#Venezia79: The Whale, la recensione del film di Darren Aronofsky

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La cosa che forse più stupisce di The Whale, in Concorso alla Mostra del Cinema, è come l’appartamento in cui è ambientato l’intero film non assuma nemmeno per un istante i tratti di una gabbia claustrofobica. Quasi paradossale, anche pensando alla scelta del regista Darren Aronofsky di adottare un formato quadrato in 4:3. Al contrario, quello di The Whale è uno spazio aperto, una frontiera che si estende un po’ alla volta raccontando un nuovo pezzettino di vita attraverso nuove stanze scoperte, nuove porte spalancate con i tempi e le soluzioni giuste.

Uno spazio che non si stringe mai sopra il proprio protagonista Charlie, un Brendan Fraser che si cala nella notevole mole di un uomo obeso recluso all’interno della propria abitazione. Uno spazio triangolato come se si stesse sopra un palcoscenico teatrale, le cui quinte celano i grigi ricordi di un’esistenza che ha condotto fino a lì, in quel preciso momento. Si disvela un poco alla volta The Whale, prendendo la mole del suo protagonista come centro di gravità attorno al quale far ruotare la macchina da presa e una contenuta giostra d’attori. L’infermiera e amica Liz (una grande, grandissima Hong Chau), la figlia Ellie (Sadie Sink), il giovane predicatore Thomas (Ty Simpkins), l’ex moglie Mary (Samantha Morton).

Tutti gli ruotano attorno, usano il suo corpo quasi inamovibile come simbolo di una tensione: se vogliono ascoltarlo si siedono davanti o di fianco a lui, se vogliono negargli la prossimità si spostano dietro, dove il suo sguardo e la sua ricerca di perdono non può raggiungerli. Perché quella di The Whale è in fondo una storia di espiazione, di elaborazione di errori compiuti, di menzogne raccontate, di amori naufragati che sono rotolati a valle portandosi dietro ogni volta un pezzetto di quello che Charlie era.

Una storia costruita (dallo sceneggiatore Samuel D. Hunter a partire dalla sua omonima piéce) sulla e forse per la persona dello stesso Fraser, in un inevitabile rimando alla figura di un attore nato e divenuto noto per l’essere “belloccio”, la cui carriera è stata poi interrotta da un brusco esilio dalle scene e dal netto mutare del suo aspetto fisico. Fraser sa quindi benissimo che questa è una storia in cui può ritrovare qualcosa in più di un ruolo, sa che è anche l’occasione da giocarsi come riscatto nei confronti di un’intera industria (in odore di premi per la stagione che verrà) e ne trae la forza per una performance intensa, a tratti maiuscola sotto i chili di un trucco prostetico che rende spropositata la massa di quest’uomo.

Aronofsky arriva poi anche a piegare la sua solita inquietudine a favore di un sentimento quasi sempre molto sincero. La nasconde nei pochi frangenti in cui Charlie ingurgita cibo quasi per accelerare il processo già in atto e che da lì a poco lo condurrà alla morte, quasi per strapparsi anzitempo da questo mondo che a lui non sa bene come guardare (con compassione? Con disgusto?) ma che lui guarda invece con infinito affetto e lucidissima ironia, la cosa forse più straziante dell’opera.

The Whale in questo è un film molto equilibrato, che giusto nel climax emotivo finale scivola con un po’ troppa facilità nella richiesta della lacrima, confezionando dei momenti che pure alla luce di ciò non perdono valore. Un bel film, che non vuole essere nulla più di quello in cui si manifesta, dramma solare nonostante la penombra dell’appartamento (chissà che poi non arrivi la luce…), sincero come è la sincerità a cui vuole ricondurci con un ultimo disperato tentativo un Charlie/Fraser che stringe il cuore.

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