
Oggetti dello sguardo: le figure devozionali nel loro tacito esistere nelle chiese. Nate per una visione umana perpetua, per il rimbombo imponente in esse di canti e rosari dedicati alle credenze divine. In quartieri popolari stanchi, dove la gente ha dimenticato l’arte del culto, si muovono i ladri di Sants (trailer), il nuovo film di Mikel Gurrea presentato in concorso alla 21° edizione della Festa del Cinema di Roma.
Quando la madre Gloria (Ariadna Gil) si ammala, Lali (Victoria Luengo) torna a Barcellona per assisterla, riaprendo una ferita mai rimarginata nel tentativo di ricucire il loro rapporto. Per far fronte alle difficoltà economiche, si affida a Rosario (Eulàlia Ramon), ladra e trafficante di statue di santi, che accetta di aiutarla.
“In chiesa non entra più nessuno” esclama sentenziosa Rosario durante una passeggiata con Lali. Di conseguenza, i santi smettono di essere oggetto dello sguardo. Vengono lasciati lì, a marcire nelle chiese in attesa di qualche preghiera o sparuta visione. L’iconografia sacra perde il suo culto etereo: diventa mera oggettistica, sacrificando l’aura storica pregna di simbolismo che la caratterizzava. La “patina gotica” che “fa brillare” smarrisce il suo luccichio e si tramuta in una dimensione individuale, fine a se stessa. Quindi, sottrarli alla chiesa per poi, con fini di lucro, venderli significa dargli nuova identità: ristabilire il senso dello sguardo, ora privato, ormai non pubblico. Ciò che prima era concepito e proposto per una visione collettiva, assurge a lusso personale. Idee in crisi: come quelle del cinema (chi crea se nessuno vede?), ma anche del senso ormai astruso di comunità in una società ormai pregna di capitalismo, asservita puramente alle logiche infime di mercato.

Vendute: le statue dei santi che prima venivano lodate nella casa del signore, ora vengono sottratte ai suoi figli, in un atto che vuole essere determinatamente rivoluzionario. Rosario è una ex suora, una timorata di Dio che ha perso la fede nell’istituzione e che utilizza i soldi per aiutare la comunità. Il denaro, ricevuto dal mercato nero per la vendita delle opere sottratte alle chiese, viene utilizzato infatti per aiutare persone in difficoltà economica, abbandonate dallo stato. La comunità ritorna al centro: Il film, infatti, sembra delineare proprio questo sin dall’analisi del suo titolo. Sants, in catalano, significa <<santi>> ma rimanda anche al quartiere popolare di Barcellona dove è ambientata la storia. Il senso civico di “dovere” plasma quello di “comune”. Abbattere le istituzioni infrangendo la legge (sia statale che quella di Dio) con l’unico scopo di aiutare il prossimo. Molti dei ladri che partecipano ai colpi sono dei rinnegati dalla società: umiliati e giostrati da essa, ora ne sfruttano i limiti per tornare a migliorare le vite altrui, in un atto più divino di quello di una chiesa falsamente caritatevole. Interessante, da questo punto di vista, la scena dove un prete chiude le porte della chiesa ad un senzatetto. Non si tratta di religione ma di “senso comune”, da ristabilire poiché ormai morto, lasciato privo di vita anche nelle case del signore.
Una comunità quindi sempre più sfaldata che trova nel “rubare” una solidarietà comunitaria: una specie di coesione sociale. Importante è la scena finale, quando tutte le statue cadono in mare. Coloro che prima toglievano lo sguardo, ora si riuniscono per una visione collettiva: come se fossero uniti da un sentimento comune, prima morto e adesso più vivo che mai. I santi tornano ad essere oggetto dello sguardo, nell’infinito blu del mare, dove Lali porta anche Gloria. Riunirsi: evitare le colpe, materne o paterne che siano, e ristabilire un nuovo legame attraverso lo sguardo. Guardando riesumare dall’acqua figure sacre purificate, non da una credenza religiosa ma, appunto, da un “vedere” collettivo. Nulla di più potente.

