#RomaFF21: The Guest, la recensione del film di Mads Mengel

«Vorrei essere parte delle vostre vite. Non solo un ospite».

A 28 anni da Festen, primo film del gruppo Dogma 95, il regista danese Mads Mengel porta sul grande schermo la sua opera prima The Guest (trailer). Come nel film di Vinterberg, il film presentato in concorso Progressive Cinema ruota intorno ai giorni di una cerimonia, in questo caso il battesimo del figlio del protagonista, Karl (Simone Bennebjerg). Il giovane e la sua compagna, alle prese con i preparativi, si ritrovano però ad affrontare una presenza indesiderata: Rikke (Josephine Park), la sorella di Karl, ha permesso alla madre dei due, Vibeke (Trine Dyrhholm), di unirsi alla cerimonia dalla quale era stata volontariamente esclusa. Fin dalla sua prima entrata in scena, si può cogliere velocemente il notevole livello di tensione che la sua presenza crea all’interno del nucleo familiare. Rikke è convinta che la situazione sia completamente sotto controllo, ma Karl è combattuto tra la volontà di mandar via Vibeke e l’inevaitabile affetto che rende questa dinamica più conflittuale e stratificata di quanto sembri.

Possono le ferite familiari rimarginarsi davvero? È il perdono assoluto davvero la via per trovare la propria pace interiore? The Guest, Gæsten in lingua originale, indaga queste questioni attraverso una regia affilata, che mantiene la tensione dall’inizio alla fine dell’opera. Lo spettatore è costantemente indotto a prestare attenzione a ogni dettaglio, a scrutare un teatro di figure sempre più vicino al margine di un dirupo, ed è portato a chiedersi quale sarà il momento, quale sarà la frase di troppo che romperà quell’equilibrio precario, portando all’inevitabile crollo definitivo. La macchina da presa si muove inquieta: analizza la realtà ricorrendo all’utilizzo di zoom, come in un reality show, e di primissimi piani, aiutati anche da una colonna sonora puntuale e frenetica che accompagna ogni cambio di sentimento del protagonista Karl. Attraverso il suo sguardo, si è portati a condividere con lui gli stessi conflitti morali, divisi tra il desiderio di voler essere in grado di perdonare e l’amara consapevolezza che a volte non è possibile.

Queste divergenze si trovano rispecchiate negli occhi della madre Vibeke. Ogni singolo cambio di espressione riesce a modificare l’intera percezione della scena, passando rapidamente da momenti di pacificazione ad altri di profonda conflittualità interiore. Raccontare l’alternarsi di questi sottili contrasti è stato possibile solo grazie alla magistrale interpretazione di Trine Dyrholm. L’attrice e cantante danese, già nota per il ruolo di Pia in Festen e per la più recente interpretazione in The Girl with the Needle, riesce a dar vita a un personaggio che nessun’altra attrice sarebbe stata in grado di interpretare meglio di lei.

Mads Mengel utilizza l’evento della cerimonia festiva come strumento narrativo per far emergere naturalmente tensioni sottese tra i rapporti interpersonali. Scelta che è stata già presente in questa ventunesima edizione del Roma Film Fest, in opere come Mariage au goût d’orange, dove un matrimonio metteva in luce l’intera storia di una famiglia francese negli anni ‘70. L’utilizzo dell’ambientazione spazio-temporale festiva è in generale una tradizione molto cara al cinema danese, a partire dal capostipite Festen passando per il Melancholia di Lars Von Trier. Se però in questi film emerge progressivamente una crudeltà senza via di scampo, la sensazione che The Guest lascia è differente rispetto all’inesorabile durezza tipica della cinematografia danese. Von Trier e Vinterberg puntavano più a un disvelamento dell’ipocrisia della società danese, che chiude gli occhi di fronte alle fratture e si nasconde dietro un’apparenza di falsa e stantia innocenza. Il film di Mads Mengel si concentra piuttosto su un lato emotivo e relazionale, mostrando il peso della rassegnazione, la dura accettazione del fatto che non tutte le incrinature possono essere corrette, e che non tutte le situazioni possono raggiungere il lieto fine sperato. Risulta più un dramma borghese che una complessiva critica all’ipocrisia della società. Mantiene comunque il marchio di fabbrica della cinematografia danese, ponendo lo spettatore di fronte a una realtà icastica e cristallina.

Gæsten risulta un’opera prima diretta con maestria e con un’idea artistica precisa, messa a punto anche dall’ottimo lavoro del compositore Lasse Aagard. Chi guarda entra in automatico a contatto con il punto di vista di Karl, con la sua costante e ossessiva ricerca di mantenere tutto sotto controllo, di evitare che una giornata così importante venga incrinata dalle ombre del passato. Accompagnando il percorso del protagonista fino alla scena finale, attraversiamo con lui lo stesso dolore nell’apprendere che certe spaccature sono forse destinate a restare tali per sempre.

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