieducazione psicologica di Douglas. Un padre violento, fanatico e incapace di amare, un fratello, bestiale quanto il genitore, complice della stessa prevaricazione, una madre che non ha altra scelta che l’abbandono bastano a segnare la psiche di Douglas, una segregazione forzata fatta di stenti e sudiciume contribuisce a procurargli la lucida follia che lo caratterizza. Il giovane è vittima innocente, investito da una violenza inaudita e immotivata, perpetrata tra le mura domestiche dove Douglas dovrebbe trovare amore.


“La sofferenza è uno stato che accomuna tutti noi e il solo antidoto per contrastarla è l’amore. La società non ti aiuterà, ma l’amore può aiutare a guarire”. L’amore che salva Douglas è quello della comunità di cani che edifica ed alimenta: l’ultimo baluardo non dimora in un’umanità che è deludente quando dimentica di essere crudele, che non sa amare incondizionatamente, ma nell’innocenza di animali incapaci di odiare. I cani, in simbiosi con Douglas, ne divengono l’estensione, il prolungamento identitario, lo rendono un dogman dai connotati quasi supereroistici nella sua capacità di muoversi in sintonia con loro, di condividere con i suoi fedeli una coscienza collettiva.

C’è poi un altro tipo di amore che sembra poter risollevare Douglas: è l’amore per il teatro, per la recitazione come possibilità di dissociarsi da sé, per il travestimento come processo terapeutico di costruzione di un’identità altra, di occultamento di quei panni attaccati alla pelle, di un passato che è esistenza in quanto risultato combinatorio di traumi. Per Douglas “è questo che fai se non sai bene chi sei, ti travesti, ti inventi un passato”. Besson riflette sul potere salvifico della performance, sulle sue facoltà riabilitative; che si tratti di Shakespeare o di drag queen show, incarnare un personaggio permette a Douglas di mitigare il dolore, di disinnescare gli impulsi di morte.


Ma il mondo là fuori è ancora quella selva selvaggia che le dinamiche familiari lo avevano costretto a calcare, dog days are not over e per Douglas non sembra aprirsi nessuna via se non quella della criminalità. Dogman è un fuorilegge che possiede la propria personale visione (ed espressione) di una giustizia che tiene a bada i prevaricatori, che protegge i deboli, che ruba per redistribuire la ricchezza come un odierno Robin Hood che ritrova nei propri fedeli animali frecce da scoccare, che uccide perché nel mondo che abita non c’è traccia della nobiltà cavalleresca.


Luc Besson torna a fare ciò che gli riesce meglio, si lascia alle spalle l’ambizioso e deludente sci-fi Valerian e la città dei mille pianeti e il recente Anna passato in sordina, rimettendo al centro la storia di una ripartenza, di una crescita distorta, riuscendo nella difficile impresa di differenziarsi dal Joker di Todd Phillips con cui pure condivide molti elementi, scegliendo di proporre una narrazione non lineare, spezzettata e marcata dai traumi e di affidarsi ad un Caleb Landry Jones in stato di grazia, che regala la sua interpretazione migliore in un ruolo che lo vede finalmente protagonista. L’attore statunitense cura con scrupolosa attenzione ogni movimento, studiando con minuzia l’andatura del personaggio, rendendo alla perfezione quella calma follia, quel controllo che Luc Besson ricercava e trasformando il film in un one man show di cui il regista aveva bisogno.

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