The Witcher 2, la recensione della seconda stagione su Netflix

The Witcher 2, la recensione della serie su Netflix

Toss a coin to your Witcher, O’Valley of Plenty (…)”. E’ dal 2019 che il novanta percento della popolazione mondiale (si fa per dire) canta questo ritornello sfizioso a mo’ di filastrocca. E la si è cantata in attesa. In attesa della seconda stagione di The Witcher (trailer), la serie tratta dal meraviglioso mondo creato da Andrzej Sapkowski che ha generato sin da subito una grande acclamazione, e disponibile su Netflix dal 17 dicembre.

La pandemia del Covid-19 ha portato via parecchio ed è stata anche un duro colpo per il mondo cinematografico e che, di conseguenza, ha portato all’interruzione di molti lavori in corso, compresa la serie sul witcher Geralt di Rivia. Questo, inevitabilmente, ha ritardato la sua uscita, facendo stare tutti con il fiato sospeso per parecchio tempo. In questi due anni, dove il tempo è sembrato dilatarsi, è stata data in pasto qualsiasi cosa pur di placare gli animi in trepidante attesa: sneak peak, trailer, foto inedite ed aggiornamenti sul set e sugli attori.

L’hype costruito attorno è stato tanto, è stato troppo. Tanto che si è arrivati alla seconda stagione di The Witcher con il cuore in fibrillazione e con la grande speranza che il prodotto valesse l’attesa per la grande aspettativa creatasi. Chiunque abbia amato la prima stagione è arrivato a ridosso dell’uscita della seconda con il desiderio incontrollabile di doversi tuffare con tutte le scarpe – di nuovo – nel Continente. A tu per tu con lo strigo dai capelli bianchi che lascia sempre con qualche capogiro.

La prima stagione si era conclusa – per chi avesse bisogno di un veloce sunto – con Yennefer (Anya Chalotra) che usa tutti i suoi poteri nella battaglia di Sodden e Geralt (Henry Cavill) che si ricongiunge con la sua “ricompensa” scaturita dalla Legge della Sorpresa, ossia Cirilla (Freya Allan). Gli eventi ripartono quindi da qui, con una Yennefer privata del caos che finisce in combutta con un demone pericolosissimo, La Madre Immortale, e Geralt che cerca in tutti i modi di proteggere Ciri da qualsiasi minaccia.

Tutto il Continente è alla ricerca della principessa di Cintra, ognuno per un suo tornaconto. Elfi, nilfgaardiani, la Confraternita. Ed è per questo motivo, per scoprirne di più su di lei, che Geralt porta  – all’inizio – Ciri a Kaer Morhen, la sua casa, dove ci sono gli altri Witcher fra cui lui, il più anziano, Vesemir (Kim Bodnia). Poco più avanti, nel mentre Ciri si allena intenta a diventare una witcher a sua volta, si scoprirà il suo vero dono. Lei ha sangue ancestrale, una cosa rara, che è anche un ingrediente fondamentale per il mutagene che serve per la creazione dei witcher stessi. Non solo: il suo sangue è in grado di salvare tutto il Continente o distruggerlo, a seconda di chi ne fa uso, e proprio per questo diventa l’oggetto del desiderio di tutti. E’ un’arma potente. Un’arma di cui nessuno se ne vuole privare.

La serie The Witcher così si divide in due fasi. La prima (la prima stagione) mette molta carne al fuoco, con molteplici sbalzi temporali che a volte confondono, e ci presenta i personaggi. Nella seconda fase (la seconda stagione), si decide su cosa concentrarsi maggiormente, facendo in modo che tutti gli eventi confluiscano in una sola ed unica trama: il percorso di Cirilla. Se prima c’era il “caos”, adesso c’è una linearità nella narrazione, che scorre molto più lenta e scandisce ogni azione, scelta, decisione. Snocciola tutte le questioni lasciate in sospeso, apre le porte alla conoscenza concreta dei personaggi. Al loro vero io.

E’ Cirilla il perno su cui ruotano gli avvenimenti, il loro ritmo è cadenzato dal suo excursus, dal suo percorso formativo e dalla sua crescita. Il famoso world-building è completamente sulle sue spalle, interamente costruito sul suo personaggio. Se crolla lei, crolla il resto. Quello che succede all’interno delle varie “fazioni”, persino le scelte di personaggi secondari e terziari, sono tutti in sua funzione. Nessuno escluso.

Ciri è predominante, ma nonostante questo non ingrana bene. Solo nell’ottavo episodio si ha una vivacità del personaggio, una sua struttura solida, che prima viene ad essere un po’ debole, manca di fermezza. Forse perché è predominante anche la presenza di Geralt su di lei che – come un padre troppo apprensivo – la sovrasta a tal punto da farla sviluppare solo alla fine. Purtroppo.

Nella seconda stagione di The Witcher la storia ha quindi una trama, che è Cirilla, ed un subplot estremamente importante, che è il viaggio verso l’animo di Geralt che ci viene “consegnato” ora molto più morbido. Si mettono in luce – per un occhio attento – le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue grandi paure. Spesso i suoi stati d’animo sono impercettibili e vanno ricercati nelle espressioni magistrali di Henry Cavill, mentre altre volte sono palesi. Lo strigo viene messo alla prova spesso e il personaggio che era stato costruito come indistruttibile viene piano piano scalfito. La presenza di Ciri è fondamentale per questo passaggio da witcher indomabile ad essere umano che ha i suoi punti deboli ora ben visibili. Si arriva, finalmente, al cuore di Geralt.

The Witcher 2, la recensione della seconda stagione su Netflix

Oltre a questi due filoni, quello che viene regalato allo spettatore non è l’epicità o le battaglie – anche se in alcune scene non si manca di teatralità – ma una riproduzione anche del videogioco. Alcune scene dei witcher ed in particolare di Geralt – scandite soprattutto dai movimenti in slow motion – rompono per pochi istanti la fruizione tipica dello spettatore che si relaziona ad una serialità, dandogli invece la sensazione di interattività, come se stesse giocando al videogame e dipendessero da lui le azioni del personaggio. Chi invece ha letto i libri potrebbe storcere il naso alla vista di qualche scena e scelta completamente trasformata all’interno della diegesi, come per esempio l’incontro con Nivellen o la scelta ricaduta sull’attrice Adjoa Andoh per interpretare Nenneke. Per il resto tutto è esattamente come dovrebbe essere.

L’uso predominante della CGI, la riproduzione fedele dei costumi che sono uguali a quelli del videogioco, la numerosità di luoghi proposti, le molteplici panoramiche, confermano l’impegno morale che si è messo (a prescindere dai costi) per non deludere nessuna aspettativa che si è fatta per questa seconda stagione di The Witcher. E c’è di più. Nonostante si raggiunga uno pseudo climax solo alla fine e sembri che tutti gli episodi “manchino di qualcosa”, quello che si può dire è che l’ottavo episodio da una stoccata finale a tutti gli altri, mostrando un colpo di scena degno d’essere chiamato tale.

La conclusione è che questa stagione di The Witcher è la preparazione del pasto caldo i cui ingredienti sono stati messi a punto nella prima stagione e che si potrà gustare dopo, con una terza che – sicuramente – avrà tanto da dare e tanto altro da dire. Il terreno è stato preparato, chi è pronto a combattere?

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