
Mettete insieme un invito a cena, delle coppie di coniugi per protagoniste e un soggiorno come ambientazione perfetta al dramma che di lì a poco si svolgerà. Tutti elementi che sono spesso stati il preludio di brillanti kammerspiel del cinema contemporaneo (e non): hanno funzionato per Chi ha paura di Virginia Woolf?, Carnage, ma anche per Perfetti Sconosciuti. Proprio tale formula si rivela ancora una volta di successo con The Invite (trailer), tra i film che hanno conquistato il pubblico dell’ultima edizione del Sundance, scritto da Rashida Jones e Will McCormack e diretto da Olivia Wilde.
Joe (Seth Rogen) e Angela (la stessa Wilde) sono una coppia di San Francisco, da lungo tempo sposata e con una figlia di dodici anni, Maggie. Lui è un insegnante di musica presso un modesto conservatorio della città, con alle spalle una fallita carriera da musicista in una band indie; lei è un’artista che ha rinunciato da tempo a qualsiasi aspirazione creativa e che dà ora sfogo al suo estro artistico attraverso l’arredamento della loro casa, tra tappeti pregiati comprati al mercato delle pulci e infinite tonalità di pittura azzurra tra cui scegliere, che sembrano essere tutte uguali. Entrambi si sentono imprigionati in un rapporto in cui l’abitudine è andata sostituendosi alla frenesia e all’eccitazione dei primi tempi, diventando inconsapevolmente vittime di una serie di risentimenti taciuti che il tempo ha trasformato in una frustrazione logorante per entrambi.
La monotonia della loro vita di coppia, ormai fatta esclusivamente di incomprensioni e litigi, sembra essere scossa da un invito a cena che Angela fa (peraltro all’insaputa di Joe, diventando questo evento ulteriore motivo di scontro) agli inquilini del piano superiore, responsabili di rumori particolarmente molesti di notte. Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton), la coppia di vicini, rappresentano tutto ciò che Angela e Joe non sono (più): disinvolti, affiatati, magnetici, innamorati, in una sola parola, irraggiungibili. I personaggi di Wilde e Rogen sono così una bomba destinata a esplodere da un momento all’altro, con l’accoppiata Cruz-Norton a fare da detonatore. E anche quando scoppiano, i due partner non abbandonano mai una spiccata ironia caustica, nel caso di Joe, e, per Angela, quell’imbarazzo e quella gentilezza affettata mista a riverenza tipici delle interazioni tra estranei, soprattutto quando i disinibiti Piña e Hawk condivideranno i desideri che segretamente nutrivano per quell’incontro.

Il tutto avviene in quello stesso appartamento arredato da Angela con una cura quasi maniacale, i cui spazi sono una perfetta estensione, in termini visivi, della vita della coppia: lo studio di Joe, unico luogo della casa deputato ad accogliere il suo disordine, soprattutto interiore; ma anche la camera da letto dei due, inaccessibile se non attraverso un lungo e stretto corridoio, nonché l’ultima stanza ancora da rifinire in seguito alla ristrutturazione dell’appartamento, apparentemente trascurata dai due, quasi a rappresentare la situazione di stallo in cui si trovano e che nessuno dei due ha il coraggio di affrontare.
Al pari di Piña e Hawk, lo spettatore si trova così, suo malgrado, investito del ruolo di voyeur, quasi a violare gli spazi e l’intimità, ormai pressoché inesistente, di due persone che un tempo si amavano ma che adesso vedono solamente un estraneo nell’altro. Ecco che nella conversazione tra i quattro, in un crescendo di emozioni, emergono tutti i non detti, l’astio, le incomprensioni e le frustrazioni che sono state riversate da ciascuno sul proprio partner, anche in un rapporto apparentemente solido come quello dei personaggi di Cruz e Norton.
La forza di The Invite sta nel perfetto equilibrio creatosi fin da subito tra parentesi comiche, specchio di un’America contemporanea in cui le coppie si destreggiano tra l’ossessione per i podcast e la tendenza spasmodica ad analizzare ogni rapporto interpersonale, e momenti drammatici in cui la tensione si insinua lentamente, fino a trasformare ogni parola, ogni silenzio, ogni gesto in una miccia pronta a esplodere. Il tutto pervaso da una profonda malinconia, che accompagna lo spettatore fino al messaggio finale: l’idea che a volte, per continuare a crescere e a evolversi, si debba imparare a lasciar andare. Con la consapevolezza che i ricordi dei felici momenti passati faranno sempre parte di noi.
In sala.

