#RomaFF21: Un tranquillo funerale di famiglia, la recensione

Un tranquillo funerale di famiglia, la recensione a cura di DassCinemag

«Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte»

Malika Ayane canticchia una canzoncina: il film è finito. In un tedioso splitscreen rosaceo scorrono i titoli di coda, accompagnati da un atroce “videoclip” (se così abbiamo il coraggio di denominarlo). Tutto il cast partecipa ad un simpatico coretto scolastico tra ondeggiamenti dei fianchi e falsi sorrisetti. La camera li inquadra dall’alto: intorno a loro c’è una bara e un morto che, a occhi chiusi, muove le labbra. Cantarella anche lui la canzone: non è un personaggio del film, bensì è il Cinema. Un cinema italiano, quello comico almeno, ormai rassegnato: chiuso, appunto, in bara in attesa di un funeraletto scialbo che possa congedarlo, renderlo eterno. Nella speranza di risvegliarsi dal sonno perpetuo, continua a sonnecchiare in Un tranquillo funerale di famiglia (trailer) di Massimiliano Bruno, presentato fuori concorso alla 21° edizione della Festa del Cinema di Roma. 

Quando il padre muore, Daria (Claudia Pandolfi) e Riccardo (Pietro Sermonti) si rincontrano al suo funerale. Tra bisticci e avversità, dovranno affrontare le situazioni grottesche che si verificheranno durante la cerimonia: dai problemi con un allucinogeno fino alla comparsa di una strana figura, pronta a ribaltare la storia personale del proprio padre defunto.

Una commediola italiota: piena zeppa di battutacce semplicistiche e personaggi stereotipati. Ci risiamo: il comico si impregna ancora di mero borghesismo cinematografico. La solita solfa ammuffita, ormai vecchia e stantia, tutt’altro che amena. Sull’orlo del baratro non c’è speranza: se qualche anno fa Genovese ci nauseava con l’operetta più mendace e manieristica del post-2000, ovvero Perfetti Sconosciuti, qui ci ritroviamo in un contesto simile. Vale a dire una commedia elitaria, destinata a un pubblico borghese. Ma se, in quella situazione, il cinema si sedeva a tavola per cenare inquieto tra bisticci e chiacchiere artificiose, nel nuovo film di Bruno si ritrova direttamente in una bara: come un morto, ad ascoltarne di altri sempre più indecorosi e fuori dal sociale. «Prima eri un chiodo» dice sentenzioso il personaggio di Diego Abatantuono a quello di Stefano Fresi, aprendo una linea comica dove il primo darà solo del «ciccione» al secondo. Terribile: come la scena in cui la bara si apre e al posto del vero morto troviamo “un cubano”, identificato dai becchini come «negro» («C’è un negro nella bara», tristesse). Ecco l’italietta spensierata, in un brodo di giuggiole, che crede di uscire coraggiosamente fuori dagli schemi. La realtà è diametralmente opposta: siamo quasi tornati ai fasti vanziniani, nascosti da una patina elegante, un velo elitario che si traduce in cliché. Nulla di nuovo, purtroppo. 

Un tranquillo funerale di famiglia, la recensione a cura di DassCinemag

Tutti gli elementi conducono ad un solo risultato: è una commedia estraniante per un pubblico estraniato. Chi va in sala non può e non deve essere consapevole delle regole del mondo, della nostra società. Il microcosmo utilizzato è quello di una famigliola borghese, riunita dalla morte, in un pomposo funerale. Quindi, qualcosa di esterno alla massa eppure paradossalmente convenzionale. La costruzione narrativa, di conseguenza, gioca a favore di nascondimenti perpetui: non serve raccontare l’Italia o approfondire i personaggi poiché è inutile. Meglio scendere nel frivolo e nel gestibile: immergersi nelle volgarità popolari del “politicamente scorretto” (giusto, ma bisogna saper scrivere per poterselo permettere) e nelle narrazioni piatte (com’è piatta la messa in scena) di personaggi scialbi. Nessun approfondimento psicologico o riflessione sul mondo: un “nulla” che assomiglia ad un compitino scolastico, quelli delle elementari, senza regole e impegno.

Alla fine del film, di “tranquillo” rimangono solamente i muscoli facciali: atrofizzati da un costante niente. Un riso perduto, ormai. Difficile da riequilibrare, riportare alle sue gloriose origini. Un funerale piatto è quello messo in scena da Massimiliano Bruno, che non rielabora le avversità del quotidiano, di una società colpita ripetutamente dalle tensioni sociali e politiche. Bensì, ricorda alla critica togata e al pubblico borghese che “tutto va bene”. Che finché nessuno si accorge che il morto nella bara porta il nome di Italia, allora si può continuare a canticchiare: a ridere sguaiatamente. Non accorgendosi che, anche per noi, la morte è in sempiterna attesa.

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