
Può un robot sognare? Forse no, ma Klara non lo sa. Non è stata progettata nemmeno per pregare ma questo non le impedisce ogni giorno di guardare il sole, implorandolo di trovarle un amico. Qualcuno che la scelga. Qualcuno come Josie, che infatti quando arriva le stravolge la vita.
Il regista e sceneggiatore premio Oscar Taika Waititi arriva alla Festa del cinema di Roma con il suo Klara e il sole (trailer) presentato nella categoria Gran Public. L’ambizione è alta, adattare l’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, scrittore vincitore del Nobel per la letteratura nel 2017.
Siamo in un indefinito futuro utopistico postbellico e senza internet: Klara (Jenna Ortega) è un A.A., un Amico Artificiale che è stato progettato solo per tenere compagnia a chi si sente solo, per assecondarlo e per seguirlo ovunque. Klara però è un robot speciale, e Josie (Mia Tharia) quando la vede dalla vetrina del negozio non ha dubbi: è lei che vuole. Nemmeno Josie, dopotutto, è una persona comune. È una potenziata, un’umana a cui hanno modificato un genoma in modo da avere capacità sopra la media, una qualità che solo i più ricchi possono permettersi, il che li rende a tutti gli effetti degli esseri superiori, oppure solo a considerarsi tali.
Klara, grazie a Josie, viene finalmente a contatto con gli esseri umani e con le contraddizioni del loro mondo, come con la madre Chrissie (Amy Adams), sempre così fredda e distante, perfino con la figlia. Oppure con i segreti e le omissioni, come quegli strani affaticamenti di Josie, il padre scomparso e la sorella morta quando era piccola. Quel che Klara sa per certo è che a fine giornata il sole tramonta sul fienile in cima alla collina, ed è a lui a cui rivolge ogni suo dubbio. Magari ha una risposta.
Waititi si approccia al romanzo di Ishiguro con il suo tocco autoriale: il film è arricchito da dettagli cartooneschi e vivaci, patina colorata che serve da involucro per presentarci un mondo in realtà profondamente complesso e stratificato. A livello visivo risulta quindi piacevole da seguire, con una fotografia che mette al centro il rapporto tra Klara, i personaggi, e quella luce solare che non fa che accarezzarli, una mano divina in un mondo completamente razionale. Una luce che rende vivo ogni elemento che tocca, sintomo dello sguardo con cui Klara osserva ciò che le sta intorno, con una curiosità che le permetterà di capire cosa c’è di vero nell’amare e nel soffrire tipici dei rapporti umani, a partire dalla sua amicizia con Josie.
A un primo sguardo potrebbe sembrare che l’approfondimento del contesto non venga abbastanza evidenziato, ma il mondo in cui Klara si muove non è che uno sfondo: quel che Klara e il sole racconta è in realtà come l’umanità persista in un mondo in cui ogni elemento è assorbito dall’alienazione e dall’apatia. Del futuro non sono importanti le dinamiche che lo hanno reso tale, ma il perdurare di quel desiderio inconscio, completamente umano, di alzare la testa e osare sognare. È lì che Ishiguro lavora, è lì che si nasconde il senso vero delle sue opere: non tanto nel futuro, ma in ciò che di umano resiste al suo interno, perfino all’interno di qualcosa che umano non dovrebbe essere. Quale punto di vista più singolare che un robot frutto di un mondo completamente asettico, ma che, nonostante tutto, si affida all’irrazionale?
Nonostante la bravura di Ortega, che rende Klara ricca di sfumature e di espressività, quel che sembra mancare al film è proprio questa portata riflessiva ed esistenziale del racconto. Il tema avrebbe meritato di essere affrontato da un’angolazione meno carica di vivacità e di umorismo e più focalizzata sulle sfumature esistenziali, che qua rischiano di risultare svuotate della loro complessità. La prospettiva ironica che nasconde la riflessione è il tocco autoriale di Waititi, ma il risultato è di appiattire talmente tanto il discorso da farlo risultare qualcosa di già visto.
Klara è il sole è certamente un film godibile e funzionante che alla fine lascia qualcosa su cui riflettere. Eppure viene da chiedersi: era possibile tentare di andare più a fondo?

