Yes, la recensione: barocco e abisso di Nadav Lapid

Yes recensione film Nadav Lapid DassCinemag

Yes (in ebraico כֵּן, khen) è la risposta che il protagonista concede a chiunque detenga potere, denaro o autorità sufficienti a imporgli una richiesta. Un tempo pianista jazz di talento, il quarantenne Y attraversa le feste del jet set di Tel Aviv insieme alla compagna Yasmine, ballerina, in un girovagare isterico e assurdo che li conduce, notte dopo notte, a prostituirsi in circostanze sempre più grottesche e caricaturali. Quando un uomo vicino al governo gli propone di scrivere un inno patriottico, un canto di guerra chiamato a risvegliare lo spirito militarista di Israele, la risposta è sempre la stessa: yes.

L’ultimo film di Nadav Lapid è un’opera barocca e corrosiva che scaraventa addosso allo spettatore tutto il ridicolo e il tragico del mondo e che poi, da quell’accumulo micidiale, riesce a tirare fuori delle riflessioni morali di prodigiosa acutezza e complessità. Sono tanti piccoli yes quotidiani a comporre il grande mosaico dell’orrore, a rendere possibili i giganteschi e devastanti abissi morali della Storia: milioni di silenzi, di omissioni minute e compromessi individuali, fanno in modo che un movimento estremo e disumano finisca per apparire naturale. Questo film dimostra come la furia genocidaria di Israele ecceda il perimetro giuridico tracciato dai tribunali internazionali: non può essere ricondotta esclusivamente alle decisioni del governo perché affonda le sue radici nelle dinamiche di tutta la società civile, nei suoi rapporti di forza interni, negli interessi e nelle dipendenze che regolano l’intero sistema. È in questa trama umana e materiale che si annida la responsabilità più ampia, di tutti loro israeliani o tutti noi occidentali, di rendere possibile la prosecuzione della violenza e di lasciarla impunita.

Oggi, però, è evidente che l’orrore viene assorbito e amministrato con facilità sempre maggiore, desemantizzato o, peggio, strumentalizzato con fini propagandistici o, peggio ancora, reso oggetto di sadico intrattenimento. Lo mostra bene la seconda metà del film, quando si abbandona il contesto grottesco dei ricchi festaioli e ci si avvicina al confine con Gaza: una soglia dell’orrore desertica ma cinematograficamente molto affine al giardino rigoglioso della famiglia Höß ne La zona di interesse. Un luogo a due passi dall’inferno in cui la vita scorre quasi come se niente fosse, il protagonista vi si reca con Lea, sua ex compagna, impiegata come traduttrice dei tweet sul 7 ottobre, interfaccia tra la propaganda interna di Israele e la stampa estera. Una donna che porta il peso della sua posizione morale molto ambigua: è portatrice della realtà tragica degli uccisi e degli ostaggi, ma al tempo stesso ingranaggio fondamentale della propaganda genocidiaria, fondata sulla strumentalizzazione sistematica di quelle morti. Una sofferenza reale e devastante può essere contemporaneamente verità, comunicazione politica e leva di giustificazione dei crimini. È proprio questa riflessione sulla strumentalizzazione morale ciò che spesso manca al cinema politico contemporaneo, una sottigliezza che un grande cineasta come Lapid riesce a far emergere con grande incisività tra gli eccessi barocchi del film.

yes, la recensione

È difficile, come sempre nei lavori di Lapid ma più delle altre volte, non scorgere il regista dentro il protagonista: non nell’ormai dilagante postura dell’autofiction egoriferita, ma in una riflessione che l’autore mette al servizio di un discorso molto ampio, rivolto all’umanità. Nonostante Lapid viva da molti anni in Francia (paese che produrrà gran parte del suo film, ma sui finanziamenti torneremo dopo) realizza un film radicalmente calato nel contesto israeliano, il suo più personale, sofferto e politicamente acuminato. La sceneggiatura era stata concepita prima del 7 ottobre 2023 e, racconta lui stesso, gli attentati non l’hanno stravolta più di tanto: l’indifferenza, la corruzione, la rabbia, il nazionalismo erano già lì come una bomba a orologeria pronta a esplodere e devastare. Dopo il 7 ottobre, è tornato in Israele per girare il suo film incontrando il secco no di molti suoi amici e collaboratori storici.

Un film urticante dunque, aggressivo, radicale e furioso ma davvero sottile nel riflettere su se stesso, senza la paura di evidenziare e riflettere sulla propria posizione intellettuale compromessa, di israeliano nonostante tutto, di carnefice. A complicare ulteriormente questo discorso già spinoso, c’è il fatto che il film è stato finanziato per il 12% con denaro pubblico israeliano, erogato dall’Israel Film Fund, ente pubblico indipendente (ancora per poco), che il governo sta smantellando pezzo dopo pezzo. Ne sono prova più recente i tagli enormi da parte del ministro della Cultura Miki Zohar, stesso che pochi giorni fa minacciava di revocare la cittadinanza ai registi del documentario NAZA. La circostanza intorno a questi finanziamenti è tornata a pesare su Lapid nel giugno 2026, quando le pressioni ignoranti e conformiste di alcuni lo hanno costretto a ritirarsi dalla giuria del FIDMarseille. C’è da sperare, però, che nel sistema politico israeliano sempre più marcio, rimanga qualcuno nelle commissioni disposto a battersi per finanziare film come i suoi: per non smettere di credere nell’umanità, in generale, è necessario che tra le migliaia di yes comodi e colpevoli, ogni tanto, ce ne sia uno sconveniente e partigiano.

Al cinema solo il 14, 15 e 16 settembre.

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